03 APRILE 2017
Il ruolo regionale di Hezbollah
DI Stefania Azzolina

Il perdurare del conflitto siriano e, più in generale, il riacuirsi degli scontri su base confessionale e settaria in tutta la regione mediorientale continuano a porre numerose sfide sul piano della sicurezza e della stabilità del Libano.

L’aspetto di maggiore criticità e di maggiore impatto sul piano interno continua a essere costituito dal massiccio coinvolgimento delle milizie di Hezbollah a sostegno del fronte governativo del Presidente Bashar al-Assad in Siria. Se in una prima fase, tra il 2011 ed il 2012, questo impegno si era di fatto limitato ad azioni sporadiche e clandestine nei territori al confine siro-libanese, in modo particolare lungo la Valle della Bekaa, a partire dal 2013 le milizie del Partito di Dio hanno rafforzato la loro presenza nello scenario siriano. Tale scelta è stata determinata dall’andamento del conflitto sempre più a sfavore delle forze lealiste, congiuntura che rischiava di mettere seriamente a repentaglio gli interessi strategici di Hezbollah in Siria. Lo scoppio della crisi siriana e la perdita da parte di Assad del controllo di alcuni snodi stradali nell’ovest della Siria nel corso del 2012 hanno rappresentato una fortissima criticità per le milizie del Partito di Dio che hanno incontrato delle serie difficoltà nel continuare a gestire in maniera ottimale i flussi di armi provenienti da Teheran e che attraversavano la Siria. Così, in stretto concerto con Teheran, Hezbollah ha impiegato i propri uomini al di là della frontiera siro-libanese, con l’obiettivo di recuperare il terreno perso a favore del fronte ribelle e, più in generale, di garantire la tenuta del regime di Damasco. Tale esigenza ha portato gli uomini del Partito di Dio ad operare in teatri lontani dai tradizionali luoghi di azione e ad assumere un ruolo sempre maggiore nella riorganizzazione e nell’addestramento delle Forze di Difesa Nazionale (FDN) e, più in generale, di coordinamento delle attività delle numerose milizie sciite. Nei sobborghi di Damasco le milizie di Hezbollah hanno operato in stretta collaborazione con Kataib al-Imam Ali (KIA), gruppo creato in Iraq nel giugno 2014 da un raggruppamento fuoriuscito dall’Esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr e Liwa Abu Fadl al-Abbas (LAFA), organizzazione nata nel 2012 e posta a presidio del santuario di Sayyeda Zainab e della popolazione sciita dei quartieri meridionali di Damasco. Qui fino al 2015 ha svolto un ruolo di fondamentale importanza anche Liwa Dhulfiqar (LD), milizia sciita poi successivamente dispiegata nell’area di Qalamoun sempre a supporto delle operazioni di Hezbollah contro le forze di Jabhat Fatah al-Sham (ex Jabhat al-Nusra, braccio di al-Qaeda in Siria) e dello Stato Islamico. Spostando l’attenzione sul fronte di Aleppo, in tale area le milizie del Partito di Dio hanno operato in stretto coordinamento con Harakat Hezbollah al-Nujaba (HHN). Nata nel 2013 da una costola di Asaib Ahl al-Haq, anch’esso movimento scissionista dei sadristi, è stata una delle prime milizie sciite ad annunciare il proprio coinvolgimento nei combattimenti per riconquistare la parte orientale di Aleppo caduta nelle mani del fronte ribelle. Nell’ambito delle operazioni nella provincia di Aleppo, le milizie del Partito di Dio hanno agito in forte concertazione con Liwa al-Baqir e Kafr Saghir. In questa zona è stato stretto anche il coordinamento con la milizia sciita irachena di Harakat al-Nujaba. Grazie alla libertà di azione nel contesto siriano, ricco di interconnessioni con la Forza Qods e le truppe provenienti da Mosca, le milizie del Partito di Dio hanno incrementato la qualità dei sistemi d’arma a propria disposizione. Tale aspetto è emerso in maniera significativa durante la parata militare organizzata da Hezbollah lo scorso novembre 2016 nei pressi di al-Qusayr, cittadina siriana nella provincia di Homs situata a circa 20 km dal confine siro-libanese. In quell’occasione, infatti, il gruppo libanese ha dimostrato di disporre di unità meccanizzate composte da carri armati T- 55 e veicoli blindati M-113 e BMP-1, che segnano sempre più l’evoluzione della milizia sciita verso una forza di tipo convenzionale. Ciò nonostante, è bene sottolineare come tale scenario sia da riferirsi esclusivamente al contesto operativo siriano. Infatti, al momento, appare difficile ipotizzare il trasferimento di tali sistemi d’arma al teatro libanese, in virtù della costante attenzione di Israele. Quest’ultimo, infatti, continua ad impiegare l’Aeronautica per eliminare qualsiasi potenziale minaccia alla propria sicurezza nazionale proveniente al di là dei suoi confini nord-orientali e per distruggere i convogli di armi e rifornimenti destinati alle milizie del Partito di Dio. L’ultima operazione che, in ordine cronologico, ha coinvolto la Forza Aerea israeliana sembra aver avuto luogo la notte tra il 21 e il 22 febbraio scorso, durante la quale dovrebbero essere stati coinvolti alcuni F-16I SUFA per colpire depositi e postazioni di Hezbollah nel quartiere al-Katif di Damasco.
Immagini televisive o fotografiche non confermano l’operazione e le IDF non si sono espresse al riguardo e non è chiaro se gli Israeliani abbiano in quest’occasione impiegato armamenti stand-off rilasciati dallo spazio aereo israeliano o libanese, come accaduto altre volte, o siano entrati nei cieli siriani in barba alla difesa aerea gestita dai Russi con i sistemi S-300 e S-400. A prescindere da queste considerazioni, c’è da notare come, inevitabilmente, l’evoluzione in chiave regionale di Hezbollah abbia portato al gruppo dei vantaggi, ma anche delle innegabili problematicità da gestire. Infatti, la scelta di Nasrallah a sostegno del regime di Damasco, oltre a esporre il Partito a forti critiche da parte del fronte politico sunnita, continua a generare non pochi malumori all’interno dei suoi sostenitori in virtù dei costi eccessivi non solo sul piano delle risorse, ma anche in termini di costi umani. Così, non è possibile escludere che il prolungamento della presenza di Hezbollah in Siria possa portare al rafforzamento di altri gruppi all’interno della realtà politica libanese. Un primo segnale in tal senso si è avuto lo scorso 24 febbraio quando un gruppo finora sconosciuto, Liwa al-Mazlumin (Brigata degli Oppressi), ha diffuso dei volantini nei sobborghi meridionali di Beirut (tradizionale enclave di Hezbollah) denunciando l'assenza di governance da parte del movimento di Nasrallah. Il radicamento di Hezbollah all’interno della comunità sciita libanese rende difficile ipotizzare una sostanziale marginalizzazione politica del gruppo, almeno nel breve periodo. Tuttavia con molta probabilità nel prossimo futuro la linea di azione del Partito di Dio sarà sempre più influenzata dall’esigenza di combinare la tutela della propria leadership sul piano politico interno e la maggiore proiezione delle sue milizie a livello regionale. D’altro canto, però, la nuova evoluzione della crisi siriana sta aprendo ampi spazi di manovra per il Movimento. Non è da escludere, infatti, che la forte mobilitazione popolare sciita messa in piedi grazie al supporto iraniano nella guerra civile, porti a dei risvolti negli equilibri interni siriani. Nonostante nella stragrande maggioranza dei casi le milizie sciite coinvolte in Siria siano state d’impronta irachena (con personale e mezzi trasportati in territorio siriano da un ponte aereo continuo dei Pasdaran), non sembra che le autorità di Teheran vogliano mettere in piedi in Siria un nuovo modello di strutturazione sociale sciita sulla falsariga di quanto fatto nel sud del Libano a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, ma piuttosto tante enclave non necessariamente coordinate parallele alla struttura di potere alawita. In questo disegno, il ruolo di Hezbollah dovrebbe restare comunque centrale, circostanza che andrebbe ad innescare nuove variabili, difficili da interpretare al momento, per il futuro.