26 APRILE 2016
Il Kurdistan iracheno tra tensioni interne e lotta allo Stato Islamico
DI Lorenzo Marinone

Dopo più di un decennio di relativa stabilità e di forte crescita economica rispetto al resto del territorio dell’Iraq, la regione del Kurdistan iracheno si trova ad affrontare un periodo di profonda crisi. La rapida affermazione dello Stato Islamico (IS) a partire dalla seconda metà del 2014 ha permesso ai miliziani di al-Baghdadi di insediarsi saldamente nell’area di Mosul, attestandosi a poche decine di chilometri dalla capitale curda Erbil, e di mantenere sotto pressione i Peshmerga curdi attorno al monte Sinjar e nella provincia di Kirkuk, zone di importanza strategica per i collegamenti con la Siria e l’abbondanza di riserve di gas e petrolio. Ciò ha indotto il Governo Regionale Curdo (KRG) e in particolare la fazione riconducibile al Presidente Masud Barzani e al Partito Democratico del Kurdistan (KDP) ad aumentare il controllo sulle istituzioni e sulla società curde. La crescente conflittualità tra i partiti è sfociata nella sostanziale paralisi dell’azione politica e si è riverberata nelle già complesse relazioni con il Governo centrale di Baghdad.

Infatti, l’accordo che legava le esportazioni di petrolio dal Kurdistan alla devoluzione del 17% del bilancio dell’Iraq alla regione autonoma, raggiunto faticosamente verso la fine del 2014, è ormai lettera morta da quasi un anno. La decisione del KRG di commercializzare direttamente con la Turchia gli idrocarburi estratti nel proprio territorio, che risale a giugno dell’anno scorso, ha causato la sospensione dei trasferimenti di denaro da Baghdad a Erbil. Di conseguenza, il debito pubblico del Kurdistan iracheno ha raggiunto il livello record di 25 miliardi di dollari e continua ad aggravarsi al ritmo di 100 milioni al mese, causando un deficit di bilancio che il petrolio da solo non può risanare. Tale congiuntura ha impedito già da settembre 2015 il pagamento degli stipendi ai funzionari, che tuttora vengono erogati a singhiozzo o sono di fatto congelati,  e ha indotto il KRG a mettere in campo misure di austerità draconiane con tagli fino al 75%.

Benché nel corso del 2014 i Peshmerga siano riusciti ad occupare vaste aree attorno a Kirkuk, dove sono localizzati importanti giacimenti, e la produzione di idrocarburi sia più che raddoppiata da 250.000 a 550.000 barili al giorno, tale quantitativo non è comunque sufficiente a tenere in vita l’opulenta macchina burocratico-amministrativa del Kurdistan iracheno. Le minacce di rivolgersi senza intermediazione ad acquirenti esteri e di dichiarare l’indipendenza a livello politico da Baghdad tramite un referendum, entrambe agitate a più riprese dalla leadership curda e con particolare insistenza nei primi mesi del 2016, rappresentano dunque un’arma a doppio taglio.

Infatti, l’aumentare del malcontento popolare e le ripetute manifestazioni di protesta che hanno toccato diverse città del Kurdistan iracheno negli ultimi mesi, minano alla base il consenso verso i partiti tradizionali come il KDP e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) di Jalal Talabani. D’altronde, mentre una quota preponderante del bilancio del KRG viene assorbita dagli stipendi pubblici, è proprio tramite l’instaurazione di un sistema clientelare e di un settore della pubblica amministrazione gonfiato a dismisura che gli eterni rivali Barzani e Talabani hanno trovato un comune modus vivendi basato sulla spartizione delle cariche pubbliche e sulle regalie. Pertanto, le riforme che si manifestano quanto mai necessarie per sanare il bilancio e allontanare la regione autonoma da un destino di rentier State soggetto alle fluttuazioni delle quotazioni petrolifere, sono di fatto provvedimenti che rischiano di esacerbare le tensioni sempre meno latenti tra PUK e KDP, lacerando profondamente il tessuto sociale ed economico della regione.

In questo frangente, il Presidente Barzani sta seguendo una strategia prevalentemente attendista. Infatti, nonostante l’azione del Parlamento e dell’Esecutivo sia di fatto paralizzata fin dallo scorso ottobre, quando il KDP ha impedito l’accesso a Erbil a quattro Ministri e allo speaker del Parlamento, tutti afferenti al partito Gorran (Movimento del Cambiamento), Barzani non ha cercato attivamente né di ricucire lo strappo, né di cercare una soluzione alternativa tramite accordi con il PUK. Saldamente in grado di controllare il Consiglio di Sicurezza, che ha prorogato di due anni il suo mandato presidenziale prima nel 2013 e una seconda volta nel 2015, Barzani punta sulle divisioni tra gli altri partiti per restare al potere al di là del mandato popolare. Sebbene sia Gorran sia i partiti islamici chiedano da tempo una riforma dell’assetto istituzionale che superi il presidenzialismo attuale in favore di maggiori poteri al Parlamento, le opposizioni non dispongono dei numeri sufficienti per allontanare Barzani. L’appoggio del PUK ad un eventuale fronte anti-Barzani finora è venuto a mancare poiché Talabani vede in Gorran, a ragione, il suo principale avversario, in quanto condividono in larga parte lo stesso bacino elettorale. Inoltre, in questa fase il PUK è attraversato da dispute interne che minano l’autorità di Talabani mentre il leader di Gorran, Nawshirwan Mustafa, si trova ormai da mesi all’estero ufficialmente per ricevere cure adeguate e non è in condizione di ricompattare il partito. La crescente frammentazione dei partiti di opposizione e di Gorran, quindi, non sembra al momento superabile né a livello politico, né tantomeno facendo presa sulla popolazione per aumentare la pressione della società civile sul Governo. Infatti, nonostante la polarizzazione della scena politica stia caratterizzando anche la vita pubblica della regione autonoma, il controllo esercitato da Barzani sulle principali istituzioni appare tuttora saldo e capace di resistere alle ripetute proteste popolari avvenute negli ultimi mesi.

Inoltre, la debolezza degli avversari politici ha permesso a Barzani di accreditarsi ulteriormente di fronte alla Comunità Internazionale come garanzia di stabilità nella regione. Poiché nell’ottica della lotta all’IS è essenziale poter contare sull’appoggio dei Peshmerga, Erbil continua a ricevere copiosi finanziamenti per ripianare i suoi deficit di bilancio, appesantito peraltro dalla gestione dell’accoglienza di circa 300mila rifugiati e oltre 1,5 milioni di sfollati interni provenienti dall’intero Iraq. Tali linee di credito provengono principalmente dagli USA e sono indirizzate sia a sostegno del comparto militare sia al ripianamento del deficit e alle spese correnti, a dimostrazione di quanto Washington, nella veste di principale contributore della Coalizione Internazionale anti-IS, sia determinato nell’evitare che la crisi del KRG sfoci in una situazione di caos ingestibile, con conseguenze deleterie per l’efficacia militare delle forze curde.

Tuttavia, le fratture interne al panorama politico del Kurdistan iracheno e la precaria situazione economica rappresentano una minaccia per la sicurezza della regione. Infatti, le forze Peshmerga rimangono divise per fedeltà tra KDP e PUK, mentre soltanto 14 brigate possono essere considerate unite. Anche se non si sono ancora verificati episodi che lascino presagire un conflitto aperto tra le diverse fazioni, questa ipotesi potrebbe trovare maggiore concretezza qualora aumentasse il livello di scontro tra i partiti politici.

Altri fattori di criticità dal punto di vista dell’efficacia militare dei Peshmerga sono rappresentati dalle frizioni con diverse componenti dell’eterogeneo fronte anti-IS effettivamente dispiegato sul terreno. A tal proposito, va segnalato il costante attrito tra le truppe curde e unità delle milizie sciite irachene Hashd al-Shaabi nella zona di Amerli e Tuz Khurmatu. Si tratta di un’area, al pari di Kirkuk, dove i Peshmerga sono riusciti a estendere la loro presenza durante la seconda metà del 2014 e che entrambe le parti rivendicano per sé. Scontri fra truppe curde e unità sciite potrebbero moltiplicarsi nel caso in cui il KRG dichiarasse l’indipendenza da Baghdad, distogliendo così forze importanti dalla lotta all’IS. All’interno dello stesso panorama delle milizie curde, infine, sussistono rivalità con potenziali effetti destabilizzanti. È il caso dell’area del monte Sinjar, dove si sono verificati scontri tra Peshmerga e forze curde di regia siriana afferenti alle Unità di Protezione Popolare (YPG), ideologicamente vicine al PKK, durante l’offensiva finale contro le milizie di al-Baghdadi nel novembre 2015. La contesa potrebbe riaccendersi sia sulla base di questioni territoriali, sia per la vicinanza del KDP alla Turchia e all’attuale dura repressione del PKK da parte di Ankara.

Pertanto, se le forze Peshmerga rivestono senz’altro un ruolo di primo piano nel contenimento dell’IS, il loro impiego in una futura offensiva per riprendere Mosul non è affatto pacifico. Infatti, la loro proiezione al di fuori delle aree tradizionalmente a maggioranza curda rischia di trovare la ferma opposizione della popolazione locale, a maggioranza araba sunnita, i cui timori sono già emersi chiaramente durante la liberazione di Sinjar. Inoltre, i pessimi rapporti tra Peshmerga e le potenti milizie sciite non lasciano intravedere margini per tentare una soluzione sulla falsariga dell’esperienza delle Forze Democratiche Siriane, la coalizione-ombrello appoggiata dagli Stati Uniti nel nord-est della Siria che raggruppa una base predominante di elementi curdi a fianco di milizie arabe e in misura minore siriache e turcomanne. Il complesso incrocio di rivendicazioni territoriali, attriti etnici e interessi energetici che insiste sull’area ai confini del KRG, quindi, fa dell’offensiva su Mosul un momento particolarmente delicato non solo per quanto riguarda il contrasto all’IS, ma anche per quanto riguarda i rapporti di forza tra le parti in campo e le prospettive di una futura pacificazione della regione.