07 OTTOBRE 2016
Geopolitical Weekly n.232
DI Ruggero Balletta

Sommario: Afghanistan, Etiopia, Iraq, Yemen

 

Afghanistan

Il 22 settembre, il governo afghano del Presidente Ashraf Ghani ha siglato un accordo di pace con il gruppo armato Hezb-i-Islami (HIA), guidato da Gulbuddin Hekmatyar. Il documento prevede l’immunità per i passati crimini di guerra commessi da Hekmatyar durante la guerra civile afghana del ’92-’96 e il rilascio di alcuni militanti del gruppo, attualmente detenuti nelle carceri afghane. Accolto dal governo come un passo in avanti nel difficile rapporto con una parte della galassia insorgente, la conclusione dell’intesa rappresenta una vittoria più simbolica che effettiva per il governo di Ghani, che fino ad ora si era sempre trovato in difficoltà nel trattare accordi di pace con la militanza. La scelta di approcciare Hekmatyar sembra essere strumentale al governo per mostrare, sia all’interno del Paese sia alla Comunità Internazionale, dei passi avanti nello sforzo di riprendere i negoziati con l’insorgenza, per cercare di trovare una soluzione comune in grado di porre termine a più di quindici anni di violenze. La firma, infatti, è giunta pochi giorni prima dell’apertura a Bruxelles della Conferenza Internazionale tra rappresentati di 70 Paesi e di agenzie e di organizzazioni non-governative per assicurare al governo di Kabul nuovi aiuti economici (stimati a 15 miliardi nei prossimi quattro anni), in cambio di un impegno da parte delle autorità afghane di implementare una serie di riforme politiche, economiche e sociali.

Al contrario, molti dubbi ancora permangono sull’impatto che l’accordo HIA-Kabul produrrà sulle condizioni di sicurezza interne. L’incidenza marginale delle attività di HIA rispetto al generale contesto di instabilità, da un lato, e gli scarsi legami del gruppo con la militanza talebana, dall’altro,  rendono alquanto remota la possibilità che l’intesa possa indurre in alcun modo la Shura di Quetta a sedersi al tavolo negoziale. I talebani, infatti, continuano a dimostrare una forza operativa che mette in seria discussione la capacità delle Forze Armate di garantire la sicurezza interna. Questa tendenza trova conferma nel fatto che i miliziani controllano o contendono alle autorità afghane non solo le tradizionali province meridionali di Helmand, Zabul e Kandahar ma anche alcuni distretti della provincia di Kunduz, nel nord del Paese. Proprio nei giorni scorsi i talebani hanno lanciato due nuove offensive sia sull’omonimo capoluogo della provincia di Kunduz sia nell’ Helmand (nel distretto di Nawa), mettendo in forte difficoltà le forze governative. Difficoltà che potrebbero rivelarsi deleterie per il governo di Ghani qualora Kabul riuscisse a riaprire un canale di dialogo con la leadership politica talebana. L’eventuale apertura di un tavolo di trattative, infatti, vedrebbe la delegazione talebana potersi sedere in una posizione di forza e potrebbe utilizzare la carta militare per chiedere maggiori concessioni sul piano politico.

 

Etiopia

Il 2 ottobre, nella città di Bishoftu, situata a circa 60 km a sud est di Addis Abeba, durante il tradizionale festival religioso oromo di Irreecha, sono morte 52 persone a seguito degli scontri tra le Forze di Polizia e la popolazione civile li presente. Nello specifico, il festival è degenerato quando la folla ha cominciato a  contestare un leader politico locale, accusato di connivenza con il governo centrale, e successivamente si è scontrata con gli agenti di polizia responsabili dell’ordine pubblico. I poliziotti etiopi, nel tentativo di disperdere la folla, hanno cominciato a lanciare lacrimogeni e sparare con proiettili di gomma, causando una fuga disordinata che portato alla morte di alcuni dei partecipanti al festival.

Nei giorni successivi, la comunità Oromo è scesa in piazza per protestare contro il governo per quanto accaduto a Bishoftu, occupando le periferie della capitale e saccheggiando e distruggendo alcune istallazioni industriali. Nel corso di queste violente manifestazioni è rimasta uccisa anche una cittadina statunitense, al momento anonima.

Occorre sottolineare come, al di là degli eventi di Bishoftu, la proteste della comunità Oromo proseguono dallo scorso novembre, in seguito alla presentazione dell’Addis Abeba City Integrated Master Plan, un piano di riorganizzazione territoriale che prevedeva l’espansione della giurisdizione di Addis Abeba in alcuni distretti sinora parte dello Stato Federale dell’Oromia e l’utilizzo del loro territorio per scopi industriali. Così facendo, alcuni milioni di Oromo sarebbero stati costretti ad abbandonare le loro tradizionali terre, ad oggi destinate ad usi agricoli. Tale decisione è stata successivamente sospesa dal governo a causa dell’intensificarsi della mobilitazione della società civile oromo.

L’etnia Oromo, la più numerosa dell’Etiopia, conduce da oltre 40 anni la propria battaglia per l’autodeterminazione e l’indipendenza dallo Stato etiope. Dopo anni di guerriglia, affidata prevalentemente al Fronte di Liberazione Oromo (FLO), la comunità oromo ha abbandonato la lotta armata cercando una soluzione pacifica alle controversie con Addis Abeba e con gli altri gruppi etnici del Paese. Infatti, fin dal suo insediamento, nel 1991, il governo guidato dal Fronte di Liberazione del Tigrè (TPLF), esponente dell’etnia Tigrina, ha portato avanti una politica fortemente discriminatoria nei confronti della cultura e dell’identità Oromo. Inoltre, il TPLF ha sfruttato la rivalità etnica fra gli Oromo e gli Amhara, il secondo gruppo etnico del Paese, per giustificare e legittimare la propria egemonia politica bollando le due etnie rivali come una minaccia all’unità del Paese e della stabilità regionale, riuscendo così a preservare i privilegi economici e politici della piccola élite Tigrè, che rappresenta solo 6% della popolazione.

Per il futuro non è escludibile il ritorno ad una mobilitazione violenta su larga scala da parte dell’etnia Oromo, soprattutto nel caso in cui il governo centrale prosegua la sua politica autoreferenziale e di soppressione delle istanze autonomiste del popolo Oromo.

 

Iraq

Lo scorso 28 settembre, gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio di un nuovo contingente di circa 600 soldati in Iraq, che si aggiungeranno ai 4.647 già presenti sul territorio iracheno, allo scopo di rafforzare ulteriormente il sostegno alle Forze Armate irachene in vista dell’offensiva finale per la conquista di Mosul, ad oggi prevista a cavallo tra ottobre e novembre. Tale ulteriore sostegno statunitense è giunto in un momento positivo per il governo di Baghdad che, anche grazie al supporto della Coalizione Internazionale, è riuscito a riprendere il controllo di buona parte del proprio territorio, sottraendolo alle milizie dello Stato Islamico (IS o Daesh). In particolare, appare molto significativo il fatto che i militari iracheni abbiano messo in sicurezza quasi tutto il corso del fiume Tigri, dalla capitale fino alla città di Qayyrah, sede in cui iracheni e statunitensi hanno cominciato a preparare i piani e le unità per l’offensiva su Mosul. La scelta di Qayyrah come testa di ponte per l’attacco ad una delle roccaforti irachene di Daesh deriva da ragioni geografiche, essendo appena 30 i km che separano le due città.

Tuttavia, la preparazione all’offensiva è resa decisamente complessa dalle difficili trattative tutt’ora in corso tra i diversi attori interessati a partecipare alle manovre militari. Infatti, le Forze Armate irachene le milizie curde di Erbil sono entrambe fortemente motivate a conquistare Mosul per ragioni di prestigio ed influenza nel futuro assetto politico nazionale. Contemporaneamente, anche le Forze Armate Turche sono stanziate nei pressi del villaggio di Bashiqa (30 km a nord-est di Mosul), creando non pochi imbarazzi al governo di Baghdad che preferirebbe un loro allontanamento dal teatro delle future operazioni. Le tensioni tra Erdogan e il Premier Abadi sull’argomento hanno raggiunto un livello talmente alto da costringere i rispettivi Ministeri degli Esteri a ritirare gli ambasciatori.    

In ogni caso, al di là dei fattori di instabilità politica e degli attriti tra i diversi Paesi coinvolti nella “corsa su Mosul”, occorre ricordare che le probabili difficoltà che potrebbe incontrare l’offensiva. Infatti, nella grande città settentrionale irachena sono ancora presente circa 5000 miliziani di Daesh e, soprattutto, l’Esercito Iracheno potrebbe non disporre delle forze sufficienti per neutralizzare la minaccia jihadista a Mosul in un breve periodo.

  

Yemen

La scorso 3 ottobre, il fronte ribelle al Presidente Abdrabu Mansur Hadi, composto dalle milizie Houthi e dai sostenitori dell’ex Presidente Ali Abdullah Saleh, ha incaricato l’ex governatore della città di Aden, Abdel Aziz bin Habtoor, di formare un governo di “salvezza nazionale”, che dovrebbe insediarsi a Sana’a nelle prossime settimane.

Non si tratta del primo tentativo del fronte insorgente di creare un governo parallelo a quello internazionalmente riconosciuto. Infatti, dopo l’ennesimo fallimento dei negoziati di pace nei primi giorni di agosto, i ribelli Houthi ed i loro alleati avevano annunciato la nascita di un Consiglio Politico Supremo (CPS) avente il presunto scopo di avviare un ipotetico processo di riconciliazione nazionale tra le diverse fazioni in lotta. Tuttavia, tale tentativo sembra più rispondere all’esigenza dei ribelli di migliorare la propria immagine e di accrescere la propria legittimità istituzionale che alla volontà di sanare le fratture con il fronte lealista. A riprova di questa tendenza ci sono anche le nuove condizioni che gli Houthi e i fedelissimi di Saleh hanno presentato alla Comunità Internazionale per partecipare ai nuovi round negoziali con il governo di Hadi, tra le quali le dimissioni del Presidente. Inoltre, non bisogna sottostimare le ragioni di ordine economico. Infatti, il fronte lealista ha manifestato la volontà di spostare la sede della Banca Centrale nella propria roccaforte di Aden, trasferendola così dalla sua storica sede di Sana’a, oggi controllata dai ribelli. Naturalmente, gli Houthi e i loro alleati non intendono cedere una simile risorsa e, a questo scopo, hanno cercato di aumentare la propria credibilità politica mediante la creazione del CPS.   

Con il passare dei mesi, il fronte ribelle ha notevolmente aumentato la propria forza e stabilità, giungendo, ad oggi, a controllare ben un terzo del territorio nazionale. In questo senso, non è escludibile che, nel prossimo futuro, gli Houthi e i fedelissimi di Saleh possano continuare ulteriormente ad accrescere la propria influenza nel Paese.