18 NOVEMBRE 2016
Geopolitical Weekly n.237
DI Ruggero Balletta

Afghanistan
Il 12 novembre un attentatore suicida ha fatto detonare il proprio ordigno esplosivo all’interno della base statunitense di Bagram, situata a circa 60km dalla capitale Kabul. L’esplosione si è verificata nella zona della base dedicata alla mensa e ha provocato quattro morti e circa 17 feriti. Non è la prima volta che la base di Bagram è oggetto di un attacco, ma finora gli assalitori non erano mai riusciti a superare il perimetro di sicurezza esterno. Secondo le ricostruzioni dei militari statunitensi, l’attentatore sarebbe riuscito a confondersi tra il personale afghano che lavora nella base, eludendo così i controlli di sicurezza. L’attacco è stato rivendicato dai talebani attraverso il loro portavoce Zbihullah Mujahid, mentre il Presidente afghano Mohammad Ghani ha duramente condannato il gesto in una dichiarazione rilasciata ai media locali e internazionali. La rivendicazione arriva a pochi giorni di distanza da un altro attentato che ha avuto come obiettivo il consolato tedesco di Mazar-el-Sharif, dove un camion bomba è stato fatto detonare all’esterno dell’edificio. Anche in questo caso il gesto è stato rivendicato dai talebani, che hanno definito l’attacco come una esplicita ritorsione contro i raid aerei americani dell’ultimo mese nella provincia di Kunduz, che hanno provocato circa 100 morti fra i civili. L’esplosione non ha provocato feriti o morti fra il personale diplomatico, ma ha ucciso 7 civili afghani e ha ferito altre 128 persone che si trovavano all’esterno dell’edificio e sono state investite dai detriti della detonazione.
Questi due attentati avvenuti in un così breve lasso di tempo evidenziano come in Afghanistan ci sia ancora una grande difficoltà nel controllare l’insurrezione talebana, che si traduce in un grave problema per la sicurezza interna del Paese. A questo proposito l’amministrazione Obama ha fatto richiesta al Congresso di procedere ad ulteriori stanziamenti di fondi e di dispiegamento di uomini per riportare le zone occupate dai talebani sotto il controllo del governo di Ghani. Gli sforzi della coalizione internazionale si scontrano con le lotte politiche interne al governo di unità nazionale afghano, con il Parlamento che nei giorni scorsi ha sfiduciato il Ministro degli Esteri, Salahuddin Rabbani, il Ministro dei Lavori Pubblici, Mahmood Baligh, e il Ministro degli Affari Sociali, Nasreen Oryakhel. Il voto di sfiducia è stato giustificato dagli scarsi risultati raggiunti dai tre Ministri nello svolgimento delle loro mansioni.

Bulgaria

Il 13 novembre si è tenuto il ballottaggio per le elezioni presidenziali. Il Generale riservista dell’Aeronautica Militare Ruman Radev è risultato vincitore con il 59% delle preferenze, sconfiggendo così Tsetska Tsacheva, candidata appoggiata dal partito conservatore di governo GERB (Graždani za evropejsko razvitie na Bǎlgarija, Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria), fermatasi al 36%. Il Presidente eletto Radev, presentatosi come candidato indipendente, è stato sostenuto dall’opposizione di sinistra guidata dal BSP (Bulgarska sotsialisticheska partiya, Partito Socialista Bulgaro).
Radev è riuscito ad assicurarsi la maggioranza dei voti grazie ad uno spiccato criticismo sia verso il suo predecessore Rosen Plevneliev che verso il Primo Ministro Boyko Borisov, entrambi espressione del GERB, accusati di non aver intrapreso alcuna azione incisiva per combattere la corruzione, una delle principali piaghe sociali e politiche del Paese. Inoltre, il neo Presidente ha capitalizzato il malcontento popolare dovuto alla crisi economica ed ha fatto propria una retorica anti-europeista, aprendo al dialogo con Mosca e condannando le sanzioni imposte da Bruxelles al Cremlino all’indomani dell’annessione della Crimea nel 2014, l’escalation delle tensioni tra NATO e Russia, e la strategia di Bruxelles riguardo l’accoglienza dei migranti e dei profughi.
Infatti, il raffreddamento delle relazioni euro-russe e la vicendevole imposizione di sanzioni commerciali e finanziarie ha inferto perdite non trascurabili all’economia bulgara, ancora legata all’interscambio con il Cremlino ed ha suscitato alcune preoccupazioni nella popolazione. In questo senso, non bisogna dimenticare che Sofia lamenta una notevole dipendenza dal gas russo, pari a circa il 90% del proprio fabbisogno, importa il 12% dei beni da Mosca e realizza notevoli profitti grazie al turismo proveniente dalla Russia. Dunque, un ulteriore peggioramento dei rapporti tra Bruxelles e il Cremlino potrebbe tradursi in corrispondenti restrizioni economiche in grado di danneggiare ancora di più il comparto produttivo nazionale. Come se non bastasse, non si può ignorare il legame storico-culturale che avvicina Mosca e Sofia e che ha parzialmente reso le politiche anti-russe dell’Unione Europea invise alla popolazione civile.
Conseguentemente alla vittoria di Radev, il Premier Borisov ha annunciato le proprie dimissioni considerando il voto popolare come un atto di sfiducia nei confronti delle politiche attuate dall’esecutivo.
La caduta del governo potrebbe aprire una seria crisi istituzionale, dato che fino al 22 gennaio 2017, quando Radev entrerà ufficialmente in carica, il Parlamento non potrà essere sciolto e quindi non potranno essere indette elezioni anticipate. Nonostante la carica di Presidente della Repubblica sia essenzialmente onorifica, in Bulgaria le elezioni presidenziali costituiscono un affidabile barometro sullo schieramento generale dell’elettorato in vista delle prossime elezioni politiche. Conseguentemente si può analizzare come l’elezione di Radev potrebbe costituire un segnale sulla possibile vittoria di una coalizione guidata dal BSP e sulla conseguente formazioni di un esecutivo meno europeista di quello guidato dal GERB.


Giappone
Il 17 novembre il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe si è incontrato con il Presidente eletto Donald J. Trump a New York, per discutere del futuro delle politiche statunitensi nell’area dell’Asia-Pacifico. Abe è stato il primo leader internazionale a incontrarsi con il neoeletto Presidente americano prima del suo insediamento ufficiale. L’urgenza dell’incontro tra i due leader sembra essere stata dettata dalle preoccupazioni sorte tra gli alleati di Washington sul futuro delle relazioni trans-pacifiche in seguito alla vittoria del magnate alle presidenziali. Infatti, il Presidente eletto in campagna elettorale aveva ipotizzato il ritiro delle forze statunitensi dall’area qualora il governo di Abe non dovesse accettare l’eventuale richiesta di partecipare alle spese di mantenimento dei contingenti di stanza in Giappone. Inoltre il Premier giapponese ha cercato rassicurazioni sul destino del Trans Pacific Partnership (TPP), accordo commerciale fra gli Usa e i così detti Paesi della Pacific Rim (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù Singapore e Vietnam), che il governo giapponese considera prioritario per la propria politica economica, ma che Trump ha dichiarato di non voler implementare. Nonostante il paventato disimpegno dall’area, il Pacifico ha per gli Stati Uniti un’importanza sia strategico-militare, in funzione anticinese, sia commerciale, dato che le rotte commerciali che partono da quel quadrante portano nelle casse degli Usa circa 5 triliardi di dollari l’anno. Più che un ridimensionamento della presenza americana nella regione, dunque, appare plausibile ipotizzare che il futuro Presidente statunitense richiederà agli alleati regionali di rimodulare il proprio contributo per supportare una presenza militare che è considerata vitale da tutte le parti in causa. Per quanto sia Abe sia Trump abbiano dichiarato la propria soddisfazione, entrambi hanno mantenuto il massimo riserbo sugli esiti dell’incontro. Ogni eventuale considerazione fatta in questa occasione, infatti, dovrà poi trovare un effettivo riscontro nelle future scelte politiche della nuova Amministrazione statunitense. Cruciale potrebbe essere la scelta del Segretario di Stato e del Segretario alla Difesa, in merito alla quale però il Trump non ha ancora espresso una preferenza.


Moldova
Il 13 novembre, Igor Dodon, leader del Partito Socialista della Repubblica di Moldova (PSRM), ha vinto ballottaggio nelle elezioni presidenziali con il 52% dei voti, sconfiggendo Maia Sandu, candidato del Partito di Azione e Solidarietà (PAS), che si è fermata al 47% delle preferenze. Dodon è il primo Presidente eletto direttamente dal popolo dal 1996, dopo che una statuizione della Corte Costituzionale del 4 marzo scorso aveva stabilito che l’elezione del Capo dello Stato da parte del Parlamento era da considerarsi incostituzionale.
Il nuovo Presidente, che subentrerà a Nicolae Timofti, è una personalità di lungo corso nella politica moldava, avendo già occupato la carica di Ministro per il Commercio e l’Economia tra il 2006 e il 2009, nonché la carica di Vicepremier durante il governo di Zinaida Greceanîi fra il 2008 e il 2009.
In generale, la linea politica di Dodon e del PSRM viene considerata conciliante e di profonda apertura verso la Russia, uno dei maggiori partner commerciali e finanziari di Chişinău. Infatti, il Partito Socialista ha costantemente avvocato l’ingresso della Moldova nell’Unione Eurasiatica, progetto di integrazione politico-economica tra i Paesi dell’ex-Unione Sovietica patrocinato e promosso da Mosca. Viceversa, il PAS si è distinto per la sua politica marcatamente filo-europeista e per la volontà di entrare a far parte dell’Unione Europea, come dimostrato dalle negoziazioni per la conclusione dell’Accordo di Associazione, iniziate nel 2014 e conclusesi positivamente il 1 luglio del 2016.
Dodon è riuscito ad accaparrarsi la vittoria sfruttando sia il malcontento popolare verso i partiti conservatori di governo, travolti da una scandalo di corruzione e appropriazione indebita di fondi statali per un 1 miliardo di dollari (pari a circa il 15% del PIL) sia la tradizionale e profonda divisione dell’elettorato tra filo-europeisti e filo-russi. In questo senso, il nuovo Presidente, pur avendo dichiarato che il Paese rispetterà gli accordi siglati con l’UE, ha altresì affermato che potrebbe indire un referendum per decidere il futuro dell’Accordo di Associazione.
Dodon dovrà interagire con un Parlamento privo di una maggioranza stabile. Infatti, nonostante il principale partito sia il PSRM (20,5% dei consensi e 25 seggi), il governo si regge su una fragile coalizione dei partiti filo-europei (Partito Democratico, Partito Liberale e Partito Liberal-Democratico) guidata, dal 20 gennaio scorso, dal Premier Pavel Filip. Dunque, tale situazione potrebbe ulteriormente inasprire le difficoltà politiche moldave e condurre ad una possibile crisi di governo. Inoltre, qualora il PSRM ed i suoi alleati dovessero aumentare il proprio sostegno popolare, il Presidente Dodon potrebbe sfruttare una simile congiuntura favorevole per cambiare i vettori di politica estera di Chişinău, congelando il processo di integrazione europea e riavvicinandosi sensibilmente al Cremlino.