25 GENNAIO 2017
La Turchia di fronte al presidenzialismo
DI Lorenzo Marinone

Il 21 gennaio, il Parlamento turco ha approvato un pacchetto di 18 emendamenti alla Costituzione che modifica profondamente l’assetto istituzionale in direzione di un presidenzialismo forte. Si tratta della più profonda trasformazione della Repubblica fin dalla sua fondazione, quasi 100 anni fa. Infatti, il provvedimento non introduce soltanto un regime presidenziale, ma disegna un’architettura istituzionale dove alcuni tra i più importanti pilastri dei sistemi democratici, quali la divisione dei poteri e il sistema di pesi e contrappesi, sembrano venir meno ad esclusivo vantaggio del potere esecutivo e della figura del Capo dello Stato.
Ad ogni modo, la riforma costituzionale ha ottenuto 339 voti, superando così la soglia per sottoporlo a un referendum popolare, che si dovrebbe tenere a marzo-aprile. Presentato all’Assemblea dal Partito Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP), la formazione di maggioranza che sostiene l’esecutivo monocolore guidato dal Primo Ministro Binali Yildirim, il testo della riforma è stato redatto di comune accordo con il Partito del Movimento Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi, MHP). Pur senza far parte del Governo e benché, tradizionalmente, non abbia mai appoggiato una svolta verso il presidenzialismo, all’indomani del fallito colpo di Stato del 15 luglio scorso la formazione guidata da Devlet Bahçeli ha deciso di sostenere l’iniziativa, fortemente voluta dall’attuale Presidente Recep Tayyip Erdoğan.
Con l’approvazione in Parlamento della riforma della Costituzione la parabola politica di Erdoğan si avvia verso il suo culmine. L’introduzione del presidenzialismo forte figura tra i principali obbiettivi della sua azione politica fin dai primi anni di governo alla guida dell’AKP, al potere dal 2002. In questo lungo periodo, la prospettiva di una così profonda trasformazione delle istituzioni statali e della concentrazione dei poteri nella sola figura del Presidente ha alimentato a più riprese l’opposizione da parte delle componenti più legate alla tradizione kemalista, dalle Forze Armate al Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP). In tempi più recenti, la sempre più netta propensione dell’AKP verso l’autoritarismo e l’islamizzazione della società ha allargato ulteriormente il fronte di opposizione alla riforma costituzionale, fino a includere virtualmente tutti quei segmenti di popolazione che si riconoscono in una Turchia secolarizzata, percepiscono un pericolo per lo Stato di diritto o sposano un’ideologia nazionalista che, nella storia contemporanea del Paese, non ha avuto forti commistioni con la religione.
Nonostante negli ultimi anni il progetto presidenziale di Erdoğan non abbia raccolto un consenso vasto e trasversale, inducendo il Presidente ad attendere tempi più maturi per presentarlo ufficialmente, esso ha ricevuto un’accelerazione decisiva in seguito al fallito colpo di Stato. Infatti, la lunga e drastica fase di epurazioni avviata all’indomani del golpe ha permesso al Presidente di depotenziare qualsiasi iniziativa delle opposizioni. Mentre dalle principali istituzioni sono stati allontanati decine di migliaia di quadri statali ritenuti a vario titolo legati ai golpisti, tramite l’uso di strumenti emergenziali e un’interpretazione sempre più ampia dell’accusa di terrorismo sono stati colpiti sia le opposizioni politiche come il Partito Democratico dei Popoli filo-curdo (Halklarin Demokratik Partisi, HDP), sia vasti settori della società civile e i media non allineati all’AKP.
In questo senso, l’introduzione in tempi rapidi del presidenzialismo rappresenta l’esito e l’ideale conclusione della stagione di purghe seguita al golpe. Da un lato la riforma presidenziale costituisce quell’opera di legiferazione, più strutturata e sistematica rispetto ai decreti emanati durante lo stato d’emergenza, che appare necessaria affinché vengano meno le principali premesse che hanno portato al tentativo di colpo di Stato. Tra queste spiccano il ruolo di primo piano delle Forze Armate nella vita pubblica turca e la presenza all’interno delle istituzioni di elementi legati sia alla tradizione kemalista, sia all’organizzazione Hizmet di Fethullah Gülen. Dall’altro lato, tramite il controllo capillare e verticistico delle istituzioni, la riforma consente, in un’ottica di prevenzione, di impedire che potenziali avversari riescano ad inserirsi negli apparati dello Stato e a destabilizzare, nel prossimo futuro, il nuovo sistema di potere che vede al suo vertice il Presidente Erdoğan.
La nuova Costituzione rappresenta, nel complesso, un unicum nel panorama dei sistemi presidenziali. Al forte accentramento dei poteri nella figura del Presidente, infatti, non corrisponde un reale sistema di pesi e contrappesi e viene fortemente inficiato il principio della divisione dei poteri. Il potere esecutivo passa nelle mani del Presidente, cui sono sottoposti i Ministri, mentre viene contestualmente abolita la figura del Primo Ministro. Inoltre il Governo non necessita più di un voto di fiducia del Parlamento, i cui membri passeranno da 550 a 600 e potranno essere eletti da tutti i cittadini che hanno compiuto 18 anni (contro i 25 attuali).
Il potere legislativo appare fortemente ridimensionato: il Presidente potrà sciogliere il Parlamento, emanare decreti e rimanere allo stesso tempo a capo del partito di provenienza. Di fatto, quindi, anche l’azione politica dei partiti viene sminuita e schiacciata sull’adesione o meno alla linea dell’esecutivo. Di conseguenza, anche la durata della legislatura (che diventa di 5 anni) è sottomessa a quella della Presidenza. Le elezioni presidenziali e per il rinnovo del Parlamento devono avvenire simultaneamente, anche nella quasi totalità dei casi in cui si renda necessario un voto anticipato. In tal modo, l’eventualità che il Presidente non disponga di una maggioranza in Parlamento viene resa alquanto improbabile. Inoltre, se da un lato viene revocata l’immunità per il Presidente, dall’altro lato viene richiesta una elevata maggioranza parlamentare e più passaggi affinché possa essere rinviato a giudizio.
Quand’anche ciò accadesse, il Presidente sarebbe deferito ad un organo, come la Corte Suprema della Turchia (HSYK), su cui si avvia ad esercitare un profondo controllo. Infatti, metà dei suoi membri saranno scelti direttamente dalla Presidenza, mentre la restante metà verrà indicata dal Parlamento, verosimilmente espressione del partito del Presidente. Con questa modifica, Erdoğan riconduce sotto il controllo dell’Esecutivo la più alta autorità giudiziaria del Paese, già finita pesantemente nel mirino all’indomani del fallito golpe.
Tanto la discussione e il voto in Parlamento di questa riforma, quanto la fase di campagna referendaria già avviata che ha come orizzonte la consultazione popolare chiamata a confermarla o respingerla, contribuiscono ad un’ulteriore polarizzazione della scena politica. Tutto ciò in un Paese già fortemente sotto pressione a causa degli strascichi del tentativo di colpo di Stato e del clima di generale instabilità, dovuto al perdurante conflitto contro il gruppo separatista curdo PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Partîya Karkerén Kurdîstan) e alla lunga stagione di attentati che colpiscono da anni l’intero Paese, attribuibili sia a sigle dell’indipendentismo curdo e della galassia della sinistra eversiva, sia a cellule dello Stato Islamico (IS) presenti sul territorio.
La trasformazione della Turchia in una democrazia a forti tinte autoritarie appare come una minaccia per quei partiti, come il CHP e l’HDP, che rappresentano le principali forze di opposizione in Parlamento. Per la formazione filo-curda, da tempo accusata di connivenze con il PKK, appare inevitabile un’ulteriore stretta su deputati e quadri locali del partito, volta a svuotarlo dall’interno e renderlo sempre più marginale pur senza dichiararlo ufficialmente fuorilegge. Parimenti, per il CHP la nuova Costituzione rappresenta un allontanamento decisivo dalla tradizione kemalista e laica del Paese, di fronte al quale il partito si trova stretto tra la necessità di opporsi apertamente e senza reticenze al fine di non perdere consensi tra la sua tradizionale base elettorale, e il rischio che una reazione eccessiva fornisca ad Erdoğan l’occasione per passare ad una repressione ancora più dura.
Benché appoggi ufficialmente la riforma presidenziale e abbia fornito all’AKP i voti necessari per l’approvazione, anche l’MHP potrebbe dover fare i conti con una nuova fase di turbolenza interna e un’eventuale crisi di consenso. Infatti, il supporto garantito dal leader Bahçeli ad Erdoğan non solo non è stata una scelta condivisa tra i vertici del partito, ma non sembra incontrare neppure vasto consenso tra l’elettorato dell’MHP. Esso appare più come il frutto di un accordo tra i due leader che potrebbe avere conseguenze rilevanti per la tenuta del partito. Oltre alle defezioni in aula al momento del voto sulla riforma, fin dalle elezioni suppletive del novembre 2015 Bahçeli è stato contestato da una nutrita fronda interna.
Benché negli ultimi mesi la situazione interna al partito nazionalista appaia meno caratterizzata da tensioni evidenti, l’appiattimento della linea del MHP su quella dell’AKP potrebbe fornire nuovi argomenti agli oppositori interni. Qualora essi riuscissero ad incanalare contro la leadership attuale del partito le diffidenze di parte dell’elettorato verso il presidenzialismo, l’MHP potrebbe andare incontro ad una scissione o assumere posizioni meno concilianti verso l’AKP. Va sottolineato che alcuni sondaggi rivelano che circa metà dell’elettorato dell’MHP sarebbe orientato a bocciare la riforma. In questo senso, il comportamento dell’elettorato nazionalista nell’imminente tornata referendaria potrebbe rivelarsi decisivo per la tenuta del partito. D’altronde, in caso di vittoria del sì al referendum, non sembra un’eventualità remota che il supporto garantito da Bahçeli a Erdoğan possa tradursi in un ingresso al Governo di alcuni esponenti dell’MHP. Tale eventualità potrebbe preludere, in prospettiva e alla luce del ridotto margine d’azione di cui godrebbero i partiti di opposizione con l’affermazione del presidenzialismo, ad un qualche tipo di alleanza più strutturata con l’AKP alle prossime elezioni.
Qualora entrasse in vigore, il futuro assetto presidenziale non potrà che avere importanti effetti anche nella dialettica interna dell’AKP, anche prima della sua effettiva implementazione con le elezioni legislative e presidenziali che si dovrebbero tenere nel 2019. Infatti, l’AKP è tutt’altro che una formazione monolitica nonostante l’influenza di Erdoğan riesca a conferirgli la necessaria unità. Tuttavia, l’assetto estremamente verticistico disegnato dalla riforma presidenziale, nel quale l’ultima decisione tanto sulla composizione dell’Esecutivo, quanto sulla distribuzione di cariche di rilievo nelle diverse istituzioni spetta in ultima battuta ad Erdoğan, potrebbe inasprire la conflittualità interna tra le diverse correnti. Inoltre, una tale concentrazione di poteri nella sola figura del Presidente, abbinata ad una crescente confusione tra partito e Stato, potrebbe presto trasformare tale conflittualità interna in una sorta di “lotta per la successione” a Erdoğan. Nonostante la riforma gli consenta ipoteticamente di conservare la Presidenza fino al 2029, ovvero per due mandati oltre a quello attuale, questa dinamica si svilupperebbe certamente ben prima di quella data.
Ad ogni modo, l’esito della consultazione referendaria appare, ad oggi, piuttosto incerto. I principali sondaggi indicano un distacco tra sì e no di pochi punti percentuali. Erdoğan potrebbe tentare ancora una volta, come già nel recente passato, di capitalizzare l’attuale fase di instabilità presentandosi come uomo dell’ordine e indicando nel presidenzialismo l’unica via d’uscita per il Paese. Tuttavia, ciò potrebbe non bastare per convincere l’elettorato più conservatore, tradizionale bacino di voti dell’AKP. Quindi, oltre alla questione della sicurezza e della difesa della patria dagli avversari interni ed esterni (temi ampiamente presenti nella retorica del Presidente, soprattutto in seguito al golpe), nell’immediato futuro Erdoğan potrebbe concedere uno spazio maggiore a temi legati alla religione e prospettare un proseguimento ancora più deciso sulla strada dell’islamizzazione.
In caso di bocciatura del referendum costituzionale, il Presidente si troverebbe di fronte alla sua prima, grande sconfitta politica. Benché indebolito, è estremamente improbabile che questo scenario preluda ad un’uscita di scena di Erdoğan. Se, da un lato, una vittoria del no agiterebbe l’AKP e potrebbe conferire nuovo vigore alle opposizioni, dall’altro lato il Presidente dispone ancora di 2 anni prima della scadenza naturale del suo mandato che può impiegare per contenere le spinte centrifughe interne al suo partito e adottare politiche sempre più caratterizzate da accenti populistici, nel tentativo di ritrovare quella necessaria sintonia con l’elettorato che ha saputo mantenere e orientare durante tutta la lunga stagione politica di cui è protagonista.