15 APRILE 2016
Geopolitical weekly n. 214
DI Carolina Mazzone e Olena Melkonian

Sommario: Afghanistan, Russia, Yemen

 

 

Afghanistan

Lunedì 11 Aprile, i talebani hanno annunciato l’inizio della così detta offensiva di primavera, l’annuale ripresa delle attività di insorgenza coincidente con l’inizio della bella stagione. All'annuncio dell’operazione, quest’anno chiamata “Operazione Omari” in onore dello storico leader Mullah Omar, deceduto la scorsa estate, sono seguite le dichiarazioni del Ministero della Difesa che ha parlato di una pronta controffensiva da parte delle Forze di sicurezza afghane (ANSF), chiamata “Operazione Shafaq”, per cercare di arginare una minaccia che appare ormai sempre più pressante. Già nei giorni scorsi, come preludio dell’offensiva, i combattenti talebani avevano rivendicato due attenti a distanza di poche ore. A Jalalabad City (nella provincia di Nangarhar) una bomba su un bus dell’Esercito ha provocato la morte di 12 uomini e il ferimento di 38, mentre a Kabul un ordigno posato su strada è detonato al passaggio di un veicolo con personale del Ministero dell’Istruzione, uccidendo due persone e ferendone altre cinque. Mentre nel recente passato l’impraticabilità delle impervie vie di comunicazione interne aveva effettivamente rallentato l’avanzata dei miliziani ribelli nei mesi invernali, negli ultimi due anni i talebani hanno guadagnato un controllo talmente capillare del territorio da essere ormai in grado di mettere costantemente in seria difficoltà le autorità di Kabul e le ANSF.

Ad oggi, i talebani controllano o contestano alle Forze di sicurezza afghane circa 80 distretti su 400, non solo nelle tradizionali enclaves nel sud e nell'est del Paese, ma anche nelle regioni settentrionali, in passato storiche roccaforti delle forze di opposizione alla militanza. Oltre ai successi registrati questo inverno nella conquista della provincia meridionale dell’Helmand, i talebani hanno ormai rafforzato la propria presenza anche al nord, sia nella provincia di Kunduz sia in quella di Baghlan. In proposito, con la recente conquista di diverse basi militari e checkpoints a Dandghur (nei pressi del capoluogo di Baghlan), l’insorgenza sarebbe ora in grado di controllare importanti vie di comunicazioni verso il confine con il Tajikistan. L’attuale forza della militanza sembra essere confermata anche dalla recente scelta di numerosi comandanti, che momentaneamente avevano abbandonato la causa talebana per unirsi alla così detta branca Khorasan dello Stato Islamico, di tornare tra le fila dell’insorgenza. In un momento in cui le ANSF si dimostrano inadeguate nel rispondere ai problemi di sicurezza interna, il rinsaldamento del fronte talebano sembra destinato ad esacerbare ulteriormente la già profonda instabilità all’interno del Paese.

 

Russia

La mattina dell’11 Aprile, tre terroristi hanno tentato di far esplodere le proprie cinture esplosive nei pressi della stazione di polizia di Novoselske, centro nella regione di Stavropol (Russia Meridionale). Tuttavia, soltanto uno di loro è riuscito nel proprio intento, mentre gli altri due sono stati uccisi dalla polizia. In ogni caso, l’attentato non ha fatto vittime né tra i poliziotti né tra i civili. Nelle ore successive all’attacco, le Forze di polizia ed i Servizi di Sicurezza hanno avviato una massiccia operazione anti-terrorismo (piano Krepost) consistente nell’evacuazione di asili nido, scuole ed ospedali. Nel recente passato (dicembre 2013), la regione di Stavropol era stata già colpita da un altro attentato, quando un autobomba aveva colpito un ufficio della polizia stradale nella cittadina di Pyatigorsk, uccidendo tre persone. 

Anche se, al momento, non è stata effettuata alcuna rivendicazione, i gruppi jihadisti maggiormente indiziati sono l’Imarat Kavkaz (IK, Emirato del Caucaso) e il Wilayah al-Qawqaz (WQ), gruppo affiliato allo Stato Islamico (IS o Daesh). Mentre il primo gruppo, attivo sotto altri nomi e sigle sin dalla Seconda Guerra Cecena (1998-2002), rappresenta la più antica formazione jihadista presente nella Federazione Russa, il secondo è nato nel giugno del 2015 attorno al nucleo dei foreign fighters ceceni e daghestani ritornati in patria dopo l’esperienza nella guerra civile siriana e l’arruolamento in Daesh.

Nel caso l’attentato fosse rivendicato da IK, questo manifesterebbe la volontà del gruppo di sottolineare la perduranza della propria azione nonché la sua centralità nel panorama insurrezionale e terroristico russo. Infatti, grazie all’efficacia della strategia anti-terrorismo del Cremlino, negli ultimi anni IK ha sensibilmente ridimensionato l’incisività delle proprie azioni.

Viceversa, nel caso in cui l’azione di Novoselske  fosse rivendicata dal Wilayat-al Qawqaz, il gruppo rimarcherebbe la propria continua ascesa e la propria crescita di importanza all’interno della galassia jihadista del Caucaso russo. 

 

Yemen

A partire dalla mezzanotte dello scorso 10 aprile, in Yemen è entrata in vigore una tregua, promossa e negoziata dalle Nazioni Unite, tra i ribelli di religione sciita Houthi (alleati dell’ex-Presidente Ali Abdullah Saleh) e le forze fedeli all’attuale Presidente Abdrabbuh Mansour Hadi, in lotta dal 2014 per il controllo del Paese. Entrambe le fazioni hanno accettato l’accordo in attesa di riprendere i negoziati di pace, previsti in Kuwait per il prossimo 18 aprile.

Le premesse della guerra in Yemen risalgono al 2011, quando a seguito della rivolta popolare scoppiata sull’onda delle Primavere Arabe, l’allora Presidente Ali Abdullah Saleh è stato destituito a favore dell’attuale Capo dello Stato Abdrabbuh Mansour Hadi, sostenuto dalla Comunità Internazionale. Approfittando del caos politico e istituzionale del Paese, la popolazione Houthi, tradizionalmente discriminata, era insorta contro il governo centrale nel tentativo di ottenere maggiori benefici politici e rinegoziare gli equilibri di potere nel Paese. L’offensiva del fronte ribelle ha raggiunto il proprio apice nel 2014 con la conquista della capitale Sanaa e la fuga di Hadi.

Questi eventi hanno determinato la decisione dell’Arabia Saudita di intervenire nel conflitto quale leader di una vasta coalizione internazionale di Paesi sunniti (marzo 2015) in sostegno del Presidente Hadi. Tale intervento ha permesso alle forze lealiste di riconquistare una consistente porzione di territorio meridionale yemenita, finito precedentemente sotto il controllo ribelle, e di stabilire ad Aden la capitale provvisoria del Paese.  

Tuttavia, a distanza di un anno, l’intervento saudita sembra non aver sortito gli effetti desiderati, lasciando il conflitto in una situazione di stallo. Inoltre, all’impasse nei combattimenti e al perdurare del vuoto di potere politico è corrisposto il rafforzamento dei gruppi di ispirazione jihadista in tutto il Paese.

In particolare, negli ultimi mesi, al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQPA) è riuscita a rafforzare in maniera significativa la sua presenza nel Paese, consolidando gradualmente il proprio controllo sulla maggior parte della provincia meridionale di Hadramawt, facendo del capoluogo al-Mukalla la sua roccaforte. Contemporaneamente, anche lo Stato Islamico ha sfruttato la forte destabilizzazione del contesto yemenita per affermare il proprio modello di jihad, profilando la possibilità che anche in Yemen si ripeta la dinamica dello scontro tra le due diverse leadership jihadiste.  Ne è l’emblema l’attentato ad Aden dello scorso 11 aprile, prontamente rivendicato sia da al-Qaeda che dallo Stato Islamico.

Conseguentemente, emerge la necessità di trovare una soluzione tempestiva al conflitto, prima che il perpetuarsi delle conflittualità e del vuoto politico possano definitivamente trasformare lo Yemen  in  un ulteriore bacino di diffusione del jihad nella regione mediorientale. Oltre alla tenuta della tregua e alla propensione al compromesso da parte delle due fazioni in lotta, sull’andamento dei prossimi negoziati peserà notevolmente la postura assunta dagli attori internazionali coinvolti direttamente o indirettamente nel conflitto, in primis Arabia Saudita e Iran che vedono sempre più nel dossier yemenita uno dei principali banchi di prova per testare le rispettive capacità di proiezione egemonica nella regione.