05 APRILE 2012
La conflittualità dei rapporti tra Etiopia e Eritrea
DI Antonio Mastino

Le ostilità tra Etiopia ed Eritrea, mai sopite a dodici anni dalla firma del Trattato di Algeri, sono nuovamente in scaramucce di confine. Le truppe etiopi, infatti, hanno intrapreso delle operazioni di tipo “hit-and-run” al confine con la regione dell’Afor, nella parte Nord-Orientale del paese – con una penetrazione in territorio eritreo di circa 20 km – e poi nell’area attorno alla città di Badme. Obiettivo di queste operazioni erano dei compound definiti dalle autorità di Addis Abeba come campi di addestramento per i gruppi di guerriglia attivi in territorio etiope.

Gli attacchi possono avere una duplice interpretazione. Una prima lettura può considerarli come una risposta dell’Etiopia al rapimento di turisti occidentali avvenuto nel gennaio scorso al confine tra i due paesi. Nell’attacco, compiuto da uomini dell’Afar Revolutionary Democratic Unity Front (ARDUF), sono morti cinque turisti (due tedeschi, due ungheresi e un austriaco) e altri due sono stati rapiti assieme agli accompagnatori etiopi. In una seconda interpretazione possono essere una risposta all’attacco del 10 marzo agli avamposti etiopi in Somalia di Yurkut e Luuq da parte di al-Shabaab/al-Qaeda in East Africa (AQEA). Quest’attacco, una controffensiva delle milizie qaediste somale che controllano buona parte del Sud della Somalia, ha portato alla morte di qualche decina di soldati etiopi (73 secondo fonti di al-Shabaab, più probabilmente circa 50). Entrambi gli episodi, per quanto non compiuti da forze eritree, rientrano nell’ambito del conflitto asimmetrico tra Etiopia ed Eritrea in atto dalla fine della guerra nel 2000. Asmara, infatti, dà il proprio supporto logistico - finanziario a tutta una serie di gruppi di guerriglieri che combattono contro il governo di Addis Abeba. Oltre ai già citati ARDUF, che combatte per la secessione della regione dell’Afar (tra i confini eritrei e gibutiani) e AQEA, che controlla buona parte del Sud della Somalia e ha influenza nelle aree rurali dell’Ogaden, l’Eritrea appoggia anche i separatisti dell’Ogaden National Liberation Front, che si battono per l’indipendenza della regione dell’Ogaden, e l’Oromo Liberation Front, che combatte il governo di Addis Abeba per ottenere l’indipendenza dell’Oromia, il più grande dei suoi nove stati federati.

La storia recente delle relazioni tra Etiopia ed Eritrea, unite dal 1962 al 1993, è segnata da dispute territoriali attorno ai propri confini. Dopo 30 anni di guerriglia e l’indipendenza eritrea, infatti, non si è mai trovato un accordo per definire le frontiere e, nel 1998, i due paesi hanno ripreso le ostilità, con oggetto principale del contendere la città di Badme. Il conflitto ha portato alla morte di 80 mila persone e, nonostante la pace formale del 2000, non è concluso. Infatti, la commissione ONU creata con il già citato Trattato di Algeri, con lo scopo di definire i confini tra i due paesi alla fine delle ostilità, assegnò Badme alla sovranità di Asmara, cosa che non venne accettata dalle autorità etiopi che tuttora la controllano e vi tengono stanziate proprie truppe.

La ragione più concreta della continua conflittualità tra i due paesi va ricercata nella geografia del Corno d’Africa risultante dalla guerra del 1998-2000. Infatti, l’Etiopia, paese dalle antiche tradizioni imperiali, con una popolazione 16 volte maggiore rispetto all’Eritrea e con un PIL reale pro-capite 23 volte superiore, non ha oggi sbocco al mare. La presenza a Sud-Est di uno stato fallito quale Somalia e le continue dispute territoriali con Asmara non le consentono di accedere né all’Oceano Indiano, né al Mar Rosso (che dista appena 60 km dai confini). L’impossibilità di accedere alle coste è un elemento di soffocamento per le prospettive di crescita economica di un paese le cui esportazioni rappresentano solamente il 2,35% del PIL reale (per fare un raffronto, in un paese costiero come il Kenya rappresentano il 7,6% e nella stessa Eritrea il 9.6%). Il passaggio da un’economia quasi esclusivamente agricola (85% della forza lavoro impiegata) a un’industriale ed estrattiva – dal momento che l’Ogaden è una zona ricca d’idrocarburi e rame – passa dalla possibilità di collegamento via mare con potenziali clienti, in particolare quelli dell’Est asiatico. Da qui, dunque, l’origine delle tensioni con l’Eritrea la quale, dopo 40 anni di conflitti – tra guerra civile e conflitto del ’98-2000 – oggi le nega l’accesso ai propri porti e, tramite il proprio supporto finanziario e logistico ad AQEA, le impedisce di avere una sufficiente influenza politica in Somalia precludendogli così l’accesso a un’infrastruttura portuale vitale quale quella di Mogadiscio.

Addis Abeba, quindi, si trova costretta ad affrontare Asmara sia sul piano convenzionale, con gli attacchi degli ultime settimane, sia sul piano asimmetrico, combattendo le milizie da questa appoggiate logisticamente e finanziariamente e sia ancora sul piano diplomatico. Per quanto riguarda il profilo prettamente militare, l’Etiopia può vantare una certa superiorità nei confronti dell’avversario. Ha lo status di potenza regionale, le sue Forze Armate godono da anni dell’assistenza israeliana e dall’inizio della guerra al terrorismo internazionale anche di quella americana (con la Combined Joint Task Force – Horn of Africa). L’Eritrea si trova invece in una posizione d’inferiorità oggettiva, soprattutto a causa dell’embargo sulle armi impostole dalle Nazioni Unite per la prima volta nel 2000 e più volte rinnovato, nonché in una situazione d’isolamento diplomatico. Infatti, l’unico stato dell’Africa Orientale che al momento ha relazioni amichevoli con l’Eritrea è il Sudan (che ha al suo interno truppe etiopi nell’ambito della missione di Peacekeeping “United Nations Interim Security Forces for Abyei”), con il quale c’è la volontà di creare una zona di libero scambio. Per il resto, è diplomaticamente isolata: gli altri paesi dell’area, Gibuti, Kenya e Uganda sono, infatti, impegnati nella missione African Union Mission in Somalia che combatte AQEA.

L’Eritrea, dunque, si trova oggi in una situazione d’impossibilità di affrontare un conflitto convenzionale (cosa confermata dall’assenza di rappresaglie agli attacchi etiopi), cosa che la porterà a insistere sul piano asimmetrico. Per cui, seppure la grande superiorità delle forze armate etiopi potrebbe consentire sul piano tattico dei successi ad Addis Abeba, è probabile che l’appoggio alle milizie di AQEA, dell’Ogaden e dell’Afar, possa continuare a fungere da deterrente per un eventuale allargamento dell’offensiva.