04 NOVEMBRE 2016
Geopolitical Weekly n.235
DI Ruggero Balletta

Cina
Il 27 ottobre, si è chiusa a Pechino il 6° Plenum del XVIII Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. I lavori, durati quattro giorni e ai quali hanno partecipato 400 delegati, si sono concentrati su due temi fondamentali: la conferma della linea dura del Partito contro la corruzione, con l’approvazione di numerose norme sulla gestione della vita politica dei membri del partito, e l’invito a tutti i leader politici cinesi a stringersi attorno al Presidente Xi Jinping, identificato ufficialmente come Héxīn (Lett. “Leader Centrale”). Questo titolo onorifico, concesso soltanto alle maggiori personalità politiche nazionali (Mao Zedong, Deng Xiaoping, Jiang Zemin), ha rafforzato ulteriormente lo status di preminenza del Presidente nel complesso scenario politico cinese.
L’incontro, dunque, ha di fatto rafforzato la leadership di Xi. Infatti, da un lato, la dichiarata volontà di inasprire la lotta alla corruzione interna potrà fornire al Presidente nuovi e legittimi strumenti di controllo sugli avversari politici, dall’altro la recente acclamazione a Héxīn ha messo in evidenza una forte convergenza dei funzionari del partito hanno dimostrato sulla sua leadership politica.
Questo rafforzamento sembrerebbe rivelarsi cruciale per i futuri equilibri interni alla classe dirigente del partito. Al momento le preoccupazioni di Xi Jinping sono concentrate sulla composizione del Politburo e del suo Comitato Permanente, i due organi di vertice del sistema istituzionale cinese, che verrà ridefinita durante il prossimo Congresso del Partito Comunista, nella seconda metà del 2017. In un momento in cui la maggior parte dei membri non sarà rieleggibile per sopraggiunti limiti di età, infatti, un accentramento del potere nelle proprie mani potrebbe consentire al leader cinese di avere una più forte voce in capitolo nella selezione dei futuri dirigenti e, di conseguenza, di inserire all’interno dei due organi persone di sua stretta fiducia. L’eliminazione di possibili frange di opposizione all’interno del sistema, potrebbe inoltre consentire al Presidente non solo di dettare le priorità dell’agenda futura ma soprattutto di elaborare in modo quasi unilaterale politiche efficaci di attuazione. Un primo banco di prova potrebbe essere rappresentato dalle riforme economiche, argomento sensibile e di primaria importanza per il Presidente, sul quale il leader cinese ha investito la propria credibilità. La sua esposizione mediatica ha fatto si che Xi diventasse molto popolare tra la popolazione, ma allo stesso tempo lo sta sottoponendo ad una grande pressione per fare si che le sue promesse vengano mantenute. 

Libano
Lo scorso 31 ottobre, il Parlamento libanese ha eletto Michel Aoun nuovo Presidente della Repubblica. L’ottantunenne Aoun, un cristiano maronita (così come previsto dalla Costituzione libanese) fondatore del Libero Movimento Patriottico (LMP), ha ricevuto la preferenza di 83 parlamentari, risultato ben oltre superiore alla soglia minima dei 65 voti richiesta per l’elezione del Presidente della Repubblica.
La nomina di Aoun ha posto parzialmente fine alla fase di stallo istituzionale in cui versa il Paese dal 2014 e determinato in buona parte dal perpetrarsi della crisi siriana e dal posizionamento dei due blocchi che compongono il Parlamento libanese (la “Coalizione 8 Marzo”, a maggioranza sciita e cristiana e di cui fanno parte anche Hezbollah e LMP, e “la Coalizione 14 Marzo”, a maggioranza sunnita e guidata dall’ex Premier Saad Hariri) sui due fronti contrapposti del conflitto. Questo ha portato l’establishment politico libanese ad adottare un atteggiamento cauto e conservatore, rimandando qualsiasi decisione che potesse acuire gli scontri su base settaria.
E’ in questo scenario di contrapposizione tra le diverse anime del Parlamento che bisogna contestualizzare il rinvio della designazione del successore di Michael Suleiman alla Presidenza della Repubblica. Pur consci del ridotto spazio di azione di cui dispone in Libano la carica presidenziale, i vari blocchi partitici e confessionali hanno ugualmente speso tutti i propri sforzi per cercare di giungere all’elezione di una figura loro vicina, sia per garantirsi un vantaggio nella protezione dei propri interessi, sia per via del forte valore simbolico rivestito dal Capo di Stato.
L’elezione del 31 ottobre 2016 è stato così il risultato di un lungo lavoro di mediazione fra i due gruppi politici libanesi ed i rispettivi sponsor regionali (leggasi Iran e Arabia Saudita) che ha portato al raggiungimento di un accordo politico che in cambio dell’elezione di Aoun alla Presidenza della Repubblica prevede l’impegno formale di nominare il leader dell’Alleanza del 14 marzo, Saad Hariri, Primo Ministro del Paese, mantenendo in questo modo inalterati i rapporti di forza all’interno dello scenario politico libanese.


Turchia
Nella notte tra il 2 e il 4 novembre, le autorità di Ankara hanno disposto l’arresto di Selahattin Demirtaş e Figen Yuksekdag, i due leader del HDP (Halkların Demokratik Partisi, Partito Democratico Popolare), formazione politica progressista e principale espressione della minoranza curda. La massiccia operazione di polizia, avvenuta nelle città di Diyarbakir, Istanbul e Ankara, ha altresì condotto alla detenzione di altri 10 parlamentari del HDP. Quale misura cautelare, il Ministero dell’Interno ha ordinato l’immediata sospensione della rete internet e il blocco dei social network nelle regioni centrali e meridionali del Paese, dove la presenza curda è più rilevante. Lo scopo delle Forze di Sicurezza è stato quello di prevenire la rapida diffusione della notizia degli arresti, cercando di evitare eventuali manifestazioni di piazza in sostegno dei politici del HDP. Tuttavia, il tentativo in questione è fallito e migliaia di curdi hanno invaso le strade di Diyarbakir ed evidenziato il loro dissenso contro il governo e il Presidente Erdogan. L’operazione di polizia è giunta a poche ore di distanza da un attentato terroristico che ha colpito proprio la città di Diyarbakir, dove un’autobomba ha ucciso un agente e ferito altre 30 persone. Anche se l’attacco non è stato ufficialmente rivendicato, sussiste la possibilità che la responsabilità sia attribuibile al PKK (Partiya Karkerên Kurdistanê, Partito dei Lavoratori del Kurdistan), organizzazione solita attuare questo tipo di azioni ostili contro le Forze Armate e di Sicurezza nazionali.
L’arresto dei leader e di alcuni parlamentari del HDP è stato motivato con l’accusa di sostegno, facilitazione e fiancheggaimento al terrorismo, fattispecie di reato parte della normativa anti-terrorismo del 2006 e fortemente allargata con l’approvagione di un pacchetto di disposizoni integrative in seguito alla ripresa dell’insurrezione del PKK e all’escalation degli attentati terroristici da parte dello Stato Islamico (IS o Daesh) del TAK (Teyrêbazên Azadiya Kurdistan, Falchi per la Libertà del Kurdistan). Inoltre la stretta securitaria attorno alle reti terroristiche e ai presunti nemici dello Stato è stata ulteriomente rafforzata dopo il tentativo di golpe del luglio 2016, quando la giunta militare del YSK (Yurtta Sulh Konseyi, Consiglio per la Pace in Casa) aveva provato a rovesciare il governo ed esautorare il Presidente Erdogan. Tuttavia, secondo le opposizioni turche, l’ondata di arresti ai danni del HDP ha una profonda motivazione politica ed attiene alla volontà del Presidente di epurare tutte le formazioni partitiche e le organizzazioni della società civili contrarie al suo disegno personalistico e autocratico. Infatti, negli ultimi mesi, dietro la giustificazione delle misure necessarie a preservare la sicurezza e l’integrità dello Stato, Ankara ha adottato una strategia muscolare nei confronti degli oppositori e una drastica riduzione delle libertà politiche e civili. Inoltre, in risposta alla ripresa della lotta armata da parte del PKK, il governo ha disposto il dispiegamento dell’Esercito in molte città del sud e dell’est del Paese, il quale ha militarizzato un’ampia area del territorio e si è reso protagonista di abusi contro la popolazione civile. L’escalation delle tensioni tra Ankara e la comunità curda ha superato il limite dello scontro tra Forze Armate e PKK, espandendosi a tutti i livelli della società civile e della vita istituzionale. Infatti, in più occasioni, Erdogan ha accusato partiti e movimenti curdi, compreso il HDP, di connivenza con i terroristi, nonostante la loro dichiarata condanna a forme di mobilitazione politica violenta e alla lotta armata.
In questo senso, la decisione delle autorità di arrestare i parlamentari del HDP e la progressiva deriva autocratica di Erdogan potrebbero radicalizzare ulteriomente il dibattito politico e far deteriorare i rapporti tra governo e minoranza curda, con il rischio di determinare un innalzamento nel livello di violenza.