01 LUGLIO 2016
Geopolitical Weekly n.225
DI Luigi Rossiello e Giulia Conci

Sommario: Libano, Somalia, Turchia, Yemen

 

Libano

Nella giornata del 27 giugno, il villaggio di al-Qaa, situato nel nord-est del Paese, nei pressi del confine con la Siria, è stato colpito da otto attentati suicidi che hanno causato la morte di cinque persone e il ferimento di altre 30, tra le quali quattro militari. La prima serie di attentati è occorsa nella mattinata, mentre la seconda è avvenuta nel pomeriggio durante i preparativi per i funerali delle vittime.

Sebbene la modalità e la vicinanza al fronte siriano non rendono escludibile la responsabilità dello Stato Islamico (IS o Daesh) o di milizie jihadiste ad esso vicine, al momento, l’azione terroristica non è stata rivendicata ufficialmente. Infatti, dal momento dello scoppio della guerra civile siriana ed in seguito al crescente coinvolgimento delle milizie di Hezbollah al fianco delle forze lealiste siriane del Presidente Bashar Assad, si sono moltiplicati gli episodi di violenza politica perpetrati da IS o dalla milizie qaediste di Jabhat al-Nusra.

Gli attacchi dei movimenti jihadisti rappresentano una forma di rappresaglia sia nei confronti dell’attivismo militare di Hezbollah sia verso le Forze Armate libanesi dislocate nell’area nord orientale del Paese, recentemente molto impegnate in attività di contrasto la transito irregolare di miliziani.

Tuttavia, in passato, gli attentati jihadisti avevano preso di mira prevalentemente le comunità sciite del Paese, mentre, al contrario, il villaggio di al-Qaa risulta essere a massiccia maggioranza cristiana. Dunque, in caso di rivendicazione da parte di uno dei movimenti jihadisti e nell’eventualità che gli obbiettivi degli attacchi fosse la comunità cristiana, si potrebbe assistere ad un cambiamento di strategia da parte di IS e al-Nusra. Infatti, i gruppi terroristici sunniti potrebbero cominciare a scagliarsi contro altre comunità etnico-settarie del Paese nel tentativo di destabilizzare ulteriormente il Libano attraverso il peggioramento del quadro securitario e l’inasprimento delle tensioni religiose.

Dunque, il perpetrarsi del conflitto siriano rischia di mettere ancor più in discussione la già fragile stabilità del Paese dei Cedri, da sempre considerato una cartina tornasole degli equilibri dell’intera regione mediorientale in virtù della estrema complessità del sua composizione etnica e settaria.

 

Somalia

Nella mattina di giovedì 30 giugno, almeno 18 persone hanno perso la vita in seguito all’esplosione di una bomba nella città somala di Lafole, situata a 40 km a ovest della capitale Mogadiscio. L’ordigno, azionato a distanza, ha colpito un minibus di passaggio, uccidendo tutti i passeggeri. Tuttavia, esiste la possibilità che l’obiettivo dell’attentato fosse un convoglio governativo che percorreva la strada non molto distante dal minibus. Nonostante l’assenza di una rivendicazione ufficiale, esiste il rischio che a perpetrare l’attacco sia stato al-Shabaab, gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda ed attivo nella regione del Corno d’Africa dal 2006. Negli ultimi mesi, il movimento terroristico ha intensificato la campagna di attacchi contro i grandi centri urbani somali e, in particolare, la capitale Mogadiscio. Infatti, lo scorso 25 giugno un commando di miliziani ha assaltato un albergo nei pressi di Villa Somalia, residenza del Presidente della Repubblica, uccidendo 35 persone.

I recenti attacchi di al-Shabaab potrebbero avere il duplice scopo di minare il processo di stabilizzazione del Paese, rappresentato anche dalle elezioni presidenziali del prossimo agosto, e di dimostrare la resilienza e la perdurante pericolosità del gruppo, incalzato dall’avanzata del contingente internazionale di AMISOM (African Union Mission in Somalia) e costretto a ripiegare nelle aree rurali dell’entroterra somalo, ma tutt’ora in grado di rappresentare una consistente minaccia alla sicurezza sia somala sia dell’intera regione africana orientale.

 

Turchia

 

Lo scorso 28 giugno, un commando di almeno 4 persone, tra cui una donna, ha assaltato il terminal per i voli internazionali dell’aeroporto “Ataturk” di Istanbul. Muniti di fucili d’assalto di tipo kalashnikov, gli attentatori hanno dapprima ingaggiato gli agenti della sicurezza aeroportuale per poi penetrare all’interno dell’aeroporto, dove hanno aperto il fuoco contro i presenti. Successivamente, tre assalitori si sono diretti verso l’area degli arrivi, dove hanno fatto detonare le proprie cinture esplosive, mentre la donna sembra essere stata arrestata. Il bilancio dell’attacco è di 42 morti e circa 239 feriti.

Nonostante l’assenza di una rivendicazione ufficiale, la metodologia, la complessità e l’obiettivo dell’attacco lasciano presuppore il coinvolgimento dello Stato Islamico (IS o Daesh). Infatti la struttura del commando, l’utilizzo di “fanteria suicida” (miliziani dotati di fucili d’assalto e cinture esplosive) e la volontà di colpire un luogo di aggregazione con alta densità di persone e alto valore simbolico sono tutti elementi che ricalcano il modus operandi di IS fuori dai confini del Califfato siro-iracheno (attacchi di Parigi e Bruxelles). Allo stesso modo, questi stessi elementi potrebbero allontanare la pista del terrorismo di matrice curda (partito dei Lavoratori del Kurdistan - PKK, Falchi per la Libertà del Kurdistan TAK) o marxista-leninista (Partito / Fronte Rivoluzionario per la Libertà del Popolo DHKP – C), tradizionalmente inclini a colpire obbiettivi militari (PKK), ad utilizzare prevalentemente autobombe (TAK), o privo del bagaglio capacitivo per compiere una simile azione (DHKP- C). Inoltre, a rendere ancor più verosimile l’origine jihadista dell’attacco è stata l’identificazione di tre attentatori, provenienti dal Daghestan (Federazione Russa), dal Kirghizistan e dall’Uzbekistan, dunque possibilmente legati a Daesh che alle altre organizzazioni terroristiche attive in Turchia, composte da curdi o turchi.

Qualora rivendicato da Daesh, l’attentato contro l’aeroporto Ataturk di Istanbul potrebbe essere legato ai recenti sviluppi della politica estera turca, caratterizzata sia da un possibile riavvicinamento con Israele e Russia sia dall’intensificazione della campagna militare contro le milizie jihadiste in Siria e Iraq. L’assalto all’aeroporto è soltanto l’ultimo di una lunga serie degli attentati jihadisti che hanno colpito la Turchia nell’ultimo biennio e che sono costati la via ad oltre 230 persone, creando al contempo un grave danno all’economia nazionale (riduzione del flusso turistico, paura degli investitori stranieri, danni alle infrastrutture e alle città).

 

Yemen

 

Lo scorso 27 giugno, la città portuale di Mukalla, situata lungo la costa sudorientale, nella provincia di Hadramawt, è stata colpita da una serie di attentati terroristici che hanno causato la morte di circa 40 persone.

L’azione, prontamente rivendicata da gruppi locali che si dichiarano affiliati allo Stato Islamico (IS), ha visto il susseguirsi di numerosi attacchi a breve distanza temporale l’uno dall’altro (con l’impiego di giubbotti esplosivi e autobombe) contro obbiettivi militari quali caserme, uffici dell’intelligence e checkpoint delle Forze Armate.

In particolare, l’ultimo attacco è avvenuto nei pressi di una caserma nell’ovest della città, mentre alcuni soldati si preparavano per l’Iftar, la cena che spezza il digiuno giornaliero durante il mese sacro del Ramadan.

Nonostante la città di Mukalla fosse stata liberata dall’occupazione dei miliziani di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) lo scorso aprile, grazie all’azione congiunta dell’Esercito fedele al Presidente Mansour Hadi e dei velivoli della coalizione internazionale a guida saudita, il nuovo attacco da parte di IS pone l’accento sulla difficoltà incontrate dalle forze di sicurezza yemenite nel garantire livelli minimi di sicurezza anche nelle zone formalmente poste sotto il controllo governativo.

Inoltre, il susseguirsi di un nuova ondata di violenze, apparentemente inarrestabili, pone ancora una volta l’attenzione sul sempre maggiore rafforzamento di diverse realtà jihadiste all’interno del Paese. Infatti, il perdurare del vacum politico ed istituzionale, il protrarsi del conflitto tra Forze Governative e i ribelli Houthi e l’impasse delle trattative di pace attualmente in corso in Kuwait rischiano di far trasformare definitivamente lo Yemen in un nuovo fronte del terrorismo jihadista.