05 APRILE 2016
La ripresa del conflitto in Nagorno Karabakh e i suoi possibili sviluppi
DI Olena Melkonian

La notte del 2 Aprile, dopo anni di conflitto “congelato”, si è significativamente riacceso lo scontro tra armeni ed azeri nella Repubblica del Nagorno Karabakh (NKR), attraverso violenti combattimenti caratterizzati da un’intensità che non si registrava dal raggiungimento del cessate il fuoco stabilito dagli Accordi di Pace di Bishkek (Kirghizistan,1994).

Nel corso dei primi tre giorni di ostilità si sono registrati diversi scontri sulla linea di contatto del fronte, più precisamente nella provincia nord orientale di Mardakert (regione controllata da Baku ma rivendicata dall’NKR) e nella regione sud orientale di Jabrail (al confine con l’Iran) occupata dagli armeni ma rivendicata da Baku. L’elevata politicizzazione del conflitto rende difficile una reale ricostruzione degli eventi sia per quanto concerne il numero reale di perdite subite sia nella definizione del reale violatore del cassate il fuoco.

Gli armeni accusano l’Azerbaijan di aver mosso un vero e proprio attacco coordinato con numerosi mezzi pesanti, tra cui artiglieria (in particolare con l’impiego di sistemi lanciarazzi), carri armati e veicoli per il trasporto truppe, tutti coadiuvati e supportati dall’impiego delle forze aeree. Mentre dall’altra parte, il Ministro della Difesa azero Zakir Hasanov ha imputato all’Armenia di aver effettuato, nelle ore immediatamente precedenti lo scoppio degli scontri, più di cento violazioni del cessate il fuoco sulla linea del fronte con lanci di granate e utilizzo di mortai e mitragliatrici pesanti. Oltre alle immediate accuse reciproche per il mancato rispetto del cessate il fuoco, continuano ad essere fornite diverse e contrastanti informazioni riguardo agli esiti delle azioni militari. Secondo le fonti armene, i territori occupati dagli azeri sono già stati liberati (cittadina di Mardakert e paese di Talish). Il Ministero della Difesa armeno Seyran Ohanian ha dichiarato che l’esercito armeno, insieme alle Forze Armate del Nagorno, hanno abbattuto due aerei azeri e 3 droni, oltre ad aver distrutto 16 cari armati. D’altro canto, Baku risponde sostenendo di non aver ceduto le posizioni occupate nelle ultime ore. Le cifre ufficiali, per il momento, mantengono il numero di caduti attorno alla trentina di unità ma è molto probabile che tali stime vadano riviste al rialzo, data l’intensità degli scontri e l’impiego di assetti militari pesanti. L’Azerbaijan parla di 12 vittime tra i suoi soldati e circa 100 uomini uccisi tra le file nemiche. Yerevan, invece, sostiene di aver perso 18 tra i suoi uomini e aver eliminato circa 200 militari azeri tra cui personale delle forze speciali. Ignoto rimane, al momento, il numero reale delle vittime civili.

Dopo più di un ventennio di stallo, talvolta messo a rischio da estemporanei momenti di esclation delle violenze, come nell’agosto del 2014, il conflitto armeno-azero torna ad essere una seria minaccia per l’equilibrio del Caucaso Meridionale. Nonostante nel corso degli anni ci sia stata la mediazione da parte della troika (Russia, Francia, Stati Uniti) del Gruppo di Minsk (organo istituito dall’OSCE-1992) e più di 20 summit tra le rappresentanze dei due Paesi, non si è mai raggiunto un compromesso ma anzi, si è preferito optare per un “congelamento” della guerra che ha contribuito a rendere la piccola Repubblica del Nagorno Karabakh un ostaggio di  diversi interessi economici e strategici.

Infatti, oltre alle acredini tra Baku ed Erevan, la grande rivalità geopolitica tra Mosca ed Ankara per il controllo della regione ha costituito un forte ostacolo al raggiungimento di una risoluzione del conflitto. La Russia ha da sempre considerato il Caucaso Meridionale come una regione parte della propria sfera d’influenza e con Yerevan ha portato avanti rapporti di cooperazione economica ed energetica (Unione Economica Euroasiatica - 2014) nonché di partnership strategica e militare. Grande alleata dell’Armenia dai tempi dell’Unione Sovietica, Mosca le fornisce armi e sistemi di difesa. Allo stesso tempo, con la presenza di due basi militari russe in territorio armeno (a Gyumri e a Erebuni) il Cremlino si presenta come garante della sicurezza territoriale del Paese caucasico, circondato da vicini ostili e alle prese con difficoltà politiche interne. Tuttavia, allo stesso tempo, Mosca mantiene buoni rapporti con l’Azerbaijan, con il quale intrattiene un rapporto di collaborazione tecnico-militare del valore di circa 4 miliardi di dollari.

In opposizione alla Russia, la Turchia si pone in difesa delle rivendicazioni degli azeri, con i quali condivide numerosi interessi sia economici (oleodotto BTC) che politici ma soprattutto culturali ed etnici. Non mancano di essere di impedimento alla pacificazione, le politiche interne di entrambi i Paesi, i quali  attraverso la propaganda giustificano il mantenimento di uno stato di tensione lungo oltre vent’anni, esasperando la percezione dell’altro attraverso l’esaltazione di rivendicazioni storiche ed etniche del passato. Tra la lotta per l’autodeterminazione del popolo armeno da una parte e  l’esigenza dell’integrità territoriale azera dall’altra, uno dei più difficili e intricati nodi da sciogliere è lo status giuridico delle sette province azere, occupate dagli armeni tra il 1992 e il 1993 al fine di garantire la sicurezza dell’NKR. Gli armeni sono disposti a restituire i territori azeri solo in caso del riconoscimento della Repubblica del Nagorno da parte di Baku, punto su cui l’Azerbaijan non è intenzionata a cedere.

Occorre considerare come, in alcuni casi, le improvvise fiammate nel conflitto del Nagorno-Karabakh  sono legate a questioni di politica interna di Armenia e Azerbaijan, che intendono esternalizzare le proprie difficoltà interne attraverso il riacutizzarsi della guerra.

Osservando la situazione interna attuale, l’Armenia soffre per la corruzione in seno alla sua politica in mano agli oligarchi e ha affrontato diverse proteste popolari tra cui l’ultima del 2015 (Electric Yerevan). Mentre dall’altra parte, Baku ha sviluppato una forte crescita economica grazie ai proventi dell’esportazione del greggio e del gas, anche se la recente crisi del prezzo del petrolio ha creato diverse difficoltà per il regime familistico azero, portando in luce tutte le debolezze del suo sistema. Le crisi politiche ed economiche dell’ultimo periodo che entrambi i Paesi hanno affrontato porterebbe a pensare che la ripresa di una guerra aperta non converrebbe a nessuno dei due ma, allo stesso tempo, condurrebbe proprio verso quel processo di esternalizzazione della crisi citato in precedenza. Con l’intento di distrarre la popolazione dai problemi in casa e tramite una propaganda bellicosa e sciovinista, non è escludibile la volontà di riaprire il conflitto su tutti i fronti.

Nonostante siano arrivati gli inviti alla calma e alla moderazione da parte dei principali attori internazionali e nonostante sia stato dichiarato un nuovo cessate il fuoco, permane il problema della fortificazione delle linee del fronte e il richiamo dei riservisti da parte di Erevan.

Dal 1994, molto è cambiato dal punto di vista della preparazione militare di entrambi i Paesi. L’Azerbaijan, uscito perdente e stremato dalla guerra con gli armeni negli anni novanta, ora si presenta più forte sotto il profilo militare grazie agli ingenti investimenti effettuati con i proventi della vendita di gas e petrolio. Dunque in caso di guerra aperta gli esiti del confronto sarebbero tutt’altro che scontati. In ogni caso, appare certa la necessità di superare gli Accordi di Pace di Bishkek, ormai incapaci di mantenere stabile la situazione nella regione e tenere un freno alle rivendicazioni etniche e territoriali delle parti.