16 MAGGIO 2017
La corsa alle presidenziali in Iran
DI Francesco Guastamacchia

Il prossimo 19 maggio da 55 milioni di cittadini iraniani saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo Presidente. Queste sono le prime elezioni dallo storico accordo sul nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA), firmato dal governo di Teheran con il gruppo dei così detti 5+1 (i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la Germania) nel luglio 2015, che prevede la rimodulazione del programma atomico iraniano a fronte della progressiva eliminazione delle sanzioni internazionali che gravavano sul Paese negli ultimi anni. Dei circa 1630 candidati che hanno presentato la propria iscrizione al Consiglio dei Guardiani, l’organi istituzionale incaricato di vagliare le candidature alle diverse tornate elettorali e stilare le liste definitive, solo sei candidati hanno ottenuto l’approvazione finale: il Presidente uscente Hassan Rouhani, espressione del fronte pragmatista; Mohammad-Bagher Ghalibaf, sindaco di Teheran ed esponente dei conservatori; Ebrahim Raisi, esponente del fronte ultraconservatore e custode dell’influente Fondazione Imam Reza; Es’haq Jahangiri, Primo Vicepresidente di Rouhani; Mostafa Mir-Salim, che ha ricoperto la carica di Capo della Polizia Nazionale dopo la Rivoluzione ed è stato consigliere dell’allora Presidente Ayatollah Khomeini; Mostafa Hashemi-Taba, già Ministro delle Industrie Pesanti tra il 1981 e il 1982.

Nell’eventualità che nessuno dei candidati raggiunga il 50% dei voti, il sistema elettorale prevede un secondo turno di ballottaggio la settimana successiva tra i due concorrenti che hanno ricevuto  più voti.  Sebbene i sondaggi diano come favorito Rouhani, la sua rielezione potrebbe non esser così scontata e dipenderà sostanzialmente dal giudizio dell’opinione pubblica sui risultati del primo mandato. A fronte del generale miglioramento delle condizioni economiche del Paese (con una riduzione dell’inflazione dal 40 al 10% e una stabilizzazione del tasso di cambio del rial negli ultimi quattro anni), infatti, il persistente problema della disoccupazione (12,4%, in crescita di 1,4 punti percentuali rispetto allo scorso anno) e il lento miglioramento della qualità di vita della popolazione potrebbero rappresentare delle spine nel fianco per l’attuale Presidente. In particolare, il fattore destinato a diventare l’ago della bilancia sembra destinato ad essere l’accordo sul nucleare,  del quale Rouhani si fregia e che fu salutato dalla popolazione come la rinascita internazionale dell’Iran. Nonostante l’attuale Presidente e la sua squadra di governo stiano puntando sul sollevamento delle sanzioni internazionali per dimostrare il successo del JCPOA, le difficoltà con cui la riapertura agli scambi con l’esterno sta producendo effetti benefici sull’economia nazionale rappresenta l’argomento di punta a disposizione degli avversari di Rouhani. Anche in occasione dell’ultimo dibattito televisivo prima delle elezioni, svoltosi il 12 maggio, gli avversari hanno accusato di aver ottenuto un accordo fasullo, che non ha portato benefici all’economia e lavoro agli iraniani.

Tuttavia, l’agenda politica fortemente pragmatica portata avanti da Rouhani in questi anni gli ha permesso di riscuotere consensi in modo trasversale al panorama politico interno. Innanzi tutto tra le formazioni riformiste, forti sostenitrici di Rouhani già durante i quattro anni del primo mandato. Dopo la dura repressione conosciuta negli giorni della così detta Rivoluzione Verde, infatti, i riformisti non hanno più la forza elettorale per presentarsi da soli alle elezioni senza incontrare la resistenza dei poteri tradizionalisti interni al sistema istituzionale e cercano per questo una sponda sul fronte pragmatista, con il quale condividono lo spirito di apertura verso la Comunità Internazionale. Pur avendo schierato i candidati Hashemi-Taba e Jahangiri, dunque, appare alquanto probabile che i riformisti seguano la stessa strategia adottata nel 2013 quando, per scongiurare la vittoria del fronte oltranzista, il candidato Mohammed-Reza Aref si ritirò in favore di Hassan Rouhani.

In secondo luogo, la piattaforma politica promossa da Rouhani ha recentemente suscitato l’interesse di alcune frange all’interno del fronte conservatore. Tra queste, un ruolo di particolare rilevanza sembra essere ricoperto dal gruppo di Ali Larijani, speaker del Parlamento, che ormai da circa due anni a questa parte, ha iniziato a prendere sempre più le distanze dalle frange ultraconservatrici. Egli fa parte di una famiglia molto influente nel Paese. I fratelli Larijani ricoprono posizioni apicali all’interno del Parlamento e del sistema giudiziario. Oltre al già citato Ali, vi sono i fratelli: Sadeq, Capo del sistema giudiziario iraniano; Bagher, Vice-ministro per l’Educazione Medica; Mohammad-Javad, Alto Consigliere per gli Esteri della Guida Suprema e Segretario dell’Alto Consiglio per i diritti umani della Repubblica Islamica dell’Iran; Fazel, fisico e per molto tempo attaché culturale in Canada. Dichiaratosi pronto ad un dialogo di intesa nazionale con i pragmatisti, dunque, Larijani potrebbe spostare una fetta considerevole dell’elettorato conservatore verso posizioni più bilanciate. Se non dovessero verificarsi colpi di scena dell’ultimo minuto, Rouhani potrebbe beneficiare del loro appoggio per una eventuale rielezione.

Il sostegno da parte dei riformisti e dei conservatori moderati, dunque, si dovrebbe andare a sommare al già corposo bacino elettorale sul quale i pragmatisti possano contare, come dimostrato anche in occasione delle recenti elezioni per il rinnovo del Parlamento, tenutesi nel febbraio 2016, nelle quali la coalizione di larghe intese Lista della Speranza  ha ottenuto circa il 41% delle preferenze. Tale successo potrebbe essere ulteriormente rafforzato dall’onda emotiva legata alla recente morte di Akbar Hashemi Rafsanjani, eminenza grigia della politica iraniana degli ultimi quarant’anni e figura storica del fronte pragmatista. Ex Presidente della Repubblica Islamica (1989-1997), aveva sempre, sfruttato la propria levatura istituzionale per trovare dei punti di convergenza tra pragmatisti e conservatori che portassero il sistema verso l’apertura politica ed economica nei confronti della Comunità Internazionale. Rafsanjani aveva appoggiato apertamente Rouhani nella sua prima elezione ed è stato un uomo chiave per l’attuale Presidente durante il primo mandato. Sebbene la sua scomparsa abbia rappresentano una perdita difficilmente colmabile per l’ala centrista, la forte commozione trasversale all’elettorato iraniano potrebbe permettere a Rouhani di raccoglierne almeno in parte l’eredità politica.

Un ulteriore elemento a favore del candidato pragmatista sembrerebbe essere l’apparente debolezza del fronte ultraconservatore, che per tutta la campagna elettorale è apparo diviso tra i due candidati di  punta, Ebrahim Raisi e Mohammad-Bagher Ghalibaf, per ricompattarsi solo negli ultimi giorni intorno a Raisi, nel tentativo di agevolare una volata finale. Quest’ultimo, facendo leva sulla propria esperienza di religioso e uomo dei primi minuti della Rivoluzione, sta puntando  sul sentimento di orgoglio nazionale e di attaccamento ai valori della Rivoluzione Islamica per cercare di attrarre a sé l’elettorato tradizionalista. Raisi sembrerebbe essere molto vicino anche alla Guida Suprema Khamenei, che lo aveva già aiutato a diventare Procuratore generale dell’Iran tra il 2014 e il 2016. La scelta di basare la propria campagna elettorale su temi fortemente populisti (creazione di nuovi posti di lavoro, ripristino dei sussidi ai poveri) e sulla delegittimazione dell’accordo nucleare, non solo per i residuali effetti sull’economia nazionale ma soprattutto per le vulnerabilità politiche a cui ha esposto il Paese, sembra essere il tentativo di Raisi di raccogliere consensi sia tra coloro che avevano maggiori aspettative dal JCPOA sia tra i poteri più conservatori, legati alle Guardie della Rivoluzione e al clero oltranzista, che si sono sempre opposti ad ogni apertura verso l’esterno.

Il risultato delle elezioni sarà fondamentale per delineare quale potrà essere l’atteggiamento del prossimo governo iraniano nei confronti del delicato processo di transizione e riapertura verso l’esterno intrapreso dal Paese negli ultimi anni. In questo contesto, gli ultimi giorni di campagna elettorale si apprestano ad essere particolarmente cruciali, soprattutto in relazione all’influenza che i grandi temi internazionali, quali l’inasprimento dei rapporti tra Teheran e l’Amministrazione Trump e gli sviluppi della guerra nei vicini Iraq e Siria, potrebbero avere nell’orientare il voto dell’opinione pubblica. Sebbene gli iraniani abbiano più volte in passato manifestato grande soddisfazione per la mutata posizione internazionale del loro Paese, un eventuale passo indietro nei confronti degli impegni presi in chiusura di JCPOA o un inasprimento della retorica anti-iraniana da parte di Washington e dei rivali regionali, potrebbero spostare importanti pacchetti di voti all’interno di quelle frange di conservatori che non hanno ancora deciso su quale piatto della bilancia far pesare le proprie preferenze.