25 NOVEMBRE 2016
Geopolitical Weekly n.238
DI Ruggero Balletta

Corea del Sud
Il 23 novembre, il Ministro della Difesa sudcoreano, Han Min-koo, e l’ambasciatore giapponese in Corea del Sud, Yasumasa Nagamine, hanno firmato l’Accordo di Sicurezza Generale delle Informazioni Militari, un protocollo di cooperazione militare e di intelligence in grado di garantire la condivisione e lo scambio diretti di informazioni riguardanti la possibile minaccia nucleare e missilistica nordcoreana senza ricorrere all’intermediazione del governo degli Stati Uniti, come avvenuto sinora.
Il patto, che entrerà in vigore immediatamente, avrebbe dovuto essere firmato già nel 2012, ma i difficili rapporti bilaterali avevano sempre spinto il governo di Seoul a posticipare la decisione. La crescente imprevedibilità e i ripetuti test missilistici e nucleari compiuti dall’inizio dell’anno dal regime di Pyongyang hanno convinto Tokyo e Seoul a superare le divergenze. La conclusione dell’accordo, inoltre, sembrerebbe essere stata incentivata dall’incertezza della futura presenza militare degli Stati Uniti nella regione. In un momento in cui il Presidente eletto Donald Trump ha ipotizzato una rimodulazione delle tradizionali alleanze nel Pacifico, i due storici alleati di Washington sembrano aver cercato un primo banco di prova su cui testare la cooperazione bilaterale su una materia, quale la minaccia nordcoreana, che rappresenta una priorità per entrambi i governi.
L’accordo ha suscitato malumore da parte della Cina, che guarda sempre con grande attenzione ad un eventuale cambiamento dei rapporti di forza all’interno dell’Asia nord-orientale. Pechino aveva già fortemente criticato la decisione da parte della Corea del Sud di installare sul proprio territorio il sistema antimissilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense System), prevista per la fine del 2017.


Malesia

Sabato 19 novembre, decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Kuala Lumpur per chiedere le dimissioni del Premier Najib Razak. Il Primo Ministro malese è accusato di aver sottratto oltre un miliardo di dollari dal fondo denominato “1 Malaysia Development Berhad” (1MDB), utilizzato dal governo per il finanziamento di progetti di sviluppo economico nazionale. Dal 1MDB, fondato e supervisionato dal Primo Ministro Najib, sarebbero stati sottratti circa 3 miliardi, di cui 731milioni sono stati ritrovati sul conto personale del Premier.
I manifestanti, esponenti del movimento contro la corruzione conosciuto come Bersih (, letteralmente “pulito”, noto anche come Coalizione per Elezioni Chiare e Trasparenti) si sono ritrovati nel centro della capitale per richiedere le dimissioni di Razak. Tra i leader della manifestazione che hanno pronunciato dure accuse contro il premier è emersa la figura del mentore di Najib, l’ex Premier Mahathir Mohamad, che ha definito corrotto l’attuale governo. La repressione del governo malese è stata molto dura: infatti, durante le manifestazioni sono state arrestate 8 persone legate a Bersih, fra cui la Presidentessa del movimento Maria Chin Abdullah.
Nonostante le manifestazioni di sabato avranno difficilmente effetti diretti sulla tenuta del governo, un’eventuale prosecuzione delle proteste potrebbero portare ad un inasprimento delle tensioni nella capitale. Intorno al Premier Najib, infatti, si sono stretti sia esponenti del governo, quali il Ministro degli Esteri Sri Azalina Othman Said, sia i sostenitori di Najib, le così dette magliette rosse, che hanno minacciato di scendere in piazza con il movimento Berish per difendere il Primo Ministro. Già lo scorso ottobre, infatti, in occasione del decimo anniversario della fondazione di Berish, le manifestazioni contemporanee dei due gruppi sono degenerati in episodi di violenza

Marocco
Nel mese di novembre Re Mohammed VI ha intrapreso una serie di viaggi di Stato in diversi Paesi africani con l’obiettivo di consolidare un fronte politico-diplomatico funzionale a sostenere il rientro del Marocco nell’Unione Africana.
Il tour diplomatico, partito dal Rwanda, ha toccato in seguito Tanzania, Etiopia e Madagascar e ha visto il Re partecipare a numerosi summit e conferenze, nonché ha permesso la firma di numerosi accordi bilaterali con i governi dei diversi Stati visitati. Il Marocco uscì dall’Unione Africana nel 1984, in segno di protesta contro il riconoscimento da parte dell’allora Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) dell’autoproclamata Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi, meglio conosciuta come Sahara Occidentale. Ad oggi l’Unione Africana, erede dell’OUA, continua a riconoscere il Sahara Occidentale come Stato de facto e ha più volte richiesto che venga indetto un referendum per verificare la reale volontà del popolo Saharawi a perseguire l’autodeterminazione e l’indipendenza dal Marocco.
A questo proposito, la decisione di Re Mohammed VI di rientrare nell’Unione Africana non vuole significare un netto cambiamento di posizione sulla questione dei Sahrawi, bensì rappresenta il tentativo di promuovere una linea compromissoria, basata sull’equilibrio tra autodeterminazione e integrità territoriale, che sfoci possibilmente nella concessione dello status di regione autonoma per il Sahara Occidentale. Infatti, dopo essere stato messo alle strette sulla questione referendaria anche dalle Nazioni Unite, al momento favorevoli all’indipendenza della regione, Mohammed VI si è reso conto che il Marocco era rimasto tagliato fuori da una organizzazione regionale di notevole importanza e forza diplomatica sul palcoscenico regionale e mondiale, comportando una perdita di potere negoziale notevole per il suo Paese.
Qualora Mohammed VI riuscisse a riportare il Marocco all’interno dell’Unione Africana, potrebbe sfruttare l’attuale propensione dell’Organizzazione a tutelare l’integrità territoriale dei singoli Stati e ad evitarne lo smembramento per esercitare una notevole pressione sul POLISARIO (Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro) per spingerlo ad accettare la proposta autonomista del Marocco o addirittura convincere l’Unione Africana o a ritirare la membership del Sahara Occidentale o a privarlo dello status di Stato de facto. Qualora questo progetto andasse in porto, il Marocco potrebbe guadagnare l’appoggio degli Stati Africani anche in sede ONU al fine di modificare la postura del Palazzo di Vetro sul dossier del Sahara Occidentale.


Siria

Alle 3:30 del mattino del 24 novembre, nei pressi della città di al-Bab, nel nord del Paese, 3 soldati turchi hanno perso la vita ed altri 10 sono rimasti feriti a seguito di un attacco dell’Aeronautica militare siriana. L’episodio in questione rappresenta il primo caso di scontro diretto tra le truppe di Ankara e quelle di Damasco nel teatro di guerra siriano.
La presenza turca in Siria risale al 24 agosto scorso, quando il Presidente Recep Tayyp Erdogan, in appoggio alle forze di opposizione ad Assad, ha lanciato l’operazione “Scudo dell’Eufrate” finalizzata alla neutralizzazione delle milizie, delle basi logistiche, dei mezzi e degli equipaggiamenti dello Stato Islamico nel nord della Siria e contestualmente frenare l’avanzata delle unità curde siriane dello YPG (Yekîneyên Parastina Gel‎, Unità di Protezione Popolare) accusate di condurre operazioni terroristiche in Turchia in coordinamento con il PKK (Partiya Karkerên Kurdistanê, Partito dei Lavoratori del Kurdistan).
Dopo aver preso la città di Jarabulus, le Forze Armate turche vorrebbero ora espugnare al-Bab, per poi dirigersi verso la città di Manbji, attualmente controllata dal gruppo ribelle a maggioranza curda dello SDF (Syrian Democratic Forces), nel tentativo di creare così una “zona cuscinetto” nel nord della Siria a protezione di una parte del confine meridionale turco.
Questo sconfinamento turco in territorio siriano si contrappone inevitabilmente alla campagna militare di Assad e dei suoi alleati, volta alla riconquista dei territori del nord del Paese attualmente occupati dalle forze ribelli e dallo Stato Islamico. L’episodio potrebbe rappresentare l’inizio di un ulteriore escalation militare nella regione, soprattutto se avranno seguito le dichiarazioni del Primo Ministro turco Yildirim, che ha affermato che all’attacco siriano seguirà un’azione di rappresaglia da parte di Ankara. Appare opportuno ricordare che le forze governative di Assad godono di un’importante sostegno militare russo, incentrato sulle basi navale ed aerea di Tartus e Hmeimim/Latakia e sul gruppo navale della portaerei Kuznetsov. Se Ankara decidesse di scontrarsi direttamente con Damasco, ciò potrebbe comportare un coinvolgimento diretto di Mosca a difesa e sostegno dell’alleato siriano che, oltre ad aggravare il già complesso conflitto siriano, potrebbe avere delle conseguenze su un piano internazionale più alto vista la presenza nel teatro d’operazioni anche di Stati Uniti, Iran e milizie libanesi di Hezbollah.

Somalia
Il Colonnello keniota Joseph Kibet, portavoce della missione dell’Unione Africana AMISOM (African Union Mission in Somalia) ha dichiarato che saranno necessarie ulteriori 4.000 truppe, oltre alle 21.129 già schierate, per liberare le rimanenti zone del Paese ancora sotto il controllo di al-Shaabab e impedire attacchi del gruppo jihadista durante le prossime elezioni parlamentari.
Le unità addizionali si dovrebbero unire a quelle già presenti di Etiopia, Kenya, Uganda e Burundi che tuttora operano molto al di sotto delle reali necessità della missione, individuate in uno schieramento di circa 49.000 uomini.
Secondo alcune fonti dell’Unione Europea, tra i principali finanziatori di AMISOM, al momento non ci sarebbero fondi sufficienti per garantire la copertura finanziaria ad un incremento di 4.000 uomini, mentre altre fonti riportano che le risorse sarebbero disponibili ma non potrebbero essere impiegate perché non sono stati ancora individuati Paese disposti a contribuire con le proprie truppe.
La reticenza da parte degli Stati africani a mettere a disposizione altri soldati è da ricercare nel ritardo nell’accredito dei pagamenti verificatosi negli ultimi mesi, dopo che l’Unione Europea ha tagliato i fondi alla missione di circa il 20%. Tali ritardi hanno suscitato le proteste dei Paesi contributori, in primis il Burundi, che hanno minacciato l’abbandono immediato della missione. Una simile evenienza potrebbe minacciare sensibilmente il pericolante processo di stabilizzazione della Somalia e la neutralizzazione di al-Shabaab, gruppo jihadista resiliente e redivivo nonostante le copiose perdite territoriali ed umane subite negli ultimi anni. Qualora AMISOM fosse costretta a ridimensionare il numero dei propri soldati o addirittura a cessare di esistere, la Somalia perdere il suo principale strumento di protezione dall’insorgenza di al-Shabaab che, in questo modo, potrebbe rapidamente tornare a riconquistare le posizioni e l’influenza perdute negli ultimi anni.