14 NOVEMBRE 2016
Turchia, le conseguenze dell’arresto dei vertici del partito curdo HDP
DI Lorenzo Marinone

Nella notte fra il 3 e il 4 novembre, le autorità turche hanno arrestato 11 deputati del Partito Democratico del Popolo (Halkların Demokratik Partisi, HDP), compresi i due co-presidenti, Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ. Per tutti l’autorità giudiziaria ha formulato l’accusa di terrorismo, giustificata in base al presunto supporto fornito al PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, Partito Curdo dei Lavoratori). L’incarcerazione dei vertici dell’HDP, terza forza rappresentata in Parlamento e principale punto di riferimento politico per le istanze della nutrita minoranza curda, minaccia di acuire la già grave fase di instabilità che la Turchia sta attraversando.
Il fallito colpo di Stato del 15 luglio scorso e le misure emergenziali messe in atto da allora hanno fornito un’accelerazione decisiva e una labile copertura legale ad un processo di crescente delegittimazione delle formazioni politiche curde. Insieme ai deputati dell’HDP è stata arrestata anche Sebahat Tuncel, co-presidente del Partito Democratico delle Regioni (Demokratik Bölgeler Partisi, DBP, non rappresentato in Parlamento). Nei mesi passati decine di sindaci delle città del sud-est anatolico a maggioranza curda, tutti esponenti dell’HDP e del DBP, sono stati arrestati con accuse simili e i municipi affidati a ufficiali nominati dal Governo. Infatti, le autorità di Ankara, dopo il tentato golpe, hanno tentato di stabilire un legame tra l’imam turco Fethullah Gülen, considerato il mandante del colpo di Stato, e il PKK, interpretando così ogni dichiarazione pubblica in favore di una maggiore autonomia locale dei politici curdi come un esplicito appoggio alla causa separatista. Il passaggio fondamentale per giungere all’incarcerazione di politici dell’opposizione, però, era avvenuto già a maggio, quando il Parlamento aveva approvato la sospensione dell’immunità per tutti quei deputati a carico dei quali erano in quel momento aperti dei procedimenti giudiziari. Attualmente i deputati dell’HDP posti sotto vigilanza dalla giustizia sono 47 su 59.
Una simile strategia potrebbe concretizzare il rischio di concreta estromissione dell’HDP dalla scena politica della Turchia. Tale avvenimento sarebbe di assoluta rilevanza, dal momento che si situerebbe all’incrocio di due dei più potenti elementi di tensione che caratterizzano oggi il Paese, entrambi fortemente divisivi e polarizzanti: il presidenzialismo forte inseguito dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan e la ripresa del conflitto con il PKK. Infatti, questi temi sono legati a doppio filo con il partito curdo. Da un lato, le politiche promosse dalla formazione curda, in particolare le richieste di maggiore autonomia e decentralizzazione nell’architettura amministrativa delle province, sono del tutto antitetiche all’accumulo di potere nella figura del Presidente e al conseguente meccanismo di ulteriore centralizzazione delle strutture burocratiche e istituzionali. Dall’altro lato, la nascita dell’HDP, nell’agosto del 2012, è coeva e collegata all’avvio del processo di pace tra Ankara e il PKK (ufficialmente denominato Çözüm süreci, Processo di soluzione), naufragato definitivamente nel luglio del 2015.
L’arresto di esponenti di spicco del più attivo partito di opposizione non riflette semplicemente le pulsioni autoritarie del partito di maggioranza AKP (Partito Giustizia e Sviluppo, Adalet ve Kalkınma Partisi), sempre più evidenti prima e dopo il fallito colpo di Stato. L’ingresso dell’HDP in Parlamento, prima con 80 deputati alle elezioni di giugno 2015 e poi con i 59 seggi conquistati nelle suppletive di novembre, ha di fatto impedito all’AKP di ottenere la maggioranza dei seggi necessaria per approvare una riforma della Costituzione in senso presidenziale senza passare da un referendum. Infatti, malgrado l’elevata popolarità di cui gode personalmente Erdoğan, l’esito di una eventuale consultazione popolare resta tuttora incerto e il fallimento di un “appello al popolo” rischierebbe di affossare definitivamente il tema, nonché di nuocere all’immagine di leader carismatico del Presidente.
Con l’interruzione del processo di pace tra Ankara e il PKK e la ripresa del conflitto, però, l’HDP si trova in una posizione sempre più precaria. Fin dalla sua fondazione è riuscito a ritagliarsi un certo spazio di manovra e ad acquisire un determinato grado di legittimità proprio in funzione del suo ruolo di mediatore tra le parti. Tuttavia, nel momento in cui il dialogo con il PKK scompare dall’agenda di Ankara, tale ruolo viene svuotato di senso. A ciò si aggiunga che i ripetuti appelli per un cessate il fuoco di Demirtaş sono caduti regolarmente nel vuoto, lasciando quindi ipotizzare che l’HDP non sia affatto in grado di recuperare quel necessario ruolo di interlocutore politico che ne costituisce la migliore garanzia di sopravvivenza politica. In questa situazione, soprattutto dopo il tentato golpe, l’AKP ha avuto gioco facile nell’accusare l’HDP di continuare con altri mezzi l’agenda del movimento di insorgenza. Infatti, in un clima di generale e capillare sospetto e di esaltazione del sentimento nazionalista, ogni denuncia dell’uso della forza da parte dell’Esercito avanzata dal partito curdo viene semplicemente bollata come appoggio esplicito ad un’organizzazione terroristica separatista.
L’esautorazione definitiva dell’HDP, anche senza il passaggio formale della sua messa fuori legge, potrebbe avere importantissime ricadute sugli sviluppi del conflitto con il PKK. Infatti, la definitiva delegittimazione dell’HDP da parte del Governo e misure della massima gravità come l’arresto dei suoi vertici, hanno un significato molto chiaro per la popolazione curda: si tratta del tramonto della via politica alla risoluzione della questione curda. Questa comprende al suo interno non soltanto il conflitto con il PKK, bensì anche il più generale riconoscimento dei diritti della minoranza curda e la prospettiva di ottenere un riassetto amministrativo per l’intera regione.
Come dimostrano i più recenti risultati elettorali, è riuscito solo in parte il tentativo dell’HDP di allargare la propria base elettorale al di là della minoranza curda, facendosi portatore degli interessi di tutte le principali minoranze del Paese e inserendo nella propria agenda temi tradizionalmente appartenenti alla sinistra e all’ambientalismo. Viceversa, però, l’HDP è riuscito a catalizzare sui propri candidati il voto della schiacciante maggioranza degli abitanti del sud-est anatolico, dove la presenza curda è predominante, arrivando a erodere consensi all’AKP in quella parte più conservatrice dell’elettorato.
Nella formazione di Demirtaş, dunque, sono state canalizzate richieste generalmente identificabili come istanze di normalizzazione dei rapporti con lo Stato centrale, il cui spettro va dal riconoscimento di determinati diritti finora negati alla minoranza curda, fino all’assetto amministrativo della regione. Tali istanze, che dovevano essere discusse nel contesto del processo di pace con il PKK, restano oggi del tutto disattese.
Dopo che la ripresa del conflitto nell’ultimo anno ha portato alla devastazione di intere città a maggioranza curda, non sono pochi i cittadini rappresentanti del ceto medio che hanno giudicato sbagliate scelte strategiche del PKK come quella di impegnarsi in una lunga fase di guerriglia urbana. Pur non appoggiando l’AKP, dunque, questa fetta di popolazione potrebbe vedere come soluzione il ritorno a una politica non più di respiro nazionale, bensì di livello regionale e locale, sulla falsariga di quanto accadeva prima del 2012. Alle elezioni legislative potrebbero appoggiare singoli candidati indipendenti, mentre continuerebbero a eleggere i propri amministratori locali. Infatti, questa situazione potrebbe venir tollerata dall’AKP di Erdoğan, che si troverebbe la strada spianata verso il presidenzialismo, lasciando a sindaci e governatori provinciali del sud-est un margine di manovra maggiore di quello attuale.
Tuttavia, tale scelta di sostanziale equidistanza tra Governo e PKK non può che provenire da una fetta minoritaria della popolazione. Per la maggior parte degli abitanti del sud-est, invece, il venir meno dell’unico interlocutore politico che si poteva far carico delle loro istanze apre ad un’unica alternativa: quella rappresentata dal PKK. È dunque verosimile che l’estromissione dell’HDP vada di pari passo con l’ampliarsi del bacino di reclutamento dei militanti curdi, peraltro mai venuto seriamente meno in oltre 30 anni di insurrezione. In particolare, questo passaggio rischia di forgiare nell’unica direzione della guerriglia intere generazioni di giovani, che non hanno mai conosciuto un vero periodo di pace perché nati dopo la fondazione del PKK e i primi scontri con l’Esercito.
In tal senso è particolarmente rilevante il ruolo che potrebbe avere nel reclutamento dei più giovani un’organizzazione già esistente come il Movimento Patriottico Rivoluzionario Giovanile (Yurtsever Devrimci Gençlik Hareket, YDG-H). Nato negli ultimi anni, dapprima con poca diffusione ma forte radicamento territoriale, in particolare nelle aree urbane, questo movimento rappresenta una sorta di ala giovanile del PKK, ed è costituito essenzialmente da giovani spesso di età inferiore ai 20 anni. Oltre che dotato di sufficienti armamenti e capace di sostenere azioni di guerriglia, l’YDG-H ha comprovati contatti con la catena di comando del PKK.
La ferrea intransigenza che sta caratterizzando l’azione del Presidente Erdoğan nella repressione del dissenso interno, inoltre, nel caso del contrasto al PKK si lega a motivazioni connesse con l’instabilità che caratterizza l’intera regione mediorientale e, nello specifico, con la situazione in Siria e in Iraq. Infatti, agli occhi di Ankara il conflitto con il PKK non è una mera questione interna, bensì va collegata con il progressivo radicamento dell’entità curda di fatto autonoma nel nord della Siria, la cui componente politica principale, il Partito dell’Unione Democratica (Partiya Yekîtiya Demokrat, PYD), è una filiazione del PKK. Alcune formazioni militari che intrattengono legami con il PYD sono attive anche nel nord dell’Iraq, nell’area del monte Sinjar attualmente teatro dell’offensiva della Coalizione Internazionale contro lo Stato Islamico a Mosul. Qualora il PKK si affermasse in quell’area, otterrebbe una continuità territoriale dall’Eufrate fino alle montagne di Qandil, nel Kurdistan iracheno, dove da anni si trovano le sue basi principali, accrescendo notevolmente la propria capacità operativa all’interno dello stesso territorio turco. Tale situazione, unitamente alla radicalizzazione delle posizioni di larga parte della popolazione curda in Turchia, contiene tutti gli elementi per riportare il Paese in una fase di intensi e prolungati scontri armati che ha caratterizzato larga parte degli anni ’90, il periodo più oscuro di un conflitto che conta oltre 40.000 morti.