06 MAGGIO 2016
Geopolitical weekly n. 217
DI Giulia Conci e Luigi Rossiello

Sommario: Iraq, Libia, Turchia

 

 

Iraq

Lo scorso 30 aprile centinaia di manifestanti, seguaci del leader religioso sciita  Muqtada al-Sadr, hanno varcato (per la prima volta dal 2003) la cinta muraria della cosiddetta Green Zone (area istituzionale e diplomatica di Baghdad) e assaltato la sede del Parlamento iracheno. Il leit motiv delle proteste continua a essere la denuncia popolare dell’impasse del Governo guidato dal premier Haider al-Abadi. Quest’ultimo, infatti, non riesce a ottenere l’appoggio politico necessario per la formazione di un nuovo esecutivo tecnico e per l’approvazione di un vasto programma di riforme istituzionali, economiche e amministrative. Tali misure sembrerebbero volte a superare le logiche settarie nell’assegnazione delle cariche pubbliche e istituzionali nonché a combattere il dilagante fenomeno della corruzione.

L’irruzione dei manifestanti sadristi rappresenta soltanto l’ultimo episodio di violenza che ha colpito la capitale irachena, di per sé continuamente scossa da feroci attentati terroristici perpetrati dallo Stato Islamico. Basti pensare che solo nella giornata del 2 maggio  Baghdad è stata colpita da tre attentati, rispettivamente nei sobborghi meridionali di Saydiya e Khalisa e  nella zona settentrionale di Tarmiya.

Il perdurare sia dei contrasti su base settaria che del malcontento popolare continuano ad alimentare la profonda instabilità politica che caratterizza lo scenario iracheno. I tradizionali attriti e le antiche acredini tra comunità sunnite e sciite e tra gruppi etnico-tribali dominanti e subalterni continuano a nutrire le diverse forme di violenza politica, inclusa l’insorgenza guidata dallo Stato Islamico. In un contesto così volatile e frammentato, l’inazione e le divisioni interne al governo rischiano di vanificare gli sforzi dell’apparato militare nazionale e le azioni di supporto da parte della Coalizione Internazionale a guida statunitense nel percorso di neutralizzazione del Califfato di al-Baghdadi.

 

Libia

Lo scorso 4 maggio, il Generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito Libico, ha annunciato l’inizio delle operazioni militari contro Sirte, attuale roccaforte dei miliziani dello Stato Islamico (IS). Già nelle giornate precedenti, un’avanguardia dell’Esercito Libico si era scontrata con alcuni miliziani dello Stato Islamico ad est della città, nell’area a sud del villaggio di An Nawafaliyah.

La scelta di Haftar si pone in netta e diretta contrapposizione all’appello del Premier del Governo di Unità Nazionale (GUN) Fayez al-Sarraj, che aveva chiesto al Generale di interrompere ogni azione militare contro le postazioni dell’IS in attesa di creare un comando militare unificato che comprendesse anche il Consiglio militare di Misurata, impegnato, a sua volta nella preparazione di un attacco da ovest verso Sirte.

L’assenza di un comando integrato rischia di esacerbare ulteriormente le tensioni tra le diverse forze in campo, ancora troppo attaccate alla propria autonomia e decisamente contrarie ad accettare l’autorità di un organo sovraordinato privo delle necessaria e condivisa legittimità politica. Queste tensioni sono emerse in maniera evidente lo scorso 3 maggio nei pressi della cittadina di Zillah (400 chilometri a sud-est di Sirte), quando le forze appartenenti al Consiglio Militare di Misurata e quelle di Haftar si sono duramente scontrate.  

A complicare ulteriormente la corsa su Sirte è il ruolo delle Petroleum Facilities Guard (PFG), guidate da Ibrahim Jadhran. Quest’ultimo, infatti, nonostante avesse precedentemente annunciato il suo sostegno a Serraj, sembra aver cambiato atteggiamento nelle ultime ore, offrendo supporto all’iniziativa di Haftar. Dietro questa improvvisa sterzata potrebbe esserci la pressione che Jadhran ha subito delle diverse realtà tribali che lo sostengono.

Le tensioni tra il Generale Haftar, sostenuto da parte del governo di Tobruk, e il GUN per l’offensiva su Sirte rappresentano soltanto l’ultima manifestazione di un conflitto politico che dura ormai da oltre un anno e che impedisce la realizzazione di qualsiasi basilare piano di pace per la stabilizzazione del Paese. 

 

Turchia

Lo scorso primo maggio, un attentatore suicida ha fatto esplodere un’autobomba davanti ad una stazione di polizia nella città di Gaziantep, nel Sud-Est del Paese, non lontano dal confine con la Siria. Il bilancio dell’attentato è di 2 poliziotti morti e di 22 feriti, dei quali 18 appartenenti alle Forze di Sicurezza.

Benché l’azione non sia stata rivendicata da nessuno dei gruppi terroristici attivi in Turchia, le autorità turche ritengono che la responsabilità dell’attacco sia da attribuire allo Stato Islamico (IS o Daesh)

Nonostante le dichiarazioni del Ministero dell’Interno di Ankara, le modalità, l’obbiettivo e il luogo dell’attacco lasciano presupporre il possibile coinvolgimento di altri gruppi terroristici, tra i quali il TAK (Falchi per la Libertà del Kurdistan). Infatti, al pari di Daesh, anche il gruppo ultra-nazionalista curdo è solito utilizzare attentatori suicidi ed autobombe, soprattutto contro obbiettivi militari e di polizia. Inoltre, Gaziantep, teatro dell’attacco, è una città caratterizzata da una forte presenza curda nonché una delle roccaforti dell’insorgenza anti-governativa. Negli ultimi mesi il TAK ha intensificato la propria campagna di attentati contro lo Stato e la popolazione curda. L’ultimo di questi è avvenuto lo scorso 27 aprile, quando un’altra autobomba è deflagrata nei pressi di una moschea di Bursa, uccidendo un civile.

Negli ultimi anni, la Turchia ha conosciuto una preoccupante escalation degli attacchi da parte delle diverse sigle terroristiche attive sul proprio territorio, tra le quali Daesh, TAK, PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e DHKP / C (Fronte / Partito di Liberazione Popolare).  Tuttavia, i movimenti di matrice curda risultano particolarmente attivi a causa sia del fallimento delle trattative tra governo centrale e organizzazioni ribelli sia della strategia repressiva di Ankara nei confronti delle comunità curde nel sud-est del Paese. Infatti, nelle province meridionali curde, le Forze Armate turche sono impegnate in una vasta operazione contro-terrorismo avente lo scopo di neutralizzare il PKK e il TAK. Tuttavia, a causa della muscolarità dell’azione governativa e ai molti danni collaterali subiti dalla popolazione civile, i movimenti eversivi hanno rinvigorito la propria propaganda ed il proprio sostegno sociale. 

Oltre alle tradizionali acredini interne, il conflitto tra curdi e Turchia è stato ulteriormente rafforzato dagli sviluppi della crisi siriana e dal ruolo svolto dalle milizie curde nel nord del Paese in funzione di contrasto alle brigate dello Stato Islamico. Infatti, espandendo il proprio controllo nelle province settentrionali siriane, le milizie curde potrebbero gettare le basi per rivendicare la formazione di un’entità politica indipendente o autonoma lungo il confine turco, aumentando così le richieste politiche delle comunità curde residenti in Turchia. 

A rendere ancor più complicato il mosaico politico turco sono state le improvvise dimissioni del Primo Ministro Ahmet Davutoglu, avvenute lo scorso 5 maggio. L’ormai ex Premier di Ankara ha rinunciato sia ad ogni carica governativa sia alla Presidenza dell’AKP (Partito Giustizia e Sviluppo, Adalet ve Kalkınma Partisi) per reiterati contrasti con Erdogan, reo di proseguire nella sua opera di accentramento del potere e iper-personalizzazione della scena politica nazionale. Con l’esautorazione di Davutoglu, il panorama istituzionale turco perde una delle poche figure moderate in grado di fungere da contraltare all’unilateralità del Presidente e dei suoi pretoriani, sostenitori della linea dura contro il PKK e dell’uso spregiudicato della forza contro le comunità curde del sud est del Paese.