26 FEBBRAIO 2016
Geopolitical Weekly n.208
DI Carolina Mazzone e Olena Melkonian

Sommario: Iran, Libia, Siria, Uganda

 

Iran
Venerdì 26 Febbraio in Iran si sono aperti i seggi per il rinnovo del Majles (Parlamento, 290 seggi) e dell’Assemblea degli Esperti (88 membri), l’organo istituzionale preposto alla supervisione e alla nomina della Guida Suprema. I cittadini iraniani saranno chiamati a scegliere tra 6.229 candidati, divisi in diverse liste elettorali espressione non di partiti politici ma dei due diversi orientamenti all’interno delle istituzioni iraniane, ossia l’ala conservatrice e l’ala riformista. Benché il Consiglio dei Guardiani (l’organo preposto all’approvazione delle liste) abbia ammesso solo il 10% dei rappresentati riformisti iscrittisi alla tornata elettorale, l’esito delle elezioni potrebbe non essere scontato. Le forze conservatrici, infatti, si presentano alle elezioni fortemente divise al proprio interno tra i così detti “Fedeli ai principi”, espressione delle istanze ultra-tradizionaliste, e le frange più moderate, che negli ultimi mesi hanno guardato con maggior favore alle forze centriste vicine all’attuale Presidente Rouhani.

Gli esiti di questa tornata elettorale, dunque, saranno determinanti per gli equilibri politici che reggeranno il sistema iraniano nei prossimi anni. Attualmente, le forze conservatrici detengono la maggioranza dei seggi in entrambe le assemblee. Tuttavia una maggioranza di seggi ottenuta dai conservatori moderati e dai riformisti potrebbero aprire nuovi ed interessanti scenari post-elettorali. Per quanto concerne le elezioni del Majles, un’eventuale convergenza di interessi tra il fronte pragmatista e i conservatori più moderati potrebbe facilitare l’esecutivo del Presidente Hassan Rouhani, il quale otterrebbe maggiore supporto dal Parlamento per la sua agenda politica. Le riforme economiche sono tra le più urgenti per l’Iran, stanco della recessione economica e dell’inflazione che ha raggiunto circa il 30%. La fine delle sanzioni internazionali e la stipula dell’accordo sul nucleare con Washington potrebbero aprire il Paese agli investimenti stranieri, nonché a rapporti economici più aperti con le potenze occidentali.

Grande attenzione è riservata anche alla scelta dei nuovi mujtahids (teologi dell’Islam) dell’Assemblea degli Esperti. Quest’ultima, infatti, è l’organo costituzionalmente deputato alla supervisione e alla nomina della Guida Suprema. Viste le condizioni di salute e l’anzianità dell’Ayatollah Ali Khamenei, non è da escludere che l’assemblea che uscirà da questa tornata elettorale sarà chiamata, entro gli 8 anni del proprio mandato, a nominare il suo successore.

Libia
Venerdì 19 Febbraio, un raid aereo statunitense ha distrutto un campo di addestramento dello Stato Islamico (IS o Daesh) a Sabratha, cittadina sulla costa ovest della Libia a pochi chilometri confine tunisino, uccidendo circa 50 militanti dell’IS e due cittadini diplomatici serbi rapiti da un non meglio precisato gruppo lo scorso novembre. Tra gli obiettivi dell’operazione statunitense, oltre alla distruzione delle infrastrutture logistiche di Daesh in Sabratah, c’era anche Noureddine Chouchane, miliziano jihadista responsabile di aver ideato ed organizzato l’attentato terroristico contro il resort turistico di  Port el-Kantaoui il 26 giugno scorso. Si tratta del secondo raid americano contro l’IS negli ultimi tre mesi. Infatti, lo scorso novembre. Un raid aereo statunitense sulla città di Derna aveva eliminato Abu Nabil al-Anbari, ex funzionario della polizia irachena e presunto leader militare di Daesh in Libia.

La presenza dei campi di addestramento a Sabratha dimostra la strategia di espansione ad ovest perpetrata dal network di Daesh, andando a costituire con il confine tunisino un nodo strategico per l’afflusso e l’addestramento di miliziani provenienti sia dalle aree tripolitane che dai Paesi limitrofi. Approfittando dell’instabilità politica, delle rivalità tra milizie e delle divisioni tribali,  lo Stato Islamico è riuscito ad imporsi come principale gruppo armato jihadista libico, arrivando a controllare la città di Sirte ed a stabilire una presenza forte a Bengasi, Derna, Bayda e in molte aree del Fezzan. Per il futuro, il rischio più grande è costituito dalla possibile ulteriore espansione dei movimenti jihadisti in direzione dei giacimenti e delle infrastrutture petrolifere, entrambi necessari a garantire a Daesh il flusso di denaro funzionale alla creazione di quel sistema economico e di welfare indispensabile per completare il proprio processo di statalizzazione e territorializzazione.

Siria
Lo scorso 22 febbraio, Stati Uniti e Russia hanno raggiunto un nuovo accordo per la cessazione delle ostilità in Siria a partire dalla mezzanotte di sabato 27 febbraio, ora di Damasco. Tale compromesso prevede l’interruzione dei bombardamenti dell’Aeronautica russa in territorio siriano e la sospensione dei combattimenti da parte dell’Esercito lealista, dei peshmerga curdi del YPG (Yekîneyên Parastina Gel‎, Unità di Protezione Popolare) e di tutte le forze di opposizione al regime di Bashar al-Assad. Restano esclusi dall’accordo lo Stato Islamico (IS) e Jabat al-Nusra (ramo di al-Qaeda in Siria), che continueranno a essere oggetto di operazioni sia aeree sia terrestri. L’intesa prevede, inoltre, un’attività di controllo congiunto russo-statunitense sul rispetto della tregua. Qualora dovessero verificarsi violazioni, Mosca e Washington potranno adottare delle misure sanzionatorie.

Già in occasione della conferenza sulla sicurezza di Monaco, svoltasi dal 12 al 14 febbraio, Russia e Stati Uniti avevano raggiunto un’intesa che prevedeva la cessazione delle ostilità e l’invio di aiuti umanitari entro la settimana successiva. Tuttavia, a causa dell’avanzata delle forze di Assad su Aleppo e per i successivi bombardamenti che avevano colpito alcuni ospedali nel nord del Paese, la ratifica dell’accordo aveva subito un brusco rallentamento.

Se sul piano politico l’accordo russo-americano è stato accolto positivamente sia dal governo siriano sia dai gruppi di opposizione, sul piano operativo  l’applicazione del compromesso presenta alcune criticità. Innanzitutto la precisa definizione dei territori controllati dalle milizie di IS o al-Nusra, e quindi, di riflesso, l’individuazione delle aree escluse dal cessate il fuoco, in contrapposizione a quelle curdo-siriane, lealiste e dell’opposizione. Inoltre, l’opposizione teme che, a causa dell’esclusione dagli accordi, i movimenti jihadisti attuino ritorsioni ai danni della popolazione civile.

In sintesi, la tregua ottenuta grazie alla mediazione diplomatica russo-statunitense potrebbe dunque costituire un primo passo verso una complicata, anche se possibile, de-escalation del conflitto. Attualmente, si evince come il fronte lealista, appoggiato da Mosca e da Teheran, abbia riacquistato un maggiore potere negoziale nelle trattative grazie ai recenti successi sul campo di battaglia, rendendo più complicata l’esclusione di Assad dai colloqui di pace.

Tuttavia, allo stesso modo, l’attuale intesa potrebbe costituire un’occasione per Turchia e Arabia Saudita, evidenti sostenitori delle forze ribelli, per guadagnare tempo ed elaborare le loro prossime azioni, tra le quali non è da escludere l’avvio di una missione militare terrestre in territorio siriano.  

Uganda

Lo scorso 18 febbraio si sono tenute le elezioni presidenziali, che hanno riconfermato al potere il Presidente uscente Yoweri Museveni, al suo quinto mandato. Leader del Movimento di Resistenza Nazionale (MNR), Museveni ha ottenuto il primato con il 61% dei voti in contrapposizione al 35% del capofila dell’opposizione Kizza Besigye, del Forum per il Cambiamento Democratico (FCD). I risultati diffusi dalla Commissione Elettorale sono stati oggetto di contestazione da parte di Besigye e dei suoi sostenitori che hanno ribadito la presenza di irregolarità durante lo svolgimento della tornata elettorale. Infatti, i seggi di Kampala, roccaforte del FCD, sono stati aperti in ritardo rispetto al resto del Paese, agitando lo spettro di brogli e manipolazioni dei voti. Inoltre, l’opposizione ha contestato l’esclusione di un elevato numero di voti dallo spoglio, accusando il governo di voler confezionare la maggioranza del 50% a favore di Museveni. Proprio a causa di queste proteste, il giorno immediatamente successivo alle elezioni, Kizza Besigye è stato arrestato. Il leader dell’FDC voleva recarsi alla Commissione Elettorale per ottenere dettagli sui risultati al fine di presentare un ricorso alla Corte Suprema.

L’origine delle proteste dell’opposizione è da rintracciare nella lunga permanenza al potere del Presidente Museveni, che ormai si protrae da un trentennio. Il leader del NMR, emerso sulla scena politica ugandese dopo la sconfitta del dittatore Idi Amin Dada, salì al potere ufficialmente nel 1986, dopo il rovesciamento del governo di Obote. Inizialmente Museveni ottenne un ampio consenso dei propri cittadini e della comunità internazionale attraverso l’attuazione di una significativa campagna contro l’AIDS, il sostegno all’occupazione e all’educazione. Tuttavia, il sostegno ai movimenti ribelli durante le guerre civili congolesi cominciò a minare l’immagine del Presidente. Inoltre, dopo le elezioni del 2001, Museveni ha iniziato a dimostrarsi particolarmente duro verso l’opposizione e ha iniziato a sviluppare una politica più autoritaria foriera di numerose critiche.

L’attuale situazione ugandese è il prodotto di questo cambio di atteggiamento del leader del NMR. Il sistema politico di Museveni è giudicato dall’opposizione come corrotto e poco democratico. Il malcontento delle nuove generazioni verso il Presidente risiede nella scarsa rappresentatività popolare dell’NMR. Similmente al Presidente ruandese Kagame e burundese Nkurunziza, anche Museveni potrebbe affrontare, nel prossimo futuro, il rischio dell’aumento di proteste popolari volte al rinnovamento del sistema politico nazionale in senso più democratico, liberale e garantista.