14 LUGLIO 2017
Geopolitical Weekly n. 267
DI Francesco Guastamacchia e Roberta Santagati

Cina-India

La scorsa settimana, la Cina ha chiesto il ritiro delle truppe indiane dalla valle del Doklam, regione posta al confine tra India, Bhutan e Cina e oggetto di una recente disputa territoriale a causa della costruzione di una strada da parte cinese. L’India sarebbe intervenuta a metà giugno per scongiurarne il proseguimento a difesa dei vicini bhutanesi. Il Reale Esercito del Bhutan, infatti, ritenendo la valle territorio sovrano, avrebbe obiettato formalmente al progetto di Pechino, ma i lavori non sono stati interrotti.

La valle ha un significato strategico per entrambe i Paesi e uno marginale per il Bhutan. L’India la considererebbe un’area cuscinetto e la rapida costruzione di infrastrutture a sud del Tibet potrebbero aumentare il grado di insicurezza per il territorio indiano qualora i rapporti con i cinesi si deteriorassero.

L’intervento indiano nel Doklam è stato considerato dai cinesi una violazione del Trattato firmato nel 1890 tra i cinesi e gli inglesi, allora coloni del subcontinente indiano. Gli indiani, nondimeno, reclamano l’inosservanza da parte cinese di un accordo siglato nel 2012 tra i due governi che prevedrebbe la consultazione di tutti i Paesi interessati dalle aree tripartite prima di procedere alla definizione dei confini precisi.

L’Esercito indiano avrebbe mobilitato 2.500 soldati a rinforzo dei 400 già presenti a sorvegliare le altrettante truppe cinesi a distanza di circa 150 metri nella valle. I due Paesi avrebbero innalzato il livello di allerta delle brigate di stanza nelle basi vicine al confine. A questo proposito, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale indiano Ajit Doval, inviato speciale per i confini tra India e Cina, volerà a Pechino il 26 luglio per discutere con il suo omologo cinese e provare a smorzare la tensione che è montata velocemente.

Le relazioni bilaterali tra India e Cina hanno registrato recentemente un raffreddamento. Infatti, la crescita dei due giganti nella regione sta aumentando la competizione per l’influenza dei territori e del commercio. La disputa potrebbe rappresentare un ulteriore fattore di rischio per i rapporti tra i due Paesi.

 

 Iraq

Il 9 luglio il Primo Ministro Haider al-Abadi ha annunciato la riconquista di Mosul, la seconda città dell’Iraq, occupata dai militanti jihadisti dello Stato Islamico (IS) da 3 anni.

L’offensiva volta alla riconquista della città era stata lanciata lo scorso ottobre e aveva visto la partecipazione di circa 100.000 uomini provenienti da unità governative irachene, soldati curdi Peshmerga e milizie sciite irachene Hashd al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare, PMF), con il supporto della Coalizione Internazionale guidata dagli Stati Uniti. In conformità ad accordi presi in precedenza, le PMF non sono entrate in città, lasciando il campo alle Forze Speciali irachene (nello specifico la Golden Division).

Nel contesto della lotta all’IS, la presa di Mosul segna un’importante svolta in ragione del suo valore simbolico, in quanto capitale irachena del Califfato e città da cui Abu Bakr al-Baghdadi aveva proclamato la nascita dello Stato Islamico nel 2014.

L’indebolimento dell’IS in Iraq, la cui presenza ora è limitata a due grandi sacche nei dintorni di Mosul (Hawija a sudest e Tal Afar ad ovest) e all’Anbar, segna l’inizio di un delicato periodo di transizione, durante il quale è alto il rischio che riemergano quelle criticità intrinseche alla società irachena, esplose con la marginalizzazione della comunità sunnita in seguito all’intervento americano del 2003, che hanno contribuito allo sviluppo del fenomeno jihadista.

Nello specifico, uno dei passaggi chiave più pressanti per il Governo di al-Abadi sarà il processo di integrazione nelle Forze Armate irachene delle PMF, la cui presenza nella regione di Mosul, come in altre zone a maggioranza sunnita, rischia di far degenerare le già precarie condizioni di sicurezza.

 

Turchia

Il 9 luglio si è conclusa ad Istanbul una marcia partita da Ankara e organizzata dal leader del Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP), Kemal Kilicdaroglu. La “Marcia della Giustizia”, rinominata così dai media per lo slogan che campeggiava sui cartelli esposti dai partecipanti durante la manifestazione, è durata circa 25 giorni e ha registrato la partecipazione di migliaia di cittadini in tutto il Paese.

Il CHP, principale partito d’opposizione, ha organizzato la marcia a ridosso del 15 luglio, primo anniversario del golpe fallito. In particolare, i cittadini hanno sfilato per chiedere il rilascio delle oltre 50.000 persone arrestate dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nel Paese e l’avvio di un processo di epurazione di possibili oppositori del Governo. La buona partecipazione segnala la crescente insofferenza della popolazione nei confronti dell’azione politica del Presidente Erdoğan, percepita come una deriva islamista e autoritaria. Infatti, la marcia ha rappresentato anche una forma di protesta contro il nuovo assetto istituzionale che è il risultato del referendum tenutosi ad aprile 2017, il quale ha dato una svolta presidenzialista al Paese.

Il Presidente e il Primo Ministro Binali Yıldırım hanno dichiarato la marcia di Kilicdaroglu illegale e l’avrebbero comparata al tentato colpo di Stato dichiarando che i partecipanti starebbero supportando il movimento gulenista, l’organizzazione guidata da Fetullah Gulen che Ankara considera responsabile del golpe. Tuttavia, la marcia si è conclusa in maniera pacifica e non vi sarebbero stati arresti.

La manifestazione è stata indetta in un momento particolarmente delicato per i partiti di opposizione, che stanno attraversando una fase di frammentazione e indebolimento, senza riuscire a elaborare valide alternative politiche e insidiare la base di consenso di Erdogan. In questo senso, l’iniziativa di Kilicdaroglu, che non ha saputo mobilitare realmente la cittadinanza né sembra aver avuto un’effettiva influenza sull’agenda politica del partito di Governo AKP, rappresenta più un sintomo dell’impotenza delle opposizioni che l’auspicato colpo di reni per riportare il Paese nell’alveo della tradizione kemalista e delle regole democratiche.