22 FEBBRAIO 2017
La diplomazia economica di Xi Jinping
DI Francesca Manenti

Lo scorso 17 gennaio a Davos, il Presidente cinese Xi Jinping ha inaugurato l’apertura dei lavori del World Economic Forum (WEC), sugellando di fatto i propri sforzi per accreditare la Cina come nuovo punto di riferimento per la gestione degli equilibri politici ed economici internazionali. Con una stima di 8 trilioni di dollari di importazioni, 600 miliardi di dollari di investimenti esteri e 750 miliardi di investimenti all’estero per i prossimi cinque anni, il gigante asiatico si appresta a contribuire per il 30% alla crescita globale. Prima partecipazione di un Capo di Stato cinese al consesso internazionale dalla sua fondazione, il discorso di Xi ha messo in evidenza come il governo di Pechino punti ormai alla globalizzazione e alla liberalizzazione degli scambi internazionali come chiave di volta per sostenere la crescita nazionale e, soprattutto, espandere la propria influenza verso l’esterno. La posizione espressa dall’attuale Presidente è in realtà l’apice della parabola evolutiva di una diplomazia economica che il governo di Pechino ha intrapreso a partire dagli Anni ’80, inaugurata dalla stagione di riforme di Deng Xiaoping e sviluppata in uno strutturato progetto politico durante il decennio di presidenza di Hu Jintao. A partire dal 2004, infatti, il governo cinese ha iniziato a teorizzare la necessità di basare le proprie relazioni internazionali su un approccio integrato tra importazione e attrazione di investimenti stranieri (resa possibile dal miglioramento del sistema economico interno realizzato dalle riforme degli Anni ’80, così dette Quattro Modernizzazioni) ed esportazione e capacità di investimento all’estero.

Per poter realizzare appieno una simile strategia, Pechino ha puntato innanzitutto ad inserirsi nel sistema finanziario internazionale e ad incentivare la formazione di condizioni ideali e necessarie all’esportazione del made in China verso mercati terzi. La partecipazione ad organizzazioni economiche multilaterali sia in ambito internazionale, quale il G-20 o l’Asia-Europe Meeting (ASEM), o regionali, quali l’Asian Development Bank o l’ ASEAN+3[1] hanno permesso al governo cinese di portare la Cina all’interno dei consessi internazionali ed iniziare ad utilizzare il peso economico e sociale del Paese per sollecitare la creazione di meccanismi di cooperazione in cui le dimensioni della produzione e dei capitali cinesi potessero aprire importanti finestre di opportunità politiche. Divenuta negli ultimi vent’anni la seconda economia al mondo, la Cina ha dunque progressivamente saputo utilizzare la leva economico-finanziaria per allargare lo spettro dei propri rapporti internazionali ed esercitare attraverso di essi una sempre più robusta leva di influenza diplomatica. L’inaugurazione stessa, nell’ottobre del 2012, del Dipartimento di Affari Economici Internazionali all’interno del Ministero degli Esteri testimonia come il rafforzamento del proprio status economico internazionale sia diventato nel corso del tempo una delle voci più importanti nell’agenda di politica estera di Pechino. La struttura, infatti, è stata creata non solo per gestire la partecipazione della Cina ai grandi summit internazionali (G20, APEC[2], BRICS) ma soprattutto per supportare il governo nell’elaborazione di una strategia di governance economica di lungo termine tale da tutelare la sicurezza economica e gli interessi nazionali nella cornice più ampia dei rapporti con gli altri Paesi. Questa politica ha raggiunto il proprio apice con l’ascesa al governo di Xi Jinping, Segretario generale del Partito Comunista dal novembre 2012 e Presidente della Repubblica dal marzo 2013, che ha raccolto il testimone dai predecessori, ma ha interpretato in modo maggiormente proattivo la strategia di rafforzamento economico nazionale. Con l’obiettivo di perseguire il così detto sogno cinese, infatti, Xi ha cercato di trasformare la posizione della Cina all’interno del sistema internazionale per renderla non tanto un attore in grado di giocare da una posizione di forza quanto una potenza titolata a dettare le condizioni del sistema stesso. L’insoddisfazione per lo spazio concesso al proprio Paese all’interno delle tradizionali istituzioni finanziarie internazionali (Banca Mondiale e Fondo Monetario), la voglia di veder riconosciuto il proprio status di seconda economia mondiale, nonché il desiderio di porre termine alla subordinazione agli Stati Uniti per guadagnare libertà di manovra all’interno del complicato rapporto bilaterale hanno spinto il governo di Pechino a cambiare passo.

 [1] E’ il meccanismo di cooperazione tra i Paesi dell’ASEAN (Myanmar, Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam, Malesia, Filippine, Singapore, Brunei e Indonesia), Cina, Giappone e Corea del Sud. Inaugurato nel 1997, ha lo scopo di rafforzare la collaborazione su tematiche di interesse comune in Asia Orientale.

[2] Asia Pacific Economic Cooperation

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