02 GIUGNO 2017
Geopolitical Weekly n. 262
DI Pierluigi Barberini, Francesco Guastamacchia, Roberta Santagati

Afghanistan

Mercoledì 31 maggio un grave attentato ha colpito la città di Kabul, provocando la morte di almeno 80 persone e il ferimento di oltre 350. Un’autobomba è esplosa nella piazza Zanbaq, nel distretto di Wazir Akbar Khan, quartiere diplomatico della capitale afghana, non lontano da diverse ambasciate, oltre che dal palazzo presidenziale e dalla sede della missione NATO “Resolute Support”. L’esplosione è stata particolarmente violenta e ha coinvolto diverse auto, danneggiando inoltre numerosi edifici vicini. Gli inquirenti pensano possa essersi trattato di un’autobotte per il trasporto di acqua imbottita di esplosivo, data l’enorme entità della deflagrazione. Il ministro degli esteri tedesco ha dichiarato che nell’attentato sono rimasti feriti alcuni funzionari dell’ambasciata di Berlino e che una guardia di sicurezza afghana è morta. Non è chiaro se l’obiettivo dell’attacco fosse proprio l’ambasciata tedesca, una delle più vicine all’epicentro dell’esplosione, oppure altri edifici governativi presenti nel quartiere. Al momento non sono ancora giunte rivendicazioni ufficiali. I due principali gruppi militanti attivi nel Paese sono i Talebani e Daesh. Mentre i primi hanno immediatamente dichiarato di non essere coinvolti nell’accaduto, sostenendo di non colpire civili innocenti che non rappresentino un obiettivo, il sedicente Stato Islamico non ha ancora rilasciato nessuna dichiarazione attraverso i suoi canali. Potrebbe dunque essere opera di un gruppo affiliato ad ISIS, oppure di altre milizie jihadiste attive nel territorio afghano. Si tratta di uno degli attentati più gravi e cruenti che abbiano colpito Kabul e l’Afghanistan negli ultimi mesi, a testimonianza di come la situazione di generale instabilità e insicurezza rimanga altamente critica. All’inizio del mese un convoglio NATO a Kabul era stato coinvolto in un attacco da parte di Daesh, provocando la morte di 8 civili, mentre i veicoli avevano riportato solo leggeri danni. Il continuo susseguirsi di azioni violente mette in evidenza una duplice realtà: da un lato il preciso obiettivo da parte dei vari gruppi di destabilizzare il Paese per delegittimare le autorità centrali di Kabul; dall’altro, l’inadeguatezza delle misure di sicurezza intraprese dal governo e le difficoltà delle Forze di polizia e delle Forze Armate, che non sono ancora in grado di gestire in completa autonomia una situazione così delicata dal punto di vista securitario. Non a caso gli Stati Uniti, con la nuova Amministrazione Trump, hanno recentemente deciso di aumentare il numero di truppe presenti sul territorio, rischierando un contingente di Marines nella provincia meridionale di Helmand. Nelle ultime settimane la Casa Bianca ha anche avanzato l’ipotesi di rinforzare il contingente internazionale inviando in totale tra le 3000 e le 5000 nuove truppe, per riprendere il controllo del Paese, di cui circa un terzo sarebbe ormai nelle mani dei militanti. Analogamente, la stessa NATO sembrerebbe aver preso in considerazione l’ estensione della missione “Resolute Support”, la cui scadenza iniziale era fissata per il 2018.

 

Corea del Nord

Il 28 maggio la Corea del Nord ha lanciato un missile Scud dalla città nordorientale di Wonsan. Dopo aver percorso circa 450km, il missile è finito nella zona economica esclusiva nipponica del mar del Giappone. Si tratta del nono test missilistico condotto da Pyongyang dall’inizio del 2017, il cui risultato ha soddisfatto pienamente Kim Jong-Un, stante quanto riportato dall’agenzia di stampa nordcoreana Korea Central News Agency (KCNA). Il leader avrebbe anche dichiarato l’intenzione di predisporre lo sviluppo di armi più potenti. L’intensificazione della frequenza dei test e la diversificazione della categoria di missili (nelle ultime tre settimane ne sono stati lanciati tre diversi tipi) comprovano il consolidamento del programma di ricerca nucleare e balistico alla base del piano di sviluppo di un arsenale atomico, pilastro fondamentale della politica di Pyongyang. La volontà di Kim Jong-Un di conseguire una capacità di deterrenza nucleare sta costituendo però una minaccia per la sicurezza in tutta l’area. A fronte dell’atteggiamento più diplomatico della Cina e del neo-eletto presidente sudcoreano Moon Jae-In (l’ultimo incontro delle tre delegazioni è stato il convegno One Belt One Road a Pechino), sembra che gli Stati Uniti e il Giappone stiano considerando una risposta di tipo muscolare attraverso un sistema militare di contenimento. Dopo aver installato il sistema anti-missilistico THAAD in Corea del Sud, Washington ha infatti inviato la nave portaerei Nimitz per sostituire la Carl Vinson, attualmente schierata nel mar del Giappone insieme alla Ronald Reagan. La scelta di posizionare due portaerei, su un totale di 10 navi di questo tipo in dotazione alla Marina statunitense, lascia trasparire l’importanza che il dossier coreano ricopre in questo momento per la Casa Bianca. Anche il governo di Tokyo sembra guardare con sempre maggior insofferenza alle provocazioni di Pyongyang. All’inizio di maggio il cacciatorpediniere nipponico Izumo (DDH-183) era stato utilizzato per la prima volta al di fuori delle esercitazioni militari per essere affiancato alla Vinson. Inoltre, la nuova legge di sicurezza nazionale, approvata nel 2015 e fortemente voluta dal Primo Ministro Shinzo Abe, estende la possibilità costituzionalmente prevista di intervento dell’Esercito giapponese ai casi in cui vi sia una minaccia diretta ai propri confini oppure per operazioni di difesa di un alleato. Dato che tutti i missili lanciati dalla Corea del Nord sono atterrati a poche centinaia di kilometri dalla costa giapponese, l’avvicinamento della nave potrebbe indicare la preparazione del Giappone ad una risposta di tipo muscolare in un’ottica difensiva. La convergenza tra Tokyo e Washington sembra trovare un’ulteriore conferma nella scelta del Primo Ministro Abe e del Presidente Trump di fare riferimento alla minaccia nordcoreana come ad una priorità per l’agenda internazionale durante l’ultimo vertice G7 di Taormina.

 

Libia

Dopo alcune settimane di bombardamenti, il 25 maggio l’autoproclamato Esercito Nazionale Libico (ENL) del Generale Haftar ha imposto militarmente la ritirata alle forze misuratine stanziate nella base aerea di Sabha, aumentando la sua influenza nella regione meridionale del Fezzan. Questo sviluppo è avvenuto pochi giorni dopo che alcune milizie di Misurata avevano compiuto un eccidio nella vicina base aerea di Brak al-Shati, controllata dall’ENL. Alcuni particolari dell’attacco, nello specifico la decapitazione di alcuni soldati di Haftar, fanno sospettare che i misuratini, indeboliti dalla lunga offensiva contro lo Stato Islamico a Sirte, abbiano agito in coordinamento con gruppi islamisti, probabilmente miliziani afferenti a Ansar al-Sharia. Tale debolezza è emersa nuovamente tra il 26 e il 28 maggio nel corso di duri scontri a Tripoli, che ha visto impegnate anche le milizie fedeli all’ex Premier Khalifa Ghwell e quelle che appoggiano il Governo di Unità Nazionale (GNA) di Serraj, al termine dei quali le milizie di Misurata si sono ritirate del tutto dalla capitale. L’aeroporto internazionale è tornato sotto il controllo diretto del GNA, mentre la prigione al-Hadaba, nel quartiere di Abu Salim, dove erano reclusi il figlio di Gheddafi, Saadi, e l’ex capo dell’intelligence Abdallah al-Senussi, è stata presa dalle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, milizia guidata da Haitem Tajouri anch’essa fedele al GNA. Il generale ripiegamento dei misuratini, in maggioranza schierati a favore del GNA ma con una parte di milizie allineata agli islamisti di Tripoli, potrebbe fornire a Haftar l’occasione per aumentare la pressione sul GNA, estendendo la sua influenza nel Fezzan tramite la rinegoziazione di accordi con alcune tribù della regione. Inoltre, la mancanza di un attore importante per gli equilibri della capitale, in termini sia di controllo del territorio che di appoggio politico, potrebbe portare a nuovi e più violenti scontri tra le milizie fedeli al GNA e quelle islamiste. Infatti, quest’ultime restano fermamente contrarie al proseguimento dei negoziati tra Serraj e Haftar, nel timore che il leader dell’ENL, rafforzato dalle recenti vittorie sul campo, riesca a imporre le sue condizioni alla controparte.