08 APRILE 2016
Ucraina, la crisi congelata
DI Marco Di Liddo

A distanza di anno dalla firma degli accordi di Minsk II (11 febbraio 2015), la crisi ucraina e la Guerra del Donbass appaiono lungi dall’essere risolte. Infatti, anche se da diversi mesi le regioni orientali ucraine non sono più oggetto di combattimenti su larga scala, la linea del fronte continua ad essere calda e, soprattutto, le ragioni politiche del conflitto permangono senza che nessuna delle parti abbia compiuto passi significativi verso il raggiungimento di un compromesso vicendevolmente accettabile. A questo occorre aggiungere la sensibile diminuzione di attenzione da parte dei Paesi europei, maggiormente concentrati sul contrasto al terrorismo e sulla gestione del complicato dossier relativo all’assorbimento dei flussi migratori.

La concomitanza di questi eventi ha contribuito a distogliere l’attenzione delle Cancellerie europee dalla crisi ucraina che, a distanza di 2 anni dalla Rivoluzione della Dignità (il nome che il popolo ucraino ha dato ad Euromaidan), dalla destituzione del Presidente Viktor Yanucovich e dalle vicende della Crimea e del Donbass, sembra essersi stabilizzata lungo i binari di quel modello di “conflitto congelato” che caratterizza molte regioni nello spazio post-sovietico (Ossezia del Sud, Transnistria, Abkazia, Nagorno-Karabakh). Infatti, a 15 mesi di distanza dalla firma dei protocolli di Minsk II (11 Febbraio 2015), il conflitto tra Kiev e i separatisti filo-russi delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk ha registrato una significativa de-escalation con bassi livelli di violenza. Tuttavia, occorre sottolineare come i protocolli di Minsk II siano ben lontani dalla loro piena applicazione sia dal punto di vista militare (ritiro delle armi pesanti, rispetto del cessate-il-fuoco, sigillo del confine russo-ucraino), sia dal punto di vista politico (indizione di libere elezioni nelle Repubbliche ribelli, implementazione delle riforme costituzionali in Ucraina, accordo sulla legge riguardante le autonomie regionali). Sotto questo profilo, è possibile affermare che entrambe le parti in conflitto si siano rese protagoniste delle violazioni.

Nel periodo successivo alla ratifica di Minsk II, tali violazioni si sono manifestate come sporadici scontri a fuoco lungo la linea del fronte e come qualche raro bombardamento di artiglieria campale. La tendenza al congelamento del conflitto è testimoniata dal numero delle vittime nel periodo febbraio 2015 – febbraio 2016, quantificabile in circa 500 caduti, numero decisamente ridotto rispetto al biennio 2014-2015 quando i caduti complessivi erano stati circa 9.000. Dunque, preso atto che i protocolli di Minsk II hanno rappresentato più la certificazione politica del congelamento del conflitto che un piano efficace per la sua risoluzione, bisogna altresì considerare i fattori endogeni ed esogeni alla base dell’attuale stallo e il bilanciamento delle forze in campo. Ad oggi, le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk dispongono di un apparato militare di circa 37.000 uomini. Di questi, secondo le fonti ucraine e statunitensi (categoricamente negate dal Cremlino), circa 3.500 sono “omini verdi”, ossia soldati professionisti russi impiegati prevalentemente in ruolo di comando, a livello sia di staff che di singoli reparti, di intelligence, comunicazioni e addestramento. I militari russi spesso sono presenti in territorio ucraino con l’etichetta formale di “volontari”, copertura che ha permesso al Ministro della Difesa Sergeij Shoygu di respingere le accuse sulla condotta della Federazione Russa in Ucraina. Inoltre, i militari di Mosca operano i mezzi ed i sistemi d’arma più complessi. Altri 3.500/4.000 uomini rientrano nella categoria dei mercenari provenienti dai Paesi dell’ex Unione Sovietica, dell’ex Jugoslavia e dall’Europa. I mercenari ceceni, serbi, bielorussi e centroasiatici sono dispiegati nelle aree più calde del fronte, dove il contatto diretto con l’Esercito Ucraino necessita un elevato grado di esperienza operativa. Infine, i mercenari europei svolgono ruoli ausiliari, logistici e di supporto al resto delle truppe. Per quanto riguarda il resto dei miliziani, arruolati tra la popolazione civile o gli ex-appartenenti alla polizia e alle Forze Armate ucraine che hanno disertato e cambiato schieramento, è presente un nucleo core di circa 4.000 uomini addestrati in Russia nelle basi russe di Rostov sul Don. Queste forze di élite, una volta rientrate in Donbass, sono state utilizzate sia al fianco dei mercenari e dei regolari russi sul campo di battaglia, sia come addestratori per le milizie ribelli.

In sintesi, il Cremlino ha utilizzato l’occidentalissimo principio del “training the trainers”. In linea generale, le truppe meglio addestrate e più esperte vengono schierate lungo la linea del fronte, mentre il resto delle milizie svolge una molteplicità di ruoli (logistica, difesa di punto, polizia) nel cuore dei territori “irredenti”. Per quanto attiene al parco mezzi a disposizione dei ribelli, le stime variano da 450 a 600 tra veicoli della famiglia BMP, BMD, BTR e derivati, nonché MBT di diversa generazione, compresi T-64 BV (alcuni esemplari campeggiano come bottino presso il memoriale della Grande Guerra Patriottica di Kiev) e T-72. Sull’atteggiamento attendista dei ribelli filorussi pesano i diktat di Mosca e le attuali contingenze internazionali. Infatti, a causa del crollo del prezzo del petrolio e dell’erosione delle finanze statali, dei silenziosi malumori interni dovuti ai misteriosi soldati caduti in assenza di una guerra dichiarata e all’intervento militare in Siria in supporto di Assad, il Presidente Putin ha ordinato di ridimensionare la portata dell’intervento e di limitarsi a mantenere le posizioni.

A questo occorre aggiungere il fatto che il Ministero della Difesa russo ha disposto l’invio di numerosi mercenari e “volontari” sul fronte siriano. Tale elemento ha spinto molti dei soldati di ventura che avevano partecipato alla campagna ucraina a trasferirsi a Latakia, attirati anche dalla maggiore indennità (1.200 dollari mensili per combattere i “fascisti ucraini” contro i 1.600 per difendere il regime di Damasco). Di contro, anche lo schieramento ucraino ha accettato i protocolli di Minsk con lo spirito di aver firmato una tregua dolorosa, ma necessaria. Infatti, al di là della retorica, la classe politica ucraina sembra essersi rassegnata alla perdita della Crimea, ma non intende rinunciare facilmente al Donbass. Tuttavia, la litigiosità del gabinetto di governo, i sempre meno gestibili contrasti tra il Presidente Poroshenko e il Premier Yatsenyuk e la precarietà della situazione economico-sociale del Paese hanno spinto la classe dirigente a concentrarsi sulle riforme strutturali e sulla lotta alla corruzione, accantonando per il momento gli investimenti nel settore militare. Basti pensare al budget per la Difesa, passato dal 16% del PIL nel 2015 al 2,5% nel 2016, e al fatto che, al momento, sono le donazioni statunitensi (265 milioni di dollari dall’inizio del conflitto) a mantenere a galla la malandata macchina militare di Kiev. Questa beneficia anche del lavoro degli istruttori statunitensi, canadesi, lituani e inglesi del contingente Joint Multinational Training Group-Ukraine impiegati nell'International Peacekeeping and Security Center di Yavoriv, nell’ovest del Paese. Ad oggi sono circa 10.000 i membri della Guardia Nazionale, 2.000 quelli dell’Esercito e circa 1.000 i membri delle neocostituende unità spetznatz ad aver completato con successo l’addestramento, anche in questo caso secondo il principio del “training the trainers”. Sulla base della situazione politica contingente, appare difficile immaginare un repentino riacutizzarsi degli scontri anche se, per dovere di cronaca, i passati mesi di guerra hanno dimostrato come il conflitto in Donbass viva spesso di improvvise e violente fiammate e di lunghi, ma leggeri, letarghi.

 

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