15 DICEMBRE 2016
Malema e la radicalizzazione sociale e politica nel Sudafrica di Zuma
DI Ludovico Pismataro

Il Sudafrica attraversa un periodo di forte crisi politica: l’ANC (African National Congress) governa con quasi due terzi dei seggi nel Parlamento ma è diviso al suo interno e travolto dagli scandali e il suo leader, nonché Presidente del Paese, Jacob Zuma, fatica a rimanere al potere. Il Paese, la cui economia appare ancora troppo dipendente dalle materie prime, si trova ad affrontare una preoccupante crescita della disoccupazione giunta al 25%. La conseguenza di questa situazione critica è stata la forte erosione del consenso dei tradizionali partiti di potere, che ha lasciato spazio ai movimenti di opposizione, tra i quali l’EFF (Economic Freedom Fighters) di Julius Malema merita particolare attenzione per il successo che ha avuto grazie alla sua retorica populista.
La carriera politica di Malema iniziò proprio nell’ANC, partito cui ora si oppone fieramente. Dopo qualche anno di militanza nella sezione del Limpopo, regione settentrionale dove è nato, Malema, nel 2008, divenne presidente della lega giovanile nazionale dell’ANC. Dopo un breve ma intenso periodo in cui fu uno dei fedelissimi di Zuma, dal 2010 cominciò ad allontanarsi dal partito e dal suo leader. Infatti, le dichiarazioni di Malema su alcuni temi sensibili, come la nazionalizzazione delle miniere e la questione agraria, cominciarono a diventare sempre più radicali e opposte rispetto alla posizione del Congress, che lo espulse nel 2012, accusandolo di ‘aumentare le divisioni interne’. Dopo l’espulsione, Malema, per circa un anno e mezzo, apparì sporadicamente sulla scena pubblica, criticando il governo per la strage di Marikana dell’agosto 2012, quando, per sedare uno sciopero in una miniera di platino, la polizia uccise 47 manifestanti, o facendo parlare di sé per alcuni viaggi in Zimbabwe, durante i quali prese apertamente posizione a favore del controverso Presidente Robert Mugabe. Il suo impegno politico ufficiale riprese il 26 luglio del 2013, quando, in una conferenza stampa a Soweto, con un basco rosso in testa, annunciò la fondazione dell’EFF, di cui sarebbe stato il ‘comandante in capo’.
Il manifesto dell’EFF si richiama al marxismo-leninismo e al fanonismo (corrente di sinistra del panafricanismo), guardando così alle origini delle lotte anti-apartheid. Propone, inoltre, di adottare i due cavalli di battaglia di Malema, gli stessi che gli erano costati l’espulsione dall’ANC: l’esproprio senza compensazione delle terre, misura che richiama apertamente la soluzione adottata in Zimbabwe dove, a metà anni 2000, quasi tutti i proprietari bianchi subirono l’esproprio violento e la nazionalizzazione delle miniere, proposta rafforzata dalle polemiche sulla strage di Marikana, e sostenuta dalla convinzione che le concessioni ai privati siano la causa delle sofferenze dei minatori. Il giovane leader ha insistito molto su questi temi controversi, concentrandosi sulla questione agraria, tema che riveste una grande importanza in un paese dove, nel 2009, 60.000 persone, in massima parte bianche, possedevano il 62% delle terre coltivabili. Nei suoi discorsi ai berretti rossi, Malema rivendica sempre il diritto di agire, anche violentemente, per attuare queste misure riforme.
Alle elezioni del 2014, le prime in cui l’EFF si è presentato, il ‘comandante in capo’ ha cercato di sfruttare la debolezza di Zuma, accusato di corruzione sia per la concessione di alcuni appalti militari nel periodo in cui era Vicepresidente, sia per lo scandalo di Nkadala, la località dove Zuma avrebbe ristrutturato la propria villa privata con denaro pubblico. Dopo una campagna elettorale in cui si sono distinti per il radicalismo delle proposte e dei toni, Malema e l’EFF hanno conquistato il 6% dei voti, pari a 25 seggi in Parlamento, diventando, così, il terzo partito dopo l’ANC e la Democratic Alliance (partito liberale e principale schieramento d’opposizione che sta rinnovando la sua immagine tradizionale di partito ‘bianco’). Il risultato non è di poco conto, perché l’EFF, pur rimanendo lontano dai primi due partiti, è riuscito a superare tutte le altre formazioni radicali che si erano presentate.
Buona parte del successo dei berretti rossi è dovuto a Malema e alla sua oratoria che evoca miti dell’immaginario panafricanista, come il già citato Fanon, la rivoluzione cubana e la figura di Thomas Sankara. Ma Malema ha usato tutte le sue abilità retoriche principalmente per accusare l’ANC di avere tradito la lotta contro l’apartheid , conscio della forte sensibilità, a questo argomento, da parte degli strati più vulnerabili e meno abbienti della popolazione. Infatti, nonostante il Congress abbia da sempre promesso grandi riforme, non ha voluto in alcun modo cambiare le strutture sociali del Paese. Denunciando questo ‘tradimento’, Malema è stato abile a presentarsi, fin da quando militava nell’ANC, come un ‘puro’ che incarnava il vero spirito della lotta all’apartheid la quale, secondo lui, sopravvive ancora oggi sotto altre forme.
Un altro aspetto importante della retorica dell’EFF è l’estrema violenza del linguaggio e la militarizzazione del movimento: il basco rosso, che i militanti indossano quando vanno ad ascoltare il loro ‘comandante in capo’, è solo uno dei simboli di un movimento che insiste sulla continua minaccia all’uso della forza per conseguire i suoi obiettivi. Del resto, la violenza ha sempre giocato un ruolo importante nell’azione politica di Malema: il controverso caso che lo portò a essere espulso dall’ANC fu scatenato dall’uso, durante le sue manifestazioni, della canzone popolare “shoot the boer” che incita alla violenza contro i boeri.
L’EFF fa dunque dell’opposizione a Zuma e all’ANC l’obiettivo principale delle proprie campagne. Negli ultimi mesi Il terreno principale sul quale si è consumato lo scontro è stato lo scandalo della villa di Nkadala. La vicenda è tornata alla ribalta recentemente: infatti, sebbene per anni il Presidente abbia negato il suo coinvolgimento, lo scorso aprile la Corte Costituzionale lo ha condannato a ripagare parte delle spese della ristrutturazione. La sentenza è una sostanziale vittoria dell’EFF: l’aver tenuto alta l’attenzione per molto tempo (il caso risale al 2009) ha fatto sì che la Corte si pronunciasse sulla vicenda. In questa confusa situazione, con Zuma che è stato difeso freddamente da alcuni membri del suo partito, le opposizioni hanno cercato di indebolire ulteriormente il Presidente, presentando la messa in stato d’accusa. Nonostante, com’era prevedibile, l’ANC non abbia sfiduciato il proprio leader in Parlamento, il ruolo e la popolarità di Malema come ‘puro’ ne sono uscite rafforzate.
Negli ultimi due mesi l’EFF sembra però, in qualche modo, avere alzato il tiro. Qualche giorno dopo il voto sull’impeachment, il leader ha dichiarato di essere pronto a rovesciare il governo con le armi. Conscio del suo rafforzamento e della contestuale debolezza di Zuma, Malema ha intensificato la sua campagna per la riforma agraria con un vigore maggiore rispetto al passato. L’antagonismo con Zuma sembra, addirittura, essere stato messo in secondo piano rispetto a questo obiettivo: in aprile Malema, parlando ad una manifestazione in memoria dell’attivista anti-apartheid Solomon Mahalngu, ha messo in guardia i suoi sostenitori, avvertendoli che il loro vero obiettivo non è rovesciare Zuma, ma riconquistare le terre rubate dai bianchi.
Resta da capire se le violente minacce di azione verranno attuate in futuro o se siano solo un artificio retorico per raggiungere il consenso. Malema è un leader molto carismatico e dalla retorica violenta, ma nonostante questo, almeno per ora, è rimasto all’interno del confronto democratico e non ha mai sfidato apertamente le istituzioni (ad esempio non ha più usato la canzone shoot the boer dopo il divieto). Tuttavia, questo atteggiamento potrebbe essere letto come paura della reazione delle istituzioni più che come rispetto. Malema cerca quindi di guadagnare forza alzando i livelli dello scontro, consapevole che il consenso, velocemente conquistato, potrebbe altrettanto velocemente sparire, rischiando di farlo diventare una delle tante meteore della politica sudafricana. Facendo così, però, corre il rischio che la sua violenta retorica gli sfugga di mano, radicalizzando l’intero partito. Malema, per la sua retorica razzista, è oggetto di feroci critiche da parte di molti settori della minoranza bianca, anche moderati. L’insofferenza della popolazione bianca, soprattutto afrikaner, nei confronti di questa retorica e la paura di un ‘Mugabe in Sudafrica’ non deve essere sottovalutata: un’eventuale reazione contro Malema potrebbe presto diventare un tema importante nello scenario politico della rainbow nation.