27 SETTEMBRE 2011
Quale futuro per la portaerei?
DI Marco De Montis

Da parecchi decenni, per gli addetti ai lavori e non, l’icona più evocativa del potere militare statunitense è la portaerei. Nonostante i vari B-2, sottomarini SSBN e missili ICBM, una portaerei come la recente CVN-76 USS Ronald Reagan evoca un’immagine di potenza e di deterrenza difficilmente eguagliabile.

Durante gli anni della guerra fredda, era già sufficiente riposizionare in un’area critica una super portaerei col suo Carrier Air Wing (stormo aereo imbarcato) per ridurre a miti consigli anche il più incallito dei dittatori, mentre in molti conflitti recenti, la possibilità di dispiegare rapidamente una vera e propria forza aerea completa, forte di ottanta aeroplani tra i più efficaci al mondo, ha consentito di reagire immediatamente e con forza a minacce insidiose e sfuggenti.

Le recentissime operazioni libiche hanno sancito una volta di più il ruolo chiave di questa nave, tanto da ipotizzare una forza aeronavale congiunta anglo-francese per superare i notevoli problemi di bilancio che attanagliano le nazioni europee.

Da tali problemi non sono immuni nemmeno gli USA, pressati da un debito pubblico a rischio default che conseguentemente eroderà sempre più i finanziamenti destinati al DoD (Department of Defense).

Per questo motivo, negli USA è in atto un feroce dibattito fra fautori delle “Supercarrier” (intese come super portaerei a propulsione nucleare da circa 100.000 tonnellate di dislocamento, le classiche CVN classe Nimitz e Roosevelt) ed i loro detrattori, questi ultimi rinvigoriti dalla nuova politica militare statunitense e dagli sviluppi nel campo UAV/UCAV.

Dalla fine della guerra fredda, la dottrina della US Navy prevede una maggior enfasi sulle operazioni costiere, le cosiddette “Brown water ops”, a discapito del ruolo tradizionale oceanico esemplificato col termine “Blue water ops”. Tale dibattito in verità non è inedito, poiché, in un altro periodo di crisi economica ed instabilità politica come gli anni ’70, il Pentagono studiò parecchi progetti con cui sostituire le sue poderose portaerei.

All’epoca non se ne fece nulla, se non varare un programma di nuove unità polivalenti come le LHA classe Tarawa, navi portaelicotteri con possibilità di imbarcare gli Harrier a decollo ed atterraggio verticali e dotate anche di un bacino allagabile per i mezzi da sbarco dell’USMC, confinate comunque nel ben preciso ambito delle operazioni anfibie. Tali unità e le successive e similari LHD classe Wasp (similari come dislocamento – 40.000 t – ma con maggior enfasi sulle operazioni aeree) hanno dimostrato una notevole efficacia proprio nella nuova dottrina d’impiego costiero.

Da qui la volontà di varare una nuova classe di LHA, la cui capostipite LHA-6, significativamente battezzata USS America, dovrebbe entrare in squadra tra circa un anno ed il cui costo oscillerebbe fra un terzo ed un quarto di una CVN. Molti all’interno del DoD ipotizzano una flotta imperniata su queste navi polivalenti e soprattutto vorrebbero incorporare le missioni finora appannaggio di poche CVN in molte LHA ubicate strategicamente nei vari “hot spots” del pianeta.

I fautori delle LHA sostengono che le nuove minacce poste dalla guerra asimmetrica ed i progressi nel campo dei droni e della missilistica consentirebbero di fare a meno dei vari F/A-18 Super Hornet, E-2 Hawkeye ed EA-18G Growler, limitando così il Carrier Air Wing di un’ipotetica “improved LHA” ad una ventina di UAV ed UCAV, integrati da altrettanti AV-8B Harrier II o F-35B.

L’idea sulla carta è indubbiamente allettante, ma è indispensabile considerare alcuni punti salienti:

  1. Il ruolo statutario della US Navy è tuttora quello di assicurare la sicurezza delle vie marittime in ogni contesto, anche quello oceanico ed a qualunque costo, prevedendo le future minacce con un orizzonte di almeno 20 anni. In un mondo così mutevole come l’attuale, conservare l’eccezionale deterrenza esercitata dalle CVN appare quanto mai opportuno
  2. Unità quali le “improved LHA” in molti casi non possono assicurare la superiorità aerea necessaria per implementare le operazioni di sbarco in zone calde del globo, soprattutto con le massicce politiche di riarmo attuati da molti stati ostili all’occidente: da qui la necessità di disporre di un Carrier Air Wing in stile CVN
  3. Molte operazioni belliche sono attualmente già attuabili con UCAV evoluti, ma altrettante, come le missioni di superiorità aerea e quelle d’interdizione profonda, non saranno per lungo tempo a portata dei droni, soprattutto per le intrinseche limitazioni sulla velocità massima e sul carico bellico

Il ruolo ottimale delle ipotetiche LHA evolute potrebbe invece essere quello di “power projection” o puramente offensivo in zone in cui lo scenario è quello tipico della guerra asimmetrica, con missioni d’attacco di precisione a pochi obiettivi ed una minaccia limitata.

Un’altra missione tipica di queste unità può essere quella di centro per il coordinamento tattico all’interno di un’articolata squadra navale, vale a dire un’unità di comando e controllo assimilabile ad una vera e propria centrale operativa e decisionale, collegata con tutte le piattaforme navali, terrestri ed aeree che ruotano attorno alla zona d’operazioni ed in grado di lanciare immediatamente le missioni previste.

Accanto a questi ruoli inediti rimane ovviamente l’essenziale missione di assalto anfibio, ragion d’essere delle LHA ed in cui il loro notevole potenziale bellico è esprimibile al massimo.