10 LUGLIO 2017
Le elezioni presidenziali in India
DI Roberta Santagati

Con la conclusione del mandato di Pranab Mukherjee, l’India si prepara a scegliere il prossimo Presidente della Repubblica con le elezioni del 17 luglio.

Si tratta del primo voto a livello federale dopo la massiccia entrata in Parlamento dei nazionalisti induisti del Bharatiya Janata Party (BJP), che nel 2014 hanno conquistato 283 sui 543 seggi della LokSabha (Camera del popolo), la Camera Bassa. Questa è espressione diretta dell’elettorato, a differenza della Rajya Sabha, la Camera Alta, composta da 12 membri nominati dal Presidente e 238 eletti dai Parlamenti degli Stati federati in proporzione al numero degli abitanti.

Alcuni membri fra le due Camere parlamentari e fra le Assemblee Legislative degli Stati della Federazione compongono il Collegio Elettorale (450 persone in totale) che ha il compito di eleggere il Presidente della Repubblica. Gli elettori esprimono delle preferenze in ordine, dalla cui combinazione si ottiene il candidato preferito, che deve aggiudicarsi la maggioranza assoluta.

Tra i papabili candidati alla presidenza, la coalizione National Democratic Alliance (NDA), guidata dal BJP, ha deciso di proporre Ram Nath Kovind. Nonostante non si tratti di una figura molto conosciuta a livello federale ma legata perlopiù ai due stati nord-orientali di Uttar Pradesh e del Bihar, di cui è attualmente governatore, la scelta dell’NDA sembra avere un valore simbolico e strategico allo stesso tempo.

Infatti, il fatto che Kovind provenga dal Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), fedele ai valori del nazionalismo induista “Hindutva” di matrice moderata, potrebbe essere orientato a riabilitare il BJP dalle accuse di preminenza e unilateralità sugli altri sette partiti che compongono la coalizione. Dall’altro lato, la sua appartenenza ai Dalit, i cosiddetti “fuori casta” o “oppressi” della quinta casta del sistema sociale e religioso induista, potrebbe raccogliere consensi all’interno di questa comunità a livello federale in funzione delle elezioni della Camera Bassa del 2019. Kovind sembra inoltre essere un candidato non controverso che potrebbe ottenere voti anche da membri dell’opposizione, provocandone una spaccatura.

Dal canto suo, la coalizione dell’opposizione ha deciso di candidare l’attuale speaker della Lok Sabha, Meira Kumar. Di casta Dalit come Kovind ma con origini meno umili e con una rilevante esperienza politica alle spalle, la parlamentare è esponente dell’Indian National Congress (INC). Il partito di centro-sinistra, il cui perno è rappresentato dalla famiglia Nehru-Gandhi, ha storicamente dominato la scena politica indiana con brevi ma frequenti intervalli di potere fin dalla lotta per l’indipendenza del Paese dalla Gran Bretagna, raggiunta nel 1947. Intorno agli anni ’90 l’ideologia socialista moderata che prevedeva una pianificazione economica mista ha lasciato il posto alla deregolamentazione in favore di una maggiore privatizzazione. Tuttavia la decrescita economica degli ultimi anni, unitamente alla mancanza di una leadership carismatica e ad una serie di scandali legati alla corruzione della classe dirigente, ha condotto ad un fortissimo calo del consenso registrato con le elezioni parlamentari del 2014, quando l’INC ha ottenuto solamente 44 seggi rispetto ai 209 della precedente legislatura.

Il significativo spostamento dell’asse politico del 2014 è stata ulteriormente riconfermato dai risultati delle elezioni delle assemblee legislative in 5 stati dello scorso marzo, che hanno visto il BJP ottenere una significativa maggioranza nell’Uttar Pradesh (312 seggi su 403), lo stato più popoloso dell’India, e nell’Utterakhand (47 su 70), mentre l’INC ha conquistato la maggioranza in Punjab. Inoltre, il ridimensionamento dei partiti non legati alle due coalizioni ha condotto ad una sostanziale polarizzazione fra centro-sinistra e destra nazionalista.

La solida affermazione dell’BJP sembra essere legata alla figura del Primo Ministro Narendra Modi, in carica dal 2014, che aveva concentrato la campagna elettorale su temi dall’interesse sensibilmente diffuso all’interno della popolazione, quali la lotta alla corruzione, il rilancio dell’economia e la promozione dei valori della “Hindutva”.

Negli ultimi tre anni l’abile amministrazione degli assetti istituzionali e l’efficace utilizzo degli strumenti giuridici hanno permesso a Modi di ottenere dei tangibili risultati in queste tre direzioni, nonostante il Primo Ministro non abbia perseguito una vigorosa politica riformista. La linea strategica di Modi ha tuttavia generato consistenti perplessità in riferimento ad alcune sporadiche decisioni in campo economico, una tra tutte il ritiro di alcune banconote di taglio più grande lo scorso novembre. Allo stesso modo, potrebbe non avere un impatto positivo la riforma atta all’applicazione di un’imposta indiretta su una serie di beni che entrerà in vigore a partire da luglio.

Queste criticità potrebbero costituire la base per un allontanamento dalla politica del BJP, soprattutto in considerazione del fatto che il partito non è riuscito ad ottenere la maggioranza in tutti gli Stati della Federazione. Infatti, l’eterogeneità da cui la società indiana è costituita potrebbe aprire opportunità per l’opposizione o per partiti di minoranza di ricavare un bacino di consensi.

Tuttavia, se le elezioni del 17 luglio confermassero la tendenza, il BJP (o meglio, la coalizione) vedrebbe al potere il suo primo Presidente confermando la predominanza del partito a livello federale. Inoltre, nonostante la figura del Capo di Stato in sé sia perlopiù simbolica, il dato farebbe ben sperare il BJP per le elezioni parlamentari del 2019.

L’assegnazione dell’incarico a Kovind rappresenterebbe un’altra clamorosa sconfitta per il Partito del Congresso, dopo quella del 2014. Infatti, ben 9 Presidenti su 16 appartenevano all’ING in tutta la storia del Paese.

Al contrario, l’elezione della Kumar si porrebbe in continuità con il passato, ma non sembrerebbe sufficiente a recuperare il bacino sei consensi in vista delle elezioni del 2019. Per poter recuperare la fiducia di almeno una fetta della popolazione, infatti, il partito dovrebbe trovare un esponente idoneo a rappresentare una valida alternativa a Modi e ad osteggiare l’indebolimento della propria leadership.