05 GIUGNO 2017
Guerra civile in Congo?
DI Marco Di Liddo

Ad appena 3 anni dalla neutralizzazione del Movimento 23 Marzo (M23), organizzazione ribelle di etnia tutsi attiva nelle province orientali del Nord e Sud Kivu, la Repubblica Democratica del Congo (RDC, ex Zaire) deve nuovamente confrontarsi con la minaccia di un’insurrezione etnica locale potenzialmente capace di degenerare in una vera e propria guerra civile.

 

Nel 2011-2014 ad evitare che la rivolta dell'M23 si diffondesse ad altre milizie etniche erano state la relativa stabilità del regime del Presidente Joseph Kabila e, soprattutto, la decisione delle Nazioni Unite di modificare il mandato di MONUSCO (Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in Congo), creando la Brigata di Intervento Rapido, un’unità di circa 3.000 Caschi Blu in grado di contrastare attivamente i miliziani tutsi nelle aree prospicienti la città orientale di Goma. Ad oggi, queste 2 condizioni sono venute meno e con esse la possibilità di circoscrivere fenomeni di insurrezione armata a singole provincie. Innanzitutto, lo scorso 31 marzo il Consiglio di Sicurezza ha rinnovato per un altro anno il mandato della missione, riducendone però i fondi e ridimensionando il numero degli effettivi da 19.815 a 16.215. In secondo luogo, la stabilità del regime di Kabila ha cominciato ad essere seriamente intaccata dal progressivo rafforzamento di un nutrito e variegato fronte di opposizione capeggiato dall’ex governatore del Katanga, nonché leader del Partito Popolare per la Ricostruzione e la Democrazia (PPRD), Moïse Katumbi, da Felix Tshisekedi, segretario dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS) e figlio di Étienne (1932-2017), storica guida dell’opposizione alla famiglia Kabila, e dai candidati indipendenti Monique Mukuna Mutombo e Freddy Matungulu. Attorno a queste figure si sono riunite tutte quelle milizie etniche decise a rovesciare l’attuale Presidente a causa delle sue politiche sempre più autocratiche e personalistiche. In particolare, al centro delle agende di ogni gruppo armato locale c’è la necessità di creare un sistema amministrativo che garantisca maggior potere ai governi regionali (e dunque ai singoli gruppi etnici) al fine di massimizzare i benefici economici e lo sfruttamento delle risorse minerarie del Paese, oggi controllate da Kabila con l’appoggio di grandi multinazionali straniere. Ad acuire ulteriormente il malcontento contro la Presidenza è stata la decisione di Kabila di rinviare sine die le elezioni presidenziali, previste inizialmente lo scorso dicembre, a causa della mancanza sia di fondi statali per l’organizzazione sia delle necessarie condizioni di sicurezza. Tale rinvio è coinciso con il tentativo del Presidente di emendare la Costituzione ed eliminare il limite dei 2 mandati presidenziali, condizione che, qualora realizzata, gli avrebbe consentito di ripresentarsi alle elezioni per la terza volta e, probabilmente, legalizzare il suo potere personale a vita. Tuttavia, le proteste che hanno scosso il Paese a cominciare proprio dallo scorso dicembre e che, a causa della feroce repressione, hanno causato oltre 100 morti, hanno fatto evaporare questa eventualità. Infatti, il 31 dicembre è stato ratificato un accordo tra governo e opposizioni secondo il quale Kabila dovrebbe rimanere al vertice dello Stato ad interim fino a nuove elezioni previste per la fine del 2017, affiancato da un Primo Ministro membro dell'opposizione e da un consiglio di transizione che ne monitori l’attività politica. Tuttavia, come accennato, l’attuale Presidente ha costantemente procrastinato la nomina del Premier indicato dall’opposizione e ha rallentato l’applicazione delle condizioni dell’accordo, accrescendo la rabbia popolare. Nonostante le condanne internazionali e i reiterati inviti a lasciare il potere da parte dell’Unione Africana, Kabila può contare sul sostegno dei suoi alleati regionali Ruanda e Uganda e sull’appoggio di Stati Uniti e Francia. Kabila, oltre a rappresentare il garante delle concessioni estrattive della francese Areva e dell’americana Phelps Dodge, ottenute anche attraverso milioni di dollari in aiuti umanitari la cui gestione, da parte di Kinshasa, è quanto meno lacunosa, costituisce un pilastro del “legittimismo” regionale ed una sua “dipartita” potrebbe contagiare anche Uganda e Ruanda, dove gli autocrati Kagame e Museveni governano i rispettivi Paesi con lo stesso piglio del loro collega congolese. Dall’altra parte, i candidati di opposizione sostengono la politica di nazionalizzazione delle miniere, in ossequio alla lunga tradizione socialista di Patrice Lubumba, e godono dell’appoggio della Cina, che vedrebbe in un cambio di regime o in un suo indebolimento la possibilità di un rafforzamento sul mercato dello sfruttamento minerario. In questo senso, Kabila dovrebbe preoccuparsi dell'ondivaga fedeltà dei suoi principali luogotenenti, al momento perfettamente allineati al Presidente, ma pronti, nella migliore tradizione africana, a cambiare orientamento. Nel dettaglio, a Kinshasa non è un mistero che il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Etumba Didier, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Banze Lubudi Dieudonné, e il Comandante della Guardia Repubblicana, Generale Ilunga Kampete Gaston- Hugues, abbiano mire politiche neanche troppo malcelate che li potrebbero portare ad approfittare, con la benedizione di Francia, Stati Uniti e, magari, Cina, di un’eventuale deterioramento della situazione di sicurezza per lanciare un colpo di Stato e instaurare un nuovo sistema di potere senza Kabila. Un simile scenario potrebbe svilupparsi in maniera concordata e collegiale oppure, nella peggiore delle ipotesi, in maniera conflittuale, portando alla guerra civile. Del resto, questa seconda ipotesi potrebbe essere alimentata da una situazione interna che vide agire nel Paese circa 70 milizie, ognuna corrispondente ad un differente gruppo etnico. Nel Congo centrale, nella province dei Kasai, da diversi mesi è tornata a combattere Kamwina Nsapu (KN), di etnia Luba e forte di circa 3.000 miliziani. Gli scontri tra le forze governative e KN, originate dal rifiuto di Kabila di istituzionalizzare il ruolo di monarca Luba (clan Bajila Kasanga) del leader Jean-Pierre Mpandi (legittimando così le sue aspirazioni politiche) vanno avanti dallo scorso agosto e hanno causato circa 1.000 vittime, tra le quali i 2 operatori dell’ONU Michael Sharp e Zaida Catalan, i cui corpi sono stati rinvenuti il 29 marzo scorso. Oltre a KN, a minacciare la stabilità nazionale sono i gruppi hutu (più o meno eredi delle forze “genocidare" del Ruanda) attivi nelle provincie orientali, quali l’Alleanza dei Patrioti per un Congo Libero e Sovrano (APCLS, 2.500 uomini) e le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR, 5.000 uomini) e i gruppi Nande diffusi a macchia di leopardo in tutto il Paese, quali le Forze Democratiche Alleate (FDA, 3.000 uomini) e l’Unione dei Patrioti Congolesi per la Pace (UPCP, 1.000 uomini). A questi occorre aggiungere, Bakata Katanga (Secessione per il Katanga), gruppo indipendentista  dell’omonima regione meridionale formato da circa 5.000 miliziani e le migliaia di bande armate provinciali, o addirittura di villaggio, Mai Mai, il cui supporto appare indispensabile per lanciare un’eventuale insurrezione in tutto il Paese. Nonostante le diversità etniche e, talvolta, i conflitti locali che oppongono i diversi gruppi insorgenti, la possibilità di destituire Kabila e prendere il controllo diretto delle risorse nazionali potrebbe fungere da efficace collante tra essi, aprendo così le porte ad una possibile guerra civile, con forti caratteri regionali ed internazionali, però, come quelle già vissute nel 1960-1966, nel 1996-1997 e nel 1998-2003.