07 APRILE 2016
Geopolitical weekly n.213
DI Carolina Mazzone e Olena Melkonian

Sommario: Azerbaijan – Armenia, Libia, Somalia

 

 

Azerbaijan – Armenia

Il 5 Aprile è stato raggiunto l’accordo di cessate il fuoco tra l’Azerbaijan e l’autoproclamatasi indipendente Repubblica del Nagorno Karabakh, dopo quattro giorni di intensi combattimenti tra le milizie ribelli, le Forze Armate di Erevan e quelle di Baku. I dettagli della tregua siglata poco prima dell’incontro del Gruppo di Minsk dell’OSCE, organo diplomatico sovranazionale co-presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti e deputato a promuovere la risoluzione pacifica del conflitto del Nagorno Karabakh, non sono stati resi noti.

Nello specifico, i violenti scontri tra le milizie ribelli e gli eserciti armeno e azero sono iniziati nella notte del 2 Aprile ed hanno riportato un bilancio finale di circa 60 morti tra militari e civili. L’estrema politicizzazione del conflitto e la massiccia resilienza mediatica e propagandistica da parte dei governi di Baku e Erevan non ha permesso, sinora, una ricostruzione condivisa ed attendibile sia degli eventi sia del computo delle perdite. Tuttavia, in base agli elementi sinora emersi, appare possibile che, nel contesto delle frequenti e rispettive schermaglie lungo la linea di contatto tra i due schieramenti, le Forze Armate azere abbiano avviato una massiccia operazione offensiva volta a prendere il controllo di alcune alture strategiche nei pressi dei villaggi di Mardakert e Talish, causando la rappresaglia delle milizie e delle Forze Armate armene.

Dopo oltre un ventennio di conflitto “congelato”, dunque, la questione irrisolta del Nagorno Karabakh, torna a rendere vacillante l’equilibrio geopolitico del Caucaso Meridionale, in un contesto nel quale nessuno dei due governi sembra voler effettuare significative concessioni all’altro.

Tenendo conto delle difficoltà politiche ed economiche di Baku e Yerevan, non si esclude che l’escalation di violenza sia stato un tentativo di esternalizzare le criticità interne attraverso la ripresa del conflitto. In ogni caso, la rinnovata escalation delle violenze e lo stallo nelle trattive di pace rendono evidente l’inadeguatezza e la necessità di superare gli Accordi di Pace di Bishkek del 1994, un trattato che si limitava a fermare le ostilità tra i contendenti senza prevedere un concreto piano politico per la risoluzione della controversia.

 

Libia

Lo scorso 5 aprile, il Congresso Generale Nazionale (CGN) di Tripoli, con una maggioranza di circa 70 parlamentari, ha proclamato il proprio auto-scioglimento, riconoscendo l’autorità del Governo di Unità Nazionale (GUN) guidato del primo ministro Fayez Serraj e supportato dalle Nazioni Unite. Dalle ceneri del CGN sorgerà il Consiglio di Stato, organo composto da 120 membri (90 del CGN e 30 indipendenti) nominati dai principali leader libici secondo modalità non ancora adeguatamente precisate, avente il compito di coadiuvare la Camera dei Rappresentanti in materie tecniche (difesa, sicurezza, economia) ed esprimere pareri orientativi sull’attività di legiferazione. Nonostante permangano delle opposizioni interne all’ormai ex-GNC, questo passaggio di consegne ha segnato una svolta significativa per l’evoluzione dello scenario libico.

Nei giorni scorsi, in seguito, all’arrivo di Serraj (sbarcato il 30 marzo a Tripoli nella base navale di Abu Sittah per procedere all’Insediamento del GUN), Khalifa Ghweil e Nouri Abusahmin, rispettivamente Primo Ministro e Presidente del GNC, hanno lasciato la città, diffondendo così profonda incertezza sulle sorti politiche del Paese. Anche le sanzioni economiche e finanziarie imposte dalle Organizzazioni Internazionali, hanno giocato un ruolo fondamentale per il cambiamento di posizione dei due leader del CGN nei confronti di Serraj e del GUN, inizialmente di profonda opposizione. Tali sanzioni hanno infatti privato i due leader delle risorse necessarie a sovvenzionare l’apparato governativo tripolino e le proprie milizie. Un altro fattore determinante per la variazione dell’atteggiamento del CGN è stato il riconoscimento di Serraj da parte di alcune importanti istituzioni economiche e finanziarie libiche, come la Banca Centrale della Libia (BCL), che gestisce le riserve monetarie del Paese, e la Lybian Investiment Authority (LIA), che costituisce uno dei principali fondi sovrani di tutto il Continente africano. Lo stesso sostegno al GUN è stato fornito dalla compagnia petrolifera dello Stato (la National Oil Company) che ha contribuito a diffondere questo nuovo clima di fiducia verso Serraj.

In questo scenario, una delle maggiori criticità è rappresentata dal comportamento del Parlamento di Tobruk che, al momento, non sembra disponibile al compromesso con Serraj. Allo stesso modo, la posizione del generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito Libico, rimane ostile al Governo di Unità Nazionale e rischia di condizionare significativamente il processo di riconciliazione nazionale.

Nonostante gli Accordi di Skhirat del dicembre 2015 prevedessero originariamente che fosse la Camera dei Rappresentati di Tobruk a diventare il nuovo Parlamento dello Stato unitario, ad oggi questa eventualità sembrerebbe smentita dagli avvenimenti in corso.

 

Somalia

Il primo aprile, in seguito all’attacco di un drone statunitense nella città somala di Gelib, è stato ucciso Hassan Ali Dhoore, il capo dell’Amnyyat (il dipartimento intelligence, sicurezza e operazioni speciali) del gruppo jihadista al-Shabaab. L’operazione militare statunitense è stata effettuata nel contesto della Global War on Terrorism (GWOT), la missione militare avviata in seguito all’11 settembre 2001, con lo scopo di neutralizzare la minaccia del terrorismo di matrice salafita a livello globale. Sempre in questo contesto va collocata l’azione delle Forze Armate statunitensi dello scorso 5 marzo, quando un altro attacco aereo ha distrutto un campo di addestramento di al-Shabaab a Raso (400km da Mogadiscio), causando la morte di 150 jihadisti.

Ali Dhoore era un personaggio di spicco della leadership di al-Shabaab, sia per il suo ruolo di guida dell’ Amnyyat, sia per la sua notevole capacità di progettazione delle attività terroristiche. Gli attentati sviluppati nella capitale somala all’aeroporto di Mogadiscio (25 dicembre 2014) e all’hotel di Maka al-Mukarramah (27 marzo 2015), sono stati entrambi programmati dallo stesso Dhoore. Inoltre, nel tentativo di rafforzare ulteriormente il suo ruolo all’interno dell’organizzazione, Dhoore era il capo di una fazione decisa a promuovere l’affiliazione di al-Shabaab allo Stato Islamico, ricusando i vecchi legami con al-Qaeda.

Conseguentemente ai contrasti sorti internamente alla leadership, molte brigate di al-Shabaab hanno recentemente espresso la volontà di giurare fedeltà allo Stato Islamico, indebolendo di fatto la capacità operativa unitaria del gruppo. Alla concezione dell’autorità centrale, che propone una visione di al-Shabaab basata su un modello verticistico del potere come quella qaedista, si contrappone la volontà di alcune frange dell’organizzazione di procedere verso il modello orizzontale proposto da Daesh. Tuttavia, il motivo delle controversie tra gli esponenti delle diverse correnti del gruppo jihadista non dipende solo da una discorde concezione del jihad, ma è rintracciabile soprattutto nelle acredini sorte tra i diversi clan che fanno parte di al-Shabaab, riflesso di una competizione che, più in generale, riguarda tutti gli aspetti della vita sociale del Paese. Bisogna inoltre considerare che la volontà di sostenere legami più forti con il network di al-Qaeda o con quello dello Stato Islamico risponde alle logiche di potere interne al movimento jihadista. Infatti, molti miliziani, in disaccordo con i vertici di al-Shabaab o desiderosi di affermare rapidamente il proprio potere potrebbero utilizzare lo strumento del giuramento di fedeltà a Daesh per rafforzare le proprie posizioni ed aumentare la propria influenza.