17 NOVEMBRE 2016
Il ruolo del Kosovo nella crisi in Macedonia e le ombre criminali sulla sua classe politica
DI Matteo Pugliese

Nel 2015 il Kosovo ha vissuto la più grave crisi politica dalla proclamazione dell'indipendenza. Il casus belli è stato l'accordo con la Serbia per la creazione dell'Associazione delle municipalità serbe (ZSO), insieme a quello che ridefinisce i confini col Montenegro. Le opposizioni hanno cavalcato i sentimenti nazionalisti e lo scontento popolare dovuto alla stagnazione economica. I principali partiti d'opposizione, l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) dell'ex premier Haradinaj e Vetëvendosje! (Autodeterminazione!), hanno bloccato i lavori parlamentari ad oltranza, arrivando a lanciare gas lacrimogeni in aula. Nel febbraio 2016 Ramush Haradinaj si è dimesso da deputato in polemica con le scelte del governo e coi metodi di ostruzionismo. Il Presidente della commissione parlamentare per la Sicurezza è suo fratello Daut.
Ma occorre fare un passo indietro per comprendere le rivalità politiche del Kosovo e la longa manus sulla crisi che ha travolto le istituzioni in Macedonia. Infatti l’ex Premier macedone Gruevski avrebbe usato le intercettazioni ordinate da suo cugino Sašo Mijalkov, ex capo dei servizi segreti, per fini politici. Un accordo mediato dall’Unione Europea avrebbe dovuto portare ad elezioni anticipate, ma la situazione resta caotica e incerta.
La giovane classe dirigente kosovara si è forgiata nella guerra di indipendenza. Il movimento di liberazione era maturato attorno ad alcuni gruppi paramilitari, il popolare Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UCK) e le meno note Forcat e Armatosura të Republikës së Kosovës (FARK) del Presidente Rugova, detto il “Gandhi dei Balcani”. Sino alla metà del 1998 le azioni dell’UÇK erano condannate dall’Occidente come atti di terrorismo, ma il 24 giugno l’inviato americano Richard Holbrooke si recò nel caposaldo di Junik per dei colloqui coi guerriglieri, sdoganando il movimento indipendentista.
L’UÇK riceveva finanziamenti dalla diaspora albanese tramite donazioni volontarie ma anche con estorsione e traffico di droga, che era convogliata a Prizren, Tetovo e Peć/Peja, diretta nei porti di Durazzo, Dulcigno o Antìvari con destinazione Italia. Negli anni Novanta la criminalità schipetara traeva profitti annui di 7 miliardi di dollari da prostituzione e traffico di persone. La stessa rete servì da ossatura logistica dell''UÇK e al reclutamento dei kosovari in Svizzera e Germania. Molti di questi emigrati si riversarono nelle fila del movimento di liberazione. Dunque una delle matrici dell’attuale classe dirigente kosovara è senza dubbio questa.
Sin dai negoziati sulla guerra in Kosovo tenuti nel 1999 a Rambouillet, il giovane Hashim Thaçi era emerso come guida carismatica dell'UÇK, surclassando il Presidente Rugova. Nel 1999 si autonominò Primo Ministro del Kosovo con il placet americano. Da allora, la classe politica di Pristina è rimasta quasi la stessa, infatti il 26 febbraio 2016 Thaçi è stato eletto Presidente. A fine 2016 inizieranno i lavori della Corte Speciale sui crimini commessi dall'UÇK tra il 1998 e il 2001. La Corte, inquadrata nel sistema legale kosovaro ma con sede all’Aia, si fonda sul rapporto del senatore svizzero Dick Marty al Consiglio d'Europa e sull'inchiesta europea sul cosiddetto gruppo di Drenica, la fazione UÇK che faceva capo a Thaçi, accusata di crimini di guerra e contro l'umanità. Non è escluso il coinvolgimento dello stesso Presidente, da alcuni considerato responsabile del traffico di organi dei prigionieri serbi, espiantati in Albania nella nota casa gialla di Burrel o a Fushë-Krujë. Il rapporto Marty definisce Thaçi un esponente di spicco del mondo criminale kosovaro e cita documenti dei servizi italiani, tedeschi, inglesi e greci a suffragio di questa tesi.
Il bacino elettorale di Thaçi si concentra nella parte centro-orientale del Kosovo. Durante la guerra, la Lega democratica di Rugova e dell'attuale Premier kosovaro Isa Mustafa era collegata al Partito democratico di Sali Berisha, che controllava la parte nordorientale dell'Albania. Infatti Kosovo e nord dell’Albania fanno parte del ceppo linguistico e tribale dei gheghi, contrapposto a quello meridionale dei toschi. Invece gli Haradinaj erano legati al Partito socialista albanese di Fatos Nano. I contrasti politici sfociarono in faide claniche. Infatti i gheghi osservano con scrupolo il Kanun di Lekë Dukagjini, un antico codice consuetudinario che regola la vendetta di sangue.
La famiglia Haradinaj ha il suo feudo a Glodjane vicino Deçan/Dečani, nella parte occidentale del Kosovo chiamata Dukagjini o Metochia. Il 6 maggio 1997 il gruppo di Ramush Haradinaj subì un’imboscata dei serbi mentre trasportava armi dall’Albania al Kosovo e suo fratello Luan fu ucciso. Il 19 aprile 1999 un altro fratello, Shkëlzen, morì in battaglia vicino Dečani.
Il 24 giugno 1999 Daut Haradinaj catturò cinque guerriglieri delle FARK, la fazione armata concorrente, tra cui un membro del clan Musaj. I prigionieri morirono e nel 2002 Daut verrà condannato a cinque anni da una Corte internazionale. Ma nel frattempo si era scatenata la faida tra i due clan e nel luglio 2000 Ramush venne ferito al viso mentre attaccava coi suoi uomini la casa dei Musaj a Strellc. Fu evacuato a camp Bondsteel da un elicottero americano, nonostante fosse nel settore controllato dagli italiani. Nel 2004 Ramush fu eletto Primo Ministro del Kosovo ma dopo tre mesi si dimise per affrontare il processo per crimini di guerra all'Aia. Tuttavia 10 testimoni dell'accusa morirono misteriosamente e venne prosciolto. La faida coi Musaj toccò l’apice nel 2005, quando Enver Haradinaj, un altro fratello di Ramush, fu ucciso da sicari.
La situazione politica kosovara si intreccia con quella macedone sin dai tempi della guerra di indipendenza. Nell'inverno 1998 l'UÇK si impegnò con gli Stati Uniti a non estendere il conflitto alla Macedonia e in cambio ottenne armi dai servizi americani, tedeschi e croati. Tuttavia nel 2001 il conflitto etnico riesplose nella parte albanofona della Macedonia, con centinaia di morti a Tetovo e Kumanovo. Gli accordi di Ocrid posero fine agli scontri, ma solo fino al 2015.
Infatti, la notte del 21 aprile 2015 circa 40 veterani UÇK entrarono in Macedonia dal Kosovo e attaccarono la stazione di polizia di Gošince. Immobilizzarono le quattro guardie di frontiera e presero dall'armeria 65 fucili, tre mitragliatrici ed altro materiale. Il 9 maggio la polizia macedone condusse un'operazione a Kumanovo per cercare le armi rubate a Gošince. I guerriglieri si erano acquartierati proprio lì, nel quartiere di Divo Naselje, e tesero un'imboscata alla polizia. Negli scontri durati due giorni morirono otto uomini delle forze speciali macedoni e dieci ribelli. Tra i 28 superstiti arrestati, ben 18 erano cittadini kosovari, mentre gli altri 10 erano cittadini macedoni di etnia albanese. I dieci uccisi erano tutti kosovari.
Ali Ahmeti, leader del partito albanofono di Macedonia, ammise che durante i feroci combattimenti uno dei ribelli gli chiese al telefono di aprire un corridoio per fuggire verso il Kosovo. Inoltre aggiunse che nei mesi precedenti aveva mandato in Kosovo dei collaboratori per dissuadere alcune persone intenzionate ad alimentare un nuovo conflitto.
Alcuni indizi portano a Ramush Haradinaj, nonostante le sue ferme smentite. Infatti tra i ribelli morti a Kumanovo ci sono Xhafer Zymberi, già candidato per il partito AAK alle politiche del 2014, Mirsad Ndrecaj detto “comandante Nato”, che appare con l’amico Ramush in svariate foto, e Beg Rizaj detto Begu, sua ex stato guardia del corpo. Tra i sopravvissuti ci sono altri nomi storici dell'UÇK kosovaro, come Muhamed Krasniqi “comandante Malisheva”, Sami Ukshini “comandante Sokoli” e Deme Shehu “comandante Juniku”. Tutti provenienti dalla regione occidentale del Kosovo ed ex compagni d’arme di Daut Haradinaj.
Risulta perciò difficile credere a un complotto orchestrato del Premier Gruevski per distogliere l'attenzione dalla crisi politica, come sostengono alcuni. Il gruppo di Kumanovo era formato da veterani che difficilmente si sarebbero venduti, è invece possibile che siano stati ingannati, con la prospettiva di sfruttare il caos macedone ai fini della causa separatista. A Skopje è in corso il processo per terrorismo ai superstiti e alcuni di loro hanno denunciato torture da parte delle guardie carcerarie. I due procuratori dovranno risalire ai mandanti dell'insurrezione fallita e chiarire le responsabilità dietro al tentativo di destabilizzare il fragile equilibrio macedone.
La classe politica kosovara mantiene opachi legami con la criminalità e con ambienti eversivi. Occorre considerare che lo stesso Presidente Thaçi potrebbe essere travolto dal processo sui crimini di guerra, infatti a marzo il procuratore speciale David Schwendiman ha precisato che il Presidente del Kosovo non gode di immunità per l’eventuale violazione del diritto umanitario internazionale. Perciò in Kosovo potrebbe prevalere l’opposizione nazionalista e la sua linea dura contro la Serbia. Ma se Ramush Haradinaj tornasse al potere, potrebbe a sua volta venire indagato per gli scontri di Kumanovo, provocando ulteriore instabilità a Skopje e a Pristina, con ripercussioni su tutti i Balcani occidentali.