29 LUGLIO 2016
Geopolitical Weekly n.229
DI Luigi Rossiello e Giulia Conci

Sommario: Afghanistan, Germania, Francia, Iraq, Mali 

 

Afghanistan

 

Lo scorso 23 luglio a Kabul, in piazza Deh Mazang, due attentatori suicidi hanno colpito un corteo di protesta della minoranza sciita di etnia Hazara, provocando 80 vittime e il ferimento di più di 250 persone. L’attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico (IS) e, secondo fonti del servizio intelligence afghano (National Directorate of Security – NDS), sarebbe stato pianificato da Abu Ali, presunto comandante del gruppo espressione di IS in Afghanistan che avrebbe così colpito per la prima volta nella città di Kabul.

La così detta branca Khorasan di Daesh, il gruppo espressione dello Stato Islamico in Afghanistan è formata da ex membri dell’insorgenza talebana sia afghana sia pakistana, i quali nel 2014, a seguito di dissidi interni ai rispettivi gruppi di appartenenza, hanno preso le distanze dalle rispettive leadership per riorganizzarsi in un nuovo gruppo autonomo. Il timore legato ad un possibile radicamento della realtà jihadista nel Paese, da un lato, l’impermeabilità del tessuto sociale afghano al modello del Califfato, dall’altro, hanno spinto sia le Forze di Sicurezza Nazionale (ANSF) sia l’insorgenza talebana ancora fedele alla Shura di Quetta a combattere in modo serrato le nuove milizie. In particolare, l’offensiva talebana ha di fatto relegato i nuovi seguaci di IS nell’area di Nangharar (regione orientale del Paese al confine con il Pakistan). A partire dalla sua fondazione, sarebbero già cinque i leader del gruppo ad essere rimasti uccisi durante gli scontri. L’ultimo di questi, Saed al-Emirati, ex comandante della militare della provicnia di Logar, rimasto ucciso durante uno scontro a fuoco con le Forze di sicurezza afghane nel distretto di Kot, lo scorso 26 luglio.

Per quanto, dunque, al momento il gruppo abbia una limitata capacità operativa, la facilità con cui è stato portato a termine l’attentato di Kabul ha messo drammaticamente in evidenza come il governo e le ANSF non siano ancora in grado di rispondere con efficacia alla minaccia terroristica e di garantire la sicurezza del Paese. La consapevolezza di questa situazione ha spinto il Presidente americano Barack Obama ad autorizzare un ripensamento nel ridispiegamento del dispositivo militare statunitense impiegato in Afghanistan e a garantire la presenza di un contingente pari a 8400 uomini per tutto il 2017, rispetto ai 5500 precedentemente previsti. Parallelamente all’impegno di Washington, anche la NATO, durante l’ultimo vertice di Varsavia, ha annunciato di estendere la missione di training e advisoring attualmente in corso (Resolute Support) fino alla fine del 2017, con un impegno da parte dei singoli Paesi che verrà definito nelle prossime settimane. 

Germania

 

Nella scorsa settimana la Germania, precisamente la regione della Baviera, è stata colpita da una serie d’attentati avvenuti a breve distanza l’uno dall’altro.

Lo scorso 22 luglio, David Sonboly, cittadino tedesco di origine iraniana, ha aperto il fuoco contro gli avventori di un McDonald’s nel centro commerciale Olympia, nel quartiere di Moosach a Monaco, uccidendo 9 persone e ferendone altre 16. L’attentatore si è successivamente suicidato ad alcuni km di distanza dal luogo della strage. In seguito all’immediata perquisizione del suo appartamento, le autorità non hanno trovato alcun collegamento tra il ragazzo e organizzazioni di natura jihadista, mentre è stata confermata la sua prolungata permanenza in una casa di cura psichiatrica.

Due giorni dopo, il 24 luglio, una bomba è deflagrata nei pressi di un festival musicale nella cittadina di Ansbach, a circa 40 km da Norimberga. L’esplosione ha provocato la morte dell’attentatore ed il lieve ferimento di oltre 10 persone. L’autore dell’attacco, Mohammed Delel, rifugiato siriano di 27 anni con disturbi psichici, attendeva di essere trasferito in Bulgaria in seguito al rifiuto della sua domanda di richiesta d’asilo. Le autorità hanno trovato alcuni video sul suo cellulare in cui dichiarava la propria affiliazione allo Stato Islamico (IS), il quale in seguito ha confermato la rivendicazione attraverso Amaq, la sua agenzia di stampa online.

Questi due eventi possono essere ricondotti al fenomeno dei “lupi solitari”, persone che attraversato il periodo di auto-radicalizzazione spesso tramite materiale propagandistico presente sul web, pianificano e perpetrano in maniera del tutto individuale un attentato.

Al di là della presunta veridicità delle rivendicazioni dell’ISIS, sono diversi i fattori di preoccupazione per la crescita del fenomeno terroristico in Germania e in Europa. Innanzitutto, la capacità di penetrazione trasversale del messaggio jihadista, che ha ormai assunto connotazioni di rivendicazione politica, di manifestazione violenta del disagio sociale e di espressione sanguinosa di problemi psicologici o esistenziali. Uno dei rischi maggiori è connesso al fatto che l’adesione al jihadismo possa configurarsi come la risposta a problemi di diverso tipo, ampliando in modo incontrollabile il numero e la tipologia di soggetti vulnerabili e rendendo difficile l’opera di prevenzione da parte delle autorità.

Francia

Nella mattina di martedì 26 luglio, due uomini armati di coltello sono entrati in una chiesa di Saint-Etienne-du Rouvray, sobborgo di Rouen, e hanno ucciso il sacerdote Jacques Hamel e ferito gravemente un’altra persona. Successivamente, I due assalitori sono stati uccisi dalle Forze Speciali francesi. L’azione è stata rivendicata dallo Stato Islamico (IS), che ha indicato i due assalitori come due suoi miliziani. Nello specifico, i due attentatori (Adel Kermiche e Abdel Malik Petitjean) erano francesi auto-radicalizzatisi in patria.

Dopo quest’ultimo attacco di matrice jihadista appare evidente come la Francia sia ancora gravemente esposta alla minaccia terroristica, nonostante l’innalzamento dei livelli di allerta dopo la strage di Nizza dello scorso 14 luglio.

Anche questa volta le autorità francesi hanno dovuto confrontarsi con le difficoltà inerenti al contrasto del fenomeno dei “lupi solitari” e della auto-radicalizzazione attraverso canali differenziati, tra i quali internet e la propaganda jihadista nelle prigioni. Abdel Malik Petitjean, infatti, aveva scontato un anno di prigione ed era stato liberato lo scorso 22 marzo. In più, nel 2015, aveva cercato di arruolarsi alla jihad in Siria, ma era stato bloccato alla frontiera turca. All’uscita di prigione era stato posto in libertà vigilata con il braccialetto elettronico.

Ancora una volta, Parigi deve fare i conti con la minaccia della jihadismo autoctono, un fenomeno di radicalizzazione e violenza ormai indipendente dalle sorti del Califfato e legato ad origini e dinamiche proprie ed originali rispetto ai focolai di crisi in Medio Oriente.

Iraq

Lo scorso 24 luglio, un attentatore suicida ha fatto esplodere la propria cintura esplosiva nei pressi di un check-point del distretto a maggioranza sciita di Kadhimiyah, nella parte nord di Baghdad. Il giorno seguente, un’autobomba è deflagrata nei pressi di un secondo posto di blocco delle forze di sicurezza all’entrata della città di Khalis, nella regione nord orientale di Diyala, a circa 80 km a nord dalla capitale. Complessivamente, i due attentati hanno causato la morte di circa 40 persone.

Mentre l’azione del 24 luglio è stata prontamente rivendicata dallo Stato Islamico (IS), ciò non vale per il secondo attentato, nonostante sia le modalità sia gli obiettivi lasciano presupporre il coinvolgimento di Daesh. Infatti, IS è solito colpire forze di sicurezza e aree pubbliche tra cui quartieri a maggioranza sciita.

Questi ultimi attentati continuano a evidenziare una notevole capacità di azione dello Stato Islamico all’interno di tutto il territorio iracheno, nonostante oramai da un anno si assista ad un progressivo arretramento sul campo delle milizie di al-Baghdadi. Il perpetrarsi di attacchi di natura asimmetrica all’interno del Paese continua, così, a costituire una fortissima pressione sul governo iracheno e in particolare sul Premier Haider al-Abadi, sempre più sottoposto a pesanti critiche nei confronti delle falle del sistema di sicurezza nazionale. A tali pressioni si aggiunge anche la strategia anti-governativa portata avanti dal leader religioso sciita Sadr al-Muqtada il quale sembra voler spingere sempre più sulla retorica anti-occidentale, in particolare contro gli Stati Uniti, per accrescere il proprio consenso popolare. La richiesta fatta ai propri seguaci di attaccare i 560 soldati statunitensi giunti recentemente nel Paese per supportare le truppe irachene nella riconquista di Mosul, sembra infatti destinata a rappresentare un ulteriore criticità per un’operazione la cui realizzazione vede già notevoli difficoltà.

Mali

Lo scorso 21 luglio, nel tardo pomeriggio sono scoppiati diversi scontri a fuoco nella città di Kidal, capoluogo dell’omonima regione nel nord del Paese, tra ribelli tuareg del clan Ifoghas appartenenti al CMA (Comitato dei Movimenti dell’Azawad), coalizione che riunisce numerosi movimenti autonomisti tuareg del nord-est del Mali, contro le milizie filo-governative del GATIA (Groupe autodéfense touareg Imghad et alliés), gruppo di autodifesa composto principalmente da ex-ribelli tuareg del clan Imghad. Da quanto emerso sinora non appare chiaro quale dei due gruppi sia responsabile per l’inizio dei combattimenti né quale sia il numero preciso di vittime. Gli scontri, funzionali per la supremazia nella regione di Kidal, sono scoppiati nonostante lo scorso 18 luglio le delegazioni del CMA e del GATIA hanno siglato in Niger un accordo di pace, sotto l’egida del Primo Ministro nigerino Brigi Rafini, per avviare un processo di cooperazione in materia economica, sociale e di sicurezza. Questi combattimenti sono stati immediatamente condannati dai funzionari della missione ONU MINUSMA (Mission multidimensionelle intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation au Mali), i quali li ritengono violazioni degli accordi di pace d’Algeri di maggio 2015, di cui sia i ribelli del CMA sia le milizie di GATIA sono parti firmatarie. L’escalation di violenze tra gruppi armati appartenenti a tribù rivali nel nord del Paese sembra evidenziare la fragilità dell’accordo di Algeri, che oltre un anno dalla firma sembra non aver prodotto ancora alcun risultato tangibile. Il panorama politico e di sicurezza sembra presentare criticità notevoli che compromettono una futura stabilizzazione del Paese. Infatti, la presenza di numerosi gruppi armati, mossi da agende e obiettivi spesso contrastanti, fanno del ricorso alla lotta armata una consuetudine, mentre realtà jihadiste attive nell’area sfruttano il caos politico per estendere il proprio controllo.