23 APRILE 2012
La nuova strategia USA per il Medio Oriente
DI Mara Carro

Il ritiro delle truppe dall’Iraq completato a fine 2011 ha imposto agli Stati Uniti la necessità di ridisegnare una strategia per il Medio Oriente, anche alla luce dei nuovi scenari regionali che stanno delineandosi all’indomani della Primavera araba e dell’emergere di nuovi attori sulle scene locali. La nuova politica mediorientale potrebbe comportare, infatti, una revisione nelle relazioni con i partner su cui poggiava l’asse delle relazioni bilaterali statunitensi nell’area, Egitto su tutti.

La definizione delle linee guida di questa nuova strategia sembrerebbe però dover fare i conti con i tagli al budget della difesa annunciati dal presidente Obama a partire dal 2013 e con una riallocazione delle risorse in termini umani e materiali per essere più coerente con i rinnovati scenari globali. Negli annunci dell’amministrazione statunitense, infatti, l’attenzione sarà tutta rivolta verso l’Asia e il Pacifico per il containment della Cina.

Queste dichiarazioni però, sebbene riconoscano una diminuita “capacità d’influenza” statunitense, non sottintendono un disimpegno statunitense in Medio Oriente, che resta vitale per gli interessi petroliferi. Un totale disimpegno statunitense, infatti, creerebbe condizioni favorevoli ad una possibile egemonia dell’Iran sulla regione a discapito della politica di sicurezza USA, soprattutto in chiave energetica. E siccome ogni perturbazione all’approvvigionamento del petrolio è considerata da Washington come minaccia alla propria sicurezza, si spiega così la ricerca di un riposizionamento delle forze nell’area del Golfo Persico da accompagnare alla exit strategy irachena. A fronte anche dello stallo nel confronto diplomatico sul programma nucleare iraniano. Il Golfo Persico, assieme ai Paesi che su di esso affacciano, rappresenta un’area geografica di estrema rilevanza per gli attori internazionali dipendenti dalle risorse energetiche.

Il Golfo ospita, infatti, i tre quarti delle riserve mondiali di petrolio e combustibili fossili e il transito dei flussi del commercio internazionale di materie prime energetiche. Nonostante gli Stati Uniti stiano tentando di diversificare i paesi d’importazione, ampliare il mix energetico nazionale a risorse petrolifere non tradizionali e incoraggiare gli investimenti in combustibili e tecnologie alternative realmente concorrenziali per aumentare la sicurezza energetica del paese, il petrolio resta la principale fonte per la copertura del fabbisogno energetico nazionale.

Nei piani dell’amministrazione Obama si profilerebbe, quindi, l’intenzione di espandere le relazioni militari e di sicurezza con le sei nazioni che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) – Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar – al fine di costituire una struttura militare integrata aero - navale e di difesa missilistica con i partner regionali le cui scelte militari e diplomatiche non sono poi così lontane da quelle statunitensi.

Forze Aeree del Qatar e degli Emirati hanno partecipato attivamente alla missione NATO in Libia e sia il Bahrein che gli Emirati hanno truppe di stanza in Afghanistan. La ricerca dei modi più efficienti per distribuire gli sforzi, soprattutto in termini finanziari, si rende necessaria a fronte dei vincoli di bilancio e politici imposti al Pentagono come parte degli sforzi per la riduzione del deficit, tra cui il taglio di circa 490 milioni di dollari alle spese militari nel prossimo decennio. Al fine di approfondire e rafforzare le relazioni di sicurezza con i Paesi del Golfo, gli Stati Uniti a inizio 2012 hanno concluso contratti per circa 35 miliardi di dollari in Medio Oriente con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. 

Gli accordi con Riyadh prevedono la fornitura di 84 caccia F-15SA - ai cui standard saranno poi adeguati anche i 72 F-15S già in servizio, nell’ambito dello stesso contratto - per 29,4 mld di dollari; oltre al rinnovamento delle batterie di missili Patriot per un valore di 1, 7 mld. Gli Emirati Arabi riceveranno invece due batterie antimissile THAAD, divenendo il primo client export del sistema. A questi va ad aggiungersi l’accordo con il Kuwait da 900 milioni di dollari per la vendita di 209 missili Patriot. 

Parallelamente gli Stati Uniti sono impegnati anche nell’individuazione di rotte alternative per gli oleodotti che canalizzino il petrolio in uscita dai Paesi del CCG direttamente verso l’oceano Indiano e il Mar Rosso, aggirando così lo stretto di Hormuz – crocevia del transito del 40% del petrolio in commercio, la cui minaccia di chiusura da parte dell’Iran a fine 2011 ha fatto registrare un’escalation della tensione tra Iran e Stati Uniti - e riducendone così l’importanza strategica. Proprio al fine di contenere l’Iran, dissuaderlo nel portare avanti un programma nucleare a scopi non civili ed evitare che si rafforzi nell’area del Golfo a seguito del ritiro americano dall’Iraq, il progetto statunitense mira a dislocare le proprie truppe nelle diverse zone calde del Golfo Persico. 

L’implementazione del contingente in Kuwait, l’invio di nuove unità navali nelle acque del Golfo, la ricollocazione di militari, la formazione e l’addestramento di soldati locali e esercitazioni congiunte con le Forze Armate dei vari Paesi del Golfo sarebbero le direttrici dell’aspetto militare della nuova strategia. Allo stato attuale gli americani hanno circa 50 mila soldati nella regione con l’obiettivo di mantenerli, magari ricollocandoli in linea con la rotazione strategica di truppe pensata dal Pentagono per proiettarle più efficacemente nelle aree d’importanza strategica. Il segretario della Difesa degli Stati Uniti, Leon Panetta, ha parlato di 23 mila soldati americani in Kuwait, più di 7 mila in Qatar, 5 mila in Bahrain e quasi 3 mila negli Emirati Arabi Uniti. Già dal ritiro dall’Iraq centinaia di mezzi corazzati e camion sono stati trasferiti in Kuwait. Sempre in Kuwait si è registrato l’arrivo di 15 mila soldati – dal 1° Brigade Combat Team e dalla 1a Divisione di Cavalleria di Fort Hood, Texas e dalla 34a Divisione di Fanteria della Guardia Nazionale del Minnesota - in aggiunta al personale militare in uscita dall’Iraq e ricollocato sia nell’Emirato che in Giordania, come la 29a Combat Aviation Brigade della Guardia Nazionale del Maryland. Si tratterebbe di una forza di reazione rapida in grado di attivarsi in tempi brevi in caso di un eventuale collasso dell’Iraq o qualora si dovesse fronteggiare una minaccia da parte dell’Iran. Diversi funzionari americani hanno comunque tenuto a ricordare la già imponente presenza di basi militari USA nel Golfo. Tra le più importanti, il Bahrein, major non-Nato ally, ospita, infatti, il Quartier Generale dello US Naval Forces Central Command e la Quinta Flotta che, oltre a rivestire una funzione di deterrenza nei confronti dell’Iran, consente il controllo del traffico nello stretto di Hormuz. 

La base navale di Juffair Manama ospita 5 mila soldati in servizio più le famiglie e 1300 contractor. Inoltre decine di migliaia di soldati sono distribuiti nella regione a bordo delle navi della flotta. Nell’area di responsabilità della Quinta Flotta hanno transitato nei primi mesi del 2012 le portaerei USS Abraham Lincoln, USS Carl Vinson, la USS Entrprise e la USS John C. Stennis.

Il Qatar ospita, invece, una delle più importanti basi americane nella regione, l’imponente base di Al - Udeid che dalla sua istituzione, nel 2002, vicino a Doha, ha fatto sì che il Qatar divenisse il centro di comando delle operazioni belliche nell’area al posto dell’Arabia Saudita ed è sede “avanzata” del CENTCOM - US Central Command a Tampa, Florida - e dello Air Component Command. Il National Defense Authorization Act statunitense per l’anno fiscale 2012 prevede uno stanziamento di 37 milioni di dollari per il completamento della struttura. Gli Emirati Arabi Uniti ospitano invece basi a Jebel Ali e Al Dhafra. base dello quadrone di rifornimento aereo e – così come mostrato da evidenze satellitari - dei velivoli di ricognizione U-2 e RQ-4.

Da quando hanno ereditato il compito della sicurezza del Golfo dai britannici, il Pentagono e l’amministrazione USA hanno investito ingenti capitali per collocare basi logistiche e militari nell’area a testimonianza di come, nonostante l’emergere di nuovi scenari, il Medio Oriente resti sempre strategicamente importante nell’agenda estera statunitense.