05 LUGLIO 2016
Il panorama jihadista in Bangladesh
DI Francesca Manenti

Nella serata di venerdì 1 luglio, a Dacca, un gruppo di sette uomini armati ha preso d’assalto l’Holey Artisan Bakery caffè, situato nel cuore del quartiere diplomatico e meta abituale di molti cittadini stranieri residenti nella zona o ospiti delle poche strutture ricettive nella capitale. Prese inizialmente in ostaggio circa quaranta persone presenti, il commando ha poi ucciso venti stranieri, molti dei quali italiani e giapponesi, che non erano stati in grado di recitare il Corano. 

Benché le autorità di Dacca avessero provato a intavolare una trattativa, solo l’intervento delle Forze Speciali (1° Battaglione Para-Commando, conosciuto anche con il nome de Il Ghepardo), con un blitz durato diverse ore, è riuscito a neutralizzare sei attentatori e ad arrestarne un settimo.

L’episodio è solo l’ultimo esempio di un’escalation di violenze di matrice islamista radicale che, negli ultimi due anni, ha dimostrato una crescente sensibilità da parte degli ambienti fondamentalisti per la retorica del jihad internazionale e che sta mettendo a serio repentaglio la sicurezza interna al Paese. Sebbene l’assalto sia stato apparentemente rivendicato dallo Stato Islamico, tuttavia, ad oggi in Bangladesh non esiste un’organizzazione omogenea e strutturata che sia diretta espressione del Califfato di al-Baghdadi. Al contrario, la realtà del fondamentalismo islamico nazionale appare quanto mai frammentata in gruppi autonomi e disorganizzati spesso in competizione tra loro e che cercano di inserirsi nella grande corrente del jihadismo internazionale nella speranza di ricevere nuovi mezzi e nuove risorse da destinare alla propria agenda interna. Tale tendenza trova conferma nella volontà delle diverse cellule attualmente operative nel Paese di veder riconosciuta la propria appartenenza ai due grandi baluardi del terrorismo internazionale di matrice islamista: il così detto Stato Islamico, da un lato, e ciò che rimane del network di al-Qaeda, dall’altro.

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