10 MAGGIO 2012
Oltre le presidenziali francesi
DI Loris Taffi

Domenica scorsa i nostri cugini transalpini hanno scelto il prossimo titolare dell’Eliseo. Sarà dunque il socialista Francois Hollande a guidare la Francia. Da un punto di vista emotivo, il sempre più sottolineato slogan elettorale, “Le changement c’est maintenant”, letteralmente “il cambiamento è ora”, (sembra essere è una rielaborazione del vecchio “Yes we can” di Obama) e l’acceso dibattito televisivo tra i due pretendenti, sono stati dunque molto efficaci e significativi, poiché, diversamente da quanto previsto, in questa seconda ed ultima giornata alle urne il socialista ha attirato a sé anche i voti della destra trappandoli a Sarkozy, il quale ha fatto notevoli errori durante la sua campagna.

In questi giorni si susseguiranno le consultazioni per la nomina dei componenti del gabinetto. Ora rimane da chiedersi se riuscirà e se come riuscirà Hollande ad applicare il suo forte programma elettorale politico economico: impegno nel rispetto dei vincoli europei sul 3% del deficit entro il 2013, così da arrivare al pareggio di bilancio nel 2017, un ruolo maggiore per la BCE, che lascia pensare ad un modello di adeguamento a quello della Federal Reserve statunitense, 60'000 nuove assunzioni per i giovani, revisione dell’età pensionabile, 60 anni con 41,5 anni di contributi, creazione di una banca pubblica di investimenti per il sostegno delle Pmi. Una politica significativa che avrebbe significative conseguenze sui rapporti tra Francia e Germania.

Per l’Europa potrebbe venir meno quel duopolio “Merkozy” (Merkel-Sarkozy) che, per un motivo o per un altro, ha dominato la scena politica europea degli ultimi anni a favore di una gestione più morbida e condivisa della politica economica dell’area euro. Ma ai tedeschi, come del resto agli italiani o a chiunque altro, non importa chi hanno di fronte. Importano i propri interessi. Fare entrare l’eurozona in una dimensione federale è anche nell’interesse tedesco, perché è l’unico modo di salvare l’euro. E se l’euro crollasse, la Germania sarebbe la prima vittima con un effetto disastroso che si espanderebbe a macchia d’olio su tutto il vecchio continente.

Restando in Eurolandia è evidente lo tsunami greco. Cambiato radicalmente l’assetto politico di indirizzo del paese: sinistra estrema al governo con l’entrata nel parlamento di un partito neonazista. Trapela dunque una possibile ingovernabilità del paese con la conseguente e probabile seconda tournée elettorale; se non peggio un altro governo tecnico. Comunque sia, la speranza è che il nuovo governo ellenico preferisca l’anti austerità piuttosto che l’anti europeismo. La ventata di cambiamento sembra invadere, in un modo o nell’altro, anche l’altra sponda dell’Atlantico. Il prossimo autunno gli americani dovranno scegliere tra due candidati per la presidenza: il primo è l’attuale Presidente Obama, che sembra voler proiettare verso un futuro di svolta gli USA, mentre l’altro è il candidato repubblicano Mitt Romney, entrambi di grande valore intellettuale e politico, ma molto diversi tra loro.

Di Obama sappiamo oramai tutto. Mitt Romney è figlio dell’ex governatore del Michigan George Wilken Romney. Prima di buttarsi in politica ha fatto grandi guadagni creando il fondo di private equity Bain capital. E, successivamente, diventando, nel 1991, amministratore delegato della società di consulenza Boston Bain and company. Durante questi anni passati da manager di grandi società, Romney ha rinforzato il legame di amicizia e professionale, già esistente quello tra le due famiglie, con Benjamin Netanyahu; particolare che, se Romney dovesse vincere, influirebbe molto nei rapporti americani verso Israele.

Tornando al “2012 Presidential Election Day” un nuovo mandato di Obama, che questa volta ha al suo fianco il Presidente della Goldman Sachs Sir Loyd Blankfein ad appoggiarlo, significa l’approvazione di uno Stato più intrusivo nell’economia: la conferma della costosa riforma del sistema sanitario, la regolamentazione della finanza, politiche favorevoli ai sindacati, un aumento della pressione fiscale, una forte redistribuzione del reddito dai ricchi verso i poveri con un sistema fiscale ancor più progressivo.

Se gli americani decidessero di premiare Romney, indicheranno che vogliono ritornare ai valori dell’eccezionalissimo americano. Valori basati sull’individuo che si aiuta da solo e che non è assistito dallo Stato. Uno Stato limitato, che protegge solo i più deboli ma non interferisce nella vita economica delle classi medie e medio basse. Uno stato che non redistribuisce molto, ma lascia che siano le forze del mercato a premiare i più produttivi.

Entrambi i candidati dovranno convincere gli americani che la loro filosofia è coerente. Obama deve spiegare come raggiungere quegli obiettivi senza far esplodere un deficit che è al 10 per cento del PIL, mentre Romney dovrà convincere le classi medie e medio basse che vuole veramente offrire pari opportunità a tutti, e che il sistema basato sull’individuo non significa darwinismo sociale, ma solo il ritorno ad una società capace di incentivare il lavoro e l’investimento invece dell’assistenzialismo.

Chiunque vinca, appare evidente che ci saranno dei cambiamenti rispetto a quanto visto finora. Obama sposterà il paese su un modello di Eurolandia, mentre la politica di Romney fortificherebbe gli USA come Stato pragmatico e non modellabile, non così aperto al cambiamento verso altri modelli e sottolineerebbe una decisa politica di forza verso i suoi alleati nel Medio Oriente.