12 MAGGIO 2017
Geopolitical Weekly n.259
DI Francesco Guastamacchia e Roberta Santagati

Afghanistan

Il 7 maggio l’agenzia di stampa del Presidente della Repubblica, Ashraf Ghani, ha annunciato l’uccisione del leader dello Stato Islamico in Afghanistan Abdul Hasib, avvenuta in seguito ad un raid condotto dalle Forze speciali nazionali e statunitensi il 27 aprile nella provincia di Nangarhar, nell’est del Paese. Hasib era diventato emiro in seguito alla morte del predecessore Hafiz Saeed Khan, provocata da un attacco aereo statunitense dello scorso luglio. Quest’ultimo, ex membro dei Talebani Pakistani (Tehrik-e-Taliban - TTP) e in rotta con la leadership, aveva preso le distanze dal gruppo ed aveva giurato fedeltà ad Abu Bakr al-Baghdadi, realizzando così nel gennaio 2015 una branca operativa dello Stato Islamico nel Khorasan (un’area che comprende Afghanistan, Pakistan, Iran ed Asia centrale) e costituendo la prima provincia ufficiale di Daesh in Asia. Il gruppo, ad oggi, sembra avere le proprie roccaforti nella parte orientale dell’Afghanistan, in particolare nella provincia di Nangarhar e di Kunar al confine con il Pakistan. Forte dei finanziamenti e delle risorse provenienti dallo Stato Islamico, la cellula ha contribuito a destabilizzare una regione la cui sicurezza era già fortemente compromessa da sedici anni di disordini interni. Infatti, il nuovo attore territoriale si pone come concorrente rispetto all’insorgenza talebana, acutizzando la crisi di sicurezza in Afghanistan (uno tra gli ultimi attentati rivendicati ha provocato almeno 50 morti in un ospedale militare di Kabul). Tale emergenza si pone alla base del nuovo piano statunitense in attesa di approvazione dal Presidente Trump, che prevede di aggiungere almeno 3.000 truppe statunitensi alle 8.400 già operative in Afghanistan, oltre ad aumentare i finanziamenti al governo afghano al fine di favorirne il consolidamento. Il nuovo contingente dovrebbe avere non solo funzione di addestramento e mentoring delle Forze Armate afghane ma anche rafforzare lo sforzo statunitense nelle operazioni di contro-terrorismo all’interno del Paese.


Corea del Sud

Il 9 maggio è stato eletto il nuovo Presidente, Moon Jae-in del partito Deobureo Minjudang (Partito Democratico del Sud Corea). L’elettorato sudcoreano, che ha fatto registrare il più alto afflusso dal 1997 (il 77,2%), l’ha eletto con il 41,08% dei voti a cui sono seguiti Hong Jun-pyo (Jayuhankuk-dang, conosciuto anche come Saenuri) con il 24,03% e Ahn Cheol-soo (Gungminui Dang, Partito del Popolo) con il 21,41%. L’elezione arriva dopo lo scandalo di corruzione che ha coinvolto e costretto alle dimissioni la Presidente Park Geun-hye, di stampo conservatore. Moon Jae-in è un liberale, ex avvocato per i diritti umani, in favore di una politica di dialogo con il Nord Corea. La Sunshine Policy di Moon sembra aver conquistato l’elettorato in un momento in cui la tensione con Pyongyang accresce la paura per un imminente conflitto. Infatti, in un recente sondaggio elettorale, i coreani avevano dichiarato che le priorità per il Paese sono, in ordine, la lotta alla corruzione, l’economia e i rapporti con Pyongyang, temi che si sovrappongono alle idee esposte da Moon durante la sua campagna. Il rapporto già deteriorato con Pyongyang è ulteriormente peggiorato nelle scorse settimane a causa del dispiegamento del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), sistema antimissilistico statunitense, sul suolo sudcoreano. Moon, ancora in campagna elettorale, aveva espresso il proprio disaccordo poiché riteneva che avrebbe intensificato la tensione con i nordcoreani. Tuttavia, nel tentativo di raccogliere voti dai conservatori aveva poi rivisto la sua posizione negli ultimi giorni di campagna, moderandola e ponendosi in posizione attendista. Ha, però, reagito negativamente alla dichiarazione di Trump, il quale vorrebbe che i sudcoreani pagassero per il dispiegamento del sistema. La sua elezione potrebbe provocare malumori per l’amministrazione Trump, che avrebbe trovato in Hong Jun-pyo, leader del partito conservatore, un partner ideale per sostenere la linea dura contro il Nord Corea. Moon potrebbe invece gettare le basi per l’abbassamento dei toni nella crisi coreana, aprendo un canale di dialogo privilegiato con il Leader nordcoreano Kim Jong-un.


Siria

Il 4 maggio Russia, Turchia ed Iran hanno firmato ad Astana un memorandum che istituisce 4 zone di sicurezza in Siria, localizzate nella provincia nord-occidentale di Idlib e parti delle province di Latakia, Hama e Aleppo, a nord di Homs, nella Ghouta est di Damasco e nelle province meridionali di Daraa e Quneitra. Lo Stato Islamico (IS) e il gruppo allineato ad al-Qaeda di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), operante nella regione di Idlib, sono esclusi dall’accordo. A vigilare sul rispetto del cessate il fuoco saranno Turchia, Iran e Russia, in quanto Paesi garanti. Con tale proposta, la Russia punta a rafforzare il dialogo diplomatico, avendo ormai scongiurato un cambio di regime e sufficientemente indebolito il fronte ribelle. Il Cremlino sembra aver cambiato atteggiamento nel quadro del conflitto siriano e potrebbe sfruttare un variegato ventaglio di canali, compresa la ripresa del dialogo con gli Stati Uniti interrotto ad inizio aprile in seguito al bombardamento della base di al-Shayrat. Nello specifico, le zone di sicurezza sembrano funzionali principalmente a due obiettivi. In primo luogo, separare le opposizioni moderate dagli estremisti islamici di HTS, specialmente nella regione di Idlib, così da creare le condizioni necessarie per una più duratura cessazione delle ostilità. In secondo luogo, consentire al fronte lealista di concentrare le proprie forze nel settore centro-orientale del Paese. In tal modo, il Governo siriano e i suoi alleati potrebbero tentare di riprendere il controllo delle zone lungo l’Eufrate a est di Palmira. L’Aeronautica russa potrebbe così reindirizzare i propri sforzi a supporto dell’offensiva contro Deir ez-Zour.


Tunisia

Il 10 maggio, il Presidente della Tunisia Beji Caid Essebsi ha inviato alcuni reparti dell’Esercito nella regione di Gafsa, al centro del Paese, e in quella di Tataouine nell’estremo sud, per la prima volta dall’avvio della transizione democratica. Il compito di tali unità è la protezione delle industrie di fosfati e delle infrastrutture di gas e petrolio. Infatti, tali zone sono teatro di proteste crescenti. Perlopiù disoccupati, i manifestanti chiedono posti di lavoro e una più equa redistribuzione degli introiti derivanti dalle attività di estrazione, in mano a compagnie private e prevalentemente straniere. Proteste della medesima natura hanno caratterizzato questi primi 6 anni dalla cacciata di Ben Ali e sono identiche, nelle motivazioni, a quelle che alla fine del 2010 avevano portato alla Rivoluzione dei Gelsomini. A Gafsa, area mineraria con una lunga tradizione di lotte sindacali e gravi problemi economici e sociali, forti proteste erano esplose già dal 2013 ed avevano provocato un blocco dell’economia nel settore dell’estrazione di fosfati costato circa 2 miliardi di dollari al Governo, che in un secondo momento era riuscito a negoziare con gli interessati. La carenza di investimenti pubblici nel settore estrattivo (in particolare in quello dei fosfati, che rappresenta la prima industria del Paese) unita alla rigidità del mercato del lavoro e alla perdurante sperequazione tra le regioni del centro-sud, depresse e senza prospettive, e quelle del nord e della costa, più dinamiche e vivaci, hanno fatto emergere la difficoltà di dialogo fra le istituzioni e la società civile, accrescendo la tensione sociale.A ciò si aggiungono le gravi tensioni originate dalla mancanza di risposta da parte della classe dirigente, che viene percepita come più interessata a ripristinare lo status quo ante che a dotare la Tunisia di solide istituzioni democratiche e prospettive di sviluppo economico e sociale valide. Infatti, queste proteste si sommano a quelle per l’amnistia per i criminali economici, legati all’epoca di Ben Ali, prevista nel disegno di legge sulla “riconciliazione economica” che tornato al centro dell’agone politico nelle ultime settimane e aveva incontrato forte opposizione da parte della società civile già nel 2015, quando era stato proposto per la prima volta. Secondo i critici, potrebbe portare a un aumento della corruzione e ostacolare l’attività della Commissione per la Verità e la Dignità, organo su cui si basa il lento e fragile processo di riconciliazione nazionale. La mancanza di forti segnali di discontinuità della nuova Amministrazione rispetto al Regime dei decenni scorsi, sia sotto il profilo sociale che economico, potrebbe sancire la definitiva disaffezione verso i partiti e il ruolo della politica di larga parte della popolazione del centro-sud. Qualora gli estesi focolai di malcontento si saldassero tra loro, o qualora l’Esecutivo decidesse di reprimere le proteste con l’uso della forza, la Tunisia potrebbe andare incontro a una nuova e tumultuosa fase di instabilità generalizzata.