07 FEBBRAIO 2017
Le prospettive di sicurezza nell’Oceano Indiano
DI Alberto de Sanctis

L’Oceano Indiano è una delle aree marittime più importanti al mondo la cui rilevanza geostrategica è cresciuta di pari passo allo sviluppo economico delle regioni che lo lambiscono.
Questo gigantesco corpo d’acqua da oltre 65 milioni di chilometri quadrati, il terzo su scala globale dopo Pacifico e Atlantico, è ricco di risorse energetiche (fornisce quasi il 40% della produzione offshore mondiale di greggio), minerarie e alimentari. È inoltre circondato da alcuni passaggi-chiave come il Capo di Buona Speranza e gli Stretti di Bab el-Mandeb, Hormuz, Malacca e Lombok attraverso cui scorrono le rotte commerciali che alimentano l’economia globale.
Le sue acque sono solcate ogni anno da circa 100 mila imbarcazioni che collegano le più importanti riserve energetiche del pianeta (concentrate in maniera prevalente a ovest dello stretto di Hormuz, nel Golfo Persico) alle economie dell’Asia-Pacifico, assetate di idrocarburi e a loro volta fondamentali per soddisfare la richiesta commerciale dei mercati europei e nordamericani. L’Oceano Indiano, dunque, ha oggi il potenziale per influenzare in maniera altrettanto decisiva la distribuzione di potere a livello internazionale, tanto da essere diventato oggetto di interesse non solo per gli stati lambiti dalle sue acque, in primis l’India, ma anche da attori quali Stati Uniti e Cina che, sebbene geograficamente più lontani, considerano quest’area strategica per i propri interessi nazionali.
Passaggio fondamentale le rotte di transito marittime provenienti e dirette verso il Golfo Perisco, il bacino indiano è sempre stato oggetto di attenzione da parte degli Stati Uniti, i quali, sebbene focalizzati fino alla fine degli Anni Ottanta nel contenimento dell’Unione Sovietica, hanno sempre posto un’attenzione particolare alla salvaguardia delle linee di comunicazione (SLOCs): in primo luogo di quelle atlantiche ma anche quelle tratte che fluivano da e verso il Golfo Persico. A quest’ultimo proposito, fino agli Anni Sessanta, Washington ha potuto contare anche sulla presenza della Royal Navy britannica, che diede un contributo preponderante alla stabilità dell’Oceano Indiano. Come prima economia del globo, per gli Stati Uniti è imperativo assicurare la continuità dei flussi energetici e commerciali che attraversano questo bacino e, se necessario, disporre della necessaria flessibilità strategica per rispondere anche militarmente all’ascesa di potenze ostili o di minacce asimmetriche, quali terrorismo e pirateria.
Pur non disponendo di forze stazionate in pianta stabile nell’Oceano Indiano, gli Stati Uniti restano la potenza preminente dell’area forti del loro dominio sui mari e della capacità di far affluire rinforzi nel teatro ogni qual volta si prefiguri una crisi capace di minacciarne gli equilibri. Washington ha incentrato la propria postura strategica su quella portaerei naturale che è l’isola di Diego Garcia, il più importante hub logistico delle forze aeronavali staunitensi nella regione, ben conscia della rilevanza geoeconomica di questo mare e dei rischi (anche solo potenziali) che gravitano sulla sua sicurezza. L’isola, sottoposta alla sovranità dell’alleato britannico, dista mille miglia dal subcontinente indiano, 700 dallo Sri Lanka e 2500 dallo Stretto di Hormuz e occupa una posizione centrale nella geografia dell’Oceano Indiano. L’esigenza di impiantarvi una base risale alla seconda metà degli anni Sessanta del Novecento, quando Londra accelerò il ritiro a ovest di Suez delle forze dislocate fra India e Sud-Est asiatico.
La vera partita che sembra destinata ad essere giocata in queste acque in modo sempre più assertivo nei prossimi anni è però quella dettata dalla competizione tra India e Cina. La competizione sino-indiana è suscettibile di produrre le maggiori alterazioni nell’equilibro di potere regionale: da un lato l’India, potenza in ascesa che rivendica un ruolo predominante in un’area che reputa appartenerle per ragioni storiche e geografiche; dall’altro la Cina, colosso mondiale assetato di idrocarburi, materie prime e sbocchi commerciali, è preoccupato per la vulnerabilità e l’estensione delle sue linee di comunicazione marittime.
L’Oceano Indiano è rimasto per lungo tempo a margine dei calcoli strategici di Nuova Deli, nonostante la geografia faccia dell’India l’attore meglio posizionato per ambire a un ruolo di primo piano nel bacino. Durante la guerra fredda, in particolare, la Marina indiana è stata costretta a un ruolo subordinato rispetto a Esercito e Aviazione, entrambi in prima linea per contrastare sul continente le minacce più grandi alla sicurezza del Paese: Pakistan e Cina.
Il cambio di rotta è degli anni Novanta, quando all’Oceano viene riconosciuto un ruolo preponderante nell’assicurare lo sviluppo della nazione. Segue, nel 2004, la prima dottrina ufficiale della Marina indiana che enuncia la necessità di difendere la propria zona economica esclusiva (copre circa il 10% dello specchio d’acqua) e con essa le linee di comunicazione marittime. La loro importanza è infatti aumentata negli anni al punto che oggi Nuova Deli importa via mare dal Medio Oriente quasi l’80% del proprio fabbisogno energetico.
Ciò spiega l’allarme destato dalla comparsa della presenza cinese nel bacino. È un allarme che ha motivazioni storiche, come il ricordo della pesante sconfitta patita nel 1962 a opera della Repubblica Popolare; oppure strategiche, dal momento che le intese economiche e infrastrutturali siglate da Pechino con altri attori della regione (Myanmar, Pakistan, ma anche Sri Lanka e da ultimo Gibuti) agitano lo spettro di un accerchiamento ai danni del subcontinente che, in un futuro, potrebbe pregiudicare la continuità delle rotte commerciali indiane e intaccare la sicurezza del Paese. Agli accordi si aggiungono i dispiegamenti sempre più frequenti di unità della Marina militare cinese a ovest dello Stretto di Malacca, iniziati nel 2008 con la prima delle 20 operazioni anti-pirateria al largo del Corno d’Africa, fra i quali sono le campagne dei sottomarini a destare le maggiori preoccupazioni per la loro capacità, anche solo potenziale, di colpire le tratte commerciali.
Non è dunque un caso se l’India stia puntando fortemente sul rafforzamento delle proprie capacità antisom all’interno di un ambizioso programma di modernizzazione navale che vuole trasformare la flotta in una moderna marina d’alto mare. Entro il 2020, Nuova Deli intende mettere in campo 3 gruppi da battaglia di portaerei e schierare non meno di 160 unità fra navi di superficie, sottomarini e naviglio minore: è una sfida senza precedenti sul cui esito pendono però delle incognite decisive, come la capacità di rimpiazzare il gran numero di unità obsolete tuttora in servizio e di lavorare adeguatamente sulla qualità dell’elemento umano, messa in dubbio negli anni da una grave sequela di incidenti come incendi, collisioni e persino autoaffondamenti. Il controllo degli stretti è parte integrante di questa strategia di rilancio marittimo: soprattutto a est, con gli accordi di cooperazione con i Paesi affacciati sullo Stretto di Malacca (Malesia, Indonesia e Singapore) e il potenziamento delle infrastrutture militari sulle isole Andamane e Nicobare nel Golfo del Bengala, vero e proprio avamposto su un passaggio attraversato ogni giorno da oltre 15 milioni di barili di greggio.
Al pari dell’India, anche la Cina dipende fortemente dalle importazioni di idrocarburi dal Medio Oriente (l’82% del totale nel 2012), benché nel suo caso la geografia marittima sia molto meno favorevole. Per raggiungere i porti della Cina continentale, le rotte che muovono dal Golfo Persico devono solcare le acque sottoposte all’influenza di altre potenze: è il caso di quelle che bagnano le coste del subcontinente indiano o che corrono lungo gli 800 chilometri dello Stretto di Malacca. Di qui le iniziative volte a rafforzare le relazioni con alcuni attori del bacino, per meglio tutelare i propri interessi economici nella regione. Oltre agli accordi di collaborazione con le autorità portuali di Myanmar, Bangladesh, Sri Lanka, Maldive, Tanzania, Kenya e Gibuti, su tutti svetta quello che ha ufficializzato il controllo del porto pakistano di Gwadar per i prossimi 40 anni da parte di una società statale cinese.
Proprio l’intesa Pechino-Islamabad è quella che più preoccupa Nuova Deli. Il Pakistan è il partner internazionale con cui la Repubblica Popolare ha intessuto i rapporti più stretti, culminati di recente nel progetto per un corridoio economico (China Pakistan Economic Corridor) fra la regione occidentale cinese dello Xinjiang e il porto pakistano di Gwadar che permetterebbe a Pechino di avere uno sbocco diretto sul mare Arabico. La ristrutturazione dell’infrastruttura portuale è guardato con grande preoccupazione a Nuova Delhi anche perché in prospettiva garantirà alla Repubblica Popolare un punto d’appoggio regionale perfettamente attrezzato per ospitare i propri battelli, localizzato in prossimità di un’area strategica come il Golfo.
Gwadar, infatti, sarebbe solo una delle dieci “perle” che il governo cinese ha intenzione di realizzare per dar forma a quel filo immaginario che dovrebbe permettere a Pechino di consolidare la propria presenza nell’Oceano Indiano e, conseguentemente la propria capacità di proiezione al di fuori del tradizionale giardino di casa.
Sul mare, gli interessi strategici della Cina sono incentrati sulla tutela delle proprie rivendicazioni territoriali in Asia Orientale e sulla necessità di assicurare la difesa del Paese da eventuali minacce provenienti dal fianco marittimo. Sebbene ad oggi sia difficile parlare di un interesse egemonico della Cina nell’Oceano Indiano, è innegabile come l’espansione degli interessi economici cinesi oltremare non farà che accrescere le richieste per una maggiore presenza della propria Marina militare in aree distanti per proteggere i cittadini, gli investimenti e le vie marittime della Repubblica Popolare.
È per questo motivo che si può ritenere come l’avanzata cinese nell’Oceano Indiano risponda soprattutto all’esigenza di rendere meno oneroso il proprio sforzo logistico a lungo raggio, sia in termini militari (è il caso delle operazioni antipirateria al largo del Corno d’Africa e della futura base navale a Gibuti) sia economico-commerciale, colmando almeno in parte lo svantaggio geografico di cui soffre in campo marittimo. La capacità indiana di leggere e rispondere a questa penetrazione determinerà l’evoluzione dei rapporti fra le due potenze, che rischiano l’avvitamento se Nuova Deli dovesse concludere che dietro alle manovre di Pechino si celi un disegno finalizzato a intaccarne l’influenza regionale, magari con l’aggravante del supporto pakistano.
Come la Cina, anche l’India guarda con apprensione alle rotte che fluiscono dal Golfo Persico. Ma ciò spiega solo in parte il processo di modernizzazione che ne interessa le forze navali, dettato dall’ambizione di raccogliere l’eredità della Royal Navy britannica e dalla volontà di presentarsi come la nuova potenza di riferimento per l’area. In questo sarà avvantaggiata dalla relazione con Washington, che si sta rafforzando: nel breve termine, gli interessi indiani e statunitensi paiono destinati a convergere, fondati come sono sull’esigenza di assicurare la libertà dei mari, delle tratte commerciali ed energetiche in un’area che sta assumendo un ruolo centrale per il mantenimento del benessere e della stabilità economica globale.