21 LUGLIO 2016
La difficile implementazione dell’Iran deal
DI Nazzarena B. Vellone

Il 14 luglio dello scorso anno veniva firmato a Vienna, dopo due anni di intensi negoziati, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), lo storico accordo sul programma nucleare tra Iran e il gruppo 5+1 (USA, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania).

Per la prima volta in quasi quindici anni, l’accordo ha consentito alle parti in causa di raggiungere un compromesso tra le rivendicazioni del governo iraniano di portare avanti un programma di ricerca nucleare e la volontà internazionale di scongiurare che Teheran acquisisca l’arma atomica. A fronte di una serie di concessioni fatte dall’Iran circa il ridimensionamento della capacità e del livello della tecnologia nucleare attualmente a disposizione, nonché dell’istituzione di un sistema strutturato di controlli da parte dell’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), infatti, la Comunità Internazionale si è impegnata a sollevare le sanzioni economiche imposte al Paese a causa delle sua ambizioni nucleari.

La fine delle sanzioni, entrata in vigore lo scorso 17 gennaio, è stata salutata come una vera e propria boccata d’aria fresca per l’economia iraniana, orami allo stremo dopo quasi quarant’anni di isolamento internazionale. Tra i cinque Paesi con le maggiori riserve petrolifere al mondo, l’Iran, infatti, mira non tanto a trovarsi nuovamente nella posizione di secondo produttore OPEC dopo l’Arabia Saudita, ma soprattutto a poter riprendere le esportazioni del proprio greggio sia verso i mercati europei sia verso i grandi mercati asiatici. Le enormi potenzialità del nuovo mercato iraniano, inoltre, hanno subito attratto l’interesse di numerose delegazioni internazionali, in primis europee, che hanno visto nella riapertura dell’Iran agli scambi globali una preziosa occasione per trovare nell’imprenditoria iraniana e nella sua voglia di uscire da decenni di isolazionismo nuove opportunità di business.

Ma non si tratta solo di economia. La firma dell’accordo ha una importanza storica in quanto rappresenta una apertura della Comunità Internazionale verso la Repubblica Islamica, dopo trent’anni di diffidenza e antagonismo. Soprattutto, considerata la pericolosa instabilità dell'area, venutasi a creare dopo anni di violenze ed indebolimento delle istituzioni in Paesi quali Iraq e Siria, ed i relativi effetti destabilizzanti sulla sicurezza internazionali, l’Iran è diventato un interlocutore imprescindibile, per  l’Europa ma anche per gli Stai uniti, per cercare di ridefinire gli equilibri in Medio Oriente. La questione nucleare, dunque, è stata colta come una opportunità che, al di là degli aspetti tecnici, potesse servire recuperare quel dialogo necessario affinchè Iran e Comunità Internazionale potessero cominciare ad occuparsi insieme di questioni di preoccupazione comune. In primis, per esempio, dell’avanzata del così detto Stato Islamico nell’area adiacente al confine iraniano.

In un momento in cui gli Stati Uniti sembrano intenzionati a portare avanti una politica di disimpegno dal Medioriente per concentrare la propria attenzione e le proprie risorse più ad Est, l’Amministrazione Obama ha voluto cogliere l’opportunità dei negoziati sul nucleare, seppur non ufficialmente, per tentare di individuare, nell’Iran, un interlocutore in grado di influenzare le dinamiche in alcune aree critiche, a cominciare proprio da Siria ed Iraq. Dunque un interlocutore  utile e necessario a scongiurare un totale collasso delle condizioni di sicurezza nella regione.

La predisposizione al dialogo degli Stati Uniti in sede negoziale, dunque, e i prospettati benefici che ne sarebbero derivate per l’Iran hanno permesso al governo dell’attuale Presidente Hassan Rouhani di giustificare agli occhi delle forze di opposizione interne ultra-tradizionaliste la propria politica di maggior apertura verso l’esterno che, di fatto, ha rappresentato un netto segno di rottura rispetto al passato.

Tuttavia, tale apertura non ha alterato la diffidenza reciproca che ancora sussiste tra Washington e Tehran. La mancanza di fiducia e il perdurare di una dialettica antagonistica tra le parti sembra però essere ora il principale fattore di criticità sia per l’implementazione dell’accordo sia per la stabilità del nuovo dialogo tra Iran e Comunità Internazionale nel lungo periodo.

L’esistenza sia in Iran che negli Stati Uniti di ambienti fin da subito ostili a qualsiasi apertura porta entrambi i governi a dover gestire con grande cautela qualsiasi decisione politica in merito. L’intransigenza da parte di alcuni ambienti negli Stati Uniti nel voler mantenere le sanzioni (imposte non a livello federale ma dai singoli Stati), soprattutto a livello finanziario, si sta traducendo in un’effettiva difficoltà per l’Iran di tornare ad eseguire transazioni finanziarie con i propri partner internazionali. Tale ritardo si sta però inevitabilmente riflettendo sulla ripresa economica del Paese e sta quindi mettendo in difficoltà il governo agli occhi delle proprie opposizioni.  Un’eventuale disattesa delle promesse fatte in termini di ripresa economica, infatti, potrebbe essere sfruttata dai poteri ultra-tradizionalisti, contrari alla politica di Rouhani, per ridurre il successo che fino ad ora il Presidente ha riscosso e ridurre la libertà di manovra del suo esecutivo.

Questo ridimensionamento, inoltre, potrebbe avere ripercussioni sulla già  alta conflittualità nella regione. Ad oggi, infatti, la necessità del governo statunitense di scongiurare che l’apertura del dialogo con l’Iran possa sconvolgere i tradizionali rapporti di forza all’interno di una regione già tanto complicata quanto il Medio Oriente, sta portando Washington a cercare di tenere comunque vivo il rapporto e a rassicurare le Monarchie del Golfo. I Paesi della Penisola Arabica, infatti, hanno sempre  percepito il JCPOA come un pericoloso cambio di rotta della posizione internazionale nei confronti dell’Iran, nonché  un grimaldello in grado di innescare un’ escalation nucleare nell’area. La possibilità paventata dal governo statunitense di imporre nuove  sanzioni contro il Paese in seguito ai recenti lanci di missili balistici e di discutere della questione in ambito di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dunque, appare essere solo l’ultimo esempio di come gli Stati Uniti stiano cercando di scindere il compromesso raggiunto con il JCPOA da un discorso più generale di sicurezza nella regione.  Tale scelta  potrebbe essere il tentativo da parte degli Stati Uniti di scongiurare che la volontà di disimpegnarsi dal Medio Oriente e di ridefinire i propri rapporti con gli attori regionali possa portare non solo ad un’alterazione degli assi di alleanze ma soprattutto ad un inasprimento delle tensioni all’interno dell’area. Un primo segnale in questa direzione è rappresentato dal fatto che la comune preoccupazione per un maggior protagonismo regionale iraniano sta portando Arabia Saudita e Israele a trovare nuovi punti di dialogo per cercare di isolare il vicino persiano. Benché, al momento, l’interesse dell’attuale governo iraniano di non compromettere i possibili effetti positivi della riapertura alla Comunità Internazionale stia portando Teheran a giocare la partita della rivalità regionale su un piano prettamente diplomatico, un eventuale ridimensionamento della sua libertà di manovra a favore degli ambienti più conservatori tra l’establishment militare e l’influente corpo delle Guardie della Rivoluzione, potrebbero portare l’Iran ad inasprire i toni dello scontro con i rivali regionali, con ovvie ripercussioni sulle già condizioni di sicurezza in Medio Oriente.