02 NOVEMBRE 2015
L'Afghanistan dopo Omar
DI Ce.S.I. Staff

Lo scorso 30 luglio il portavoce dei Talebani Zabihulla Mujahid ha confermato la morte del Mullah Omar, Capo di Stato dell’Emirato Islamico d’Afghanistan (nel periodo 1996-2001) e storico leader della Shura di Quetta, la rappresentanza politica della guerriglia talebana rifugiatasi in Pakistan dal 2001. 

Secondo quanto dichiarato, il Mullah Omar, di cui si erano perse le tracce negli ultimi 14 anni, sarebbe deceduto nell’aprile del 2013 in Pakistan, in circostanze non ancora chiarite. Benché la notizia fosse già trapelata più volte in passato, la morte del leader talebano non aveva mai trovato conferma né da parte della Shura di Quetta né delle autorità afghane. Da un lato, infatti, il riserbo sulla morte di Omar ha permesso alla leadership talebana di sfruttare il fascino e il valore evocativo della sua figura per motivare i militanti a portare avanti in modo compatto la lotta contro le autorità centrali. Dall’altro, smentire la notizia della scomparsa di un personaggio così carismatico per l’insorgenza ha consentito al Governo di Kabul di utilizzare i messaggi a lui attribuiti, e pubblicati sporadicamente in sostegno al processo di pace, per cercare di dare maggior legittimità e aumentare l’efficacia di ogni tentativo di dialogo con la Shura di Quetta. Tuttavia, la diffusione della notizia dell’avvenuto decesso ha portato la rappresentanza talebana a fare un passo indietro, facendo scivolare ancora una volta il dialogo in un nulla di fatto. 

La morte del Mullah Omar potrebbe rappresentare a tutti gli effetti un importante punto di svolta per il dossier sicurezza del governo di Kabul: quest’ultimo, infatti, non solo ha così perso il principale fattore di legittimazione della propria politica nei confronti dell’insorgenza, ma potrebbe ora assistere ad una vera e propria frammentazione del panorama della militanza talebana, con inevitabili ripercussioni sulla possibilità di gestione della principale minaccia per la stabilità interna. 

minaccia per la stabilità interna. Un primo segnale di questa tendenza è stato rappresentato dalle forti tensioni sorte in seno alla militanza al momento della nomina del successore al vertice della Shura di Quetta. Nuovo Emiro del gruppo è stato nominato Mohammed Akhtar Mansoor: originario della provincia di Kandahar ed ex Ministro dell’Aviazione nel Governo talebano a Kabul, Mansoor era già da diversi anni il braccio destro di Omar, nonché il capo militare all’interno del consiglio politico dell’insorgenza. La scelta del nuovo leader, tuttavia, ha provocato una profonda spaccatura all’interno della militanza. Non solo tra quei familiari di Omar (in particolare il figlio, Mullah Mohammad Yaqoob, e il fratello, Mullah Abdul Manan Akhunda) che speravano in una successione dinastica alla leadership, ma soprattutto tra alcuni comandanti militari che, esclusi dalle consultazioni, non hanno potuto sostenere i propri interessi al momento di una scelta tanto importante per i rapporti di potere interni al gruppo.

Grazie ad uno stretto legame con gli uomini sul terreno, questi comandanti sembrerebbero ora voler sfruttare il consenso locale per portare avanti un’agenda autonoma e, di conseguenza, incrementare la propria influenza all’interno delle rispettive enclave locali. Tra questi, Mullah Abdul Qayum Zakir e  Mullah Mansoor Dadullah, entrambi da tempo in rotta con la Shura di Quetta per divergenze politiche in merito alla gestione del gruppo e per questo ormai marginalizzati dalla leadership centrale. Un’eventuale acutizzarsi di queste divergenze potrebbe avere significative ripercussioni sulla coesione dell’insorgenza talebana e, con esse, un inevitabile impatto sulla sicurezza interna all’Afghanistan. L’esasperazione della concorrenza tra le milizie facenti capo ai diversi comandanti locali, infatti, potrebbe generare una pericolosa spirale di violenza che aggraverebbe le già compromesse condizioni di stabilità del Paese. 

Inoltre, l’approfondimento della frattura all’interno della militanza e l’interesse dei gruppi in rotta con la Shura di Quetta di accrescere il proprio potere sul territorio potrebbe creare nuovi e fertili spazi per il rafforzamento di quelle realtà che hanno dichiarato fedeltà allo Stato Islamico (IS) in Siria e in Iraq. Nonostante finora quella che era stata definita la cellula di IS in Afghanistan non abbia riscosso particolare successo, un’eventuale degenerazione dei rapporti interni all’insorgenza potrebbe spingere i comandanti locali a prendere definitivamente le distanze dalla leadership talebana e a cercare nella formazione jihadista uno strumento per accrescere il proprio prestigio e ottenere nuove risorse. Un primo possibile esempio di questa tendenza si è registrato con lo scoppio degli scontri, a fine agosto, tra i gruppi fedeli alla Shura di Quetta e gli uomini del Mullah Dadullah per il controllo della provincia meridionale di Zabul. Sembrerebbe che in quell’occasione, infatti, i talebani fedeli alla leadership centrale si siano scontrati con un gruppo formato sia da milizie
locali, sia da più di 200 militanti affiliati ad IS, giunti dalla provincia di Farah in soccorso di Dadullah. Benché non sia stato confermato che quest’ultimo sia entrato a far parte del gruppo jihadista, l’episodio ha messo in evidenza come possa esistere una convergenza tra le cellule talebane scissioniste e l’espressione di IS in Afghanistan, circostanza che, di fatto, permetterebbe al gruppo di Baghdadi di ampliare le proprie attività nel Paese.

La frammentazione dell’insorgenza talebana, da un lato, e il possibile rafforzamento della formazione jihadista, dall’altro, potrebbero rappresentare un grande fattore di criticità per la stabilità dell’Afghanistan nel medio-lungo periodo. Un incremento degli scontri sul terreno e la moltiplicazione delle realtà militanti, infatti, andrebbero ad accrescere ulteriormente la portata di una minaccia, quale quella dell’insorgenza, a cui al momento le Forze di sicurezza di Kabul non riescono ancora a rispondere in modo efficace. Nell’ultimo anno l’attività dell’insorgenza si è intensificata a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale ed è riuscita a portare sotto controllo talebano numerosi distretti non solo nelle regioni meridionali e orientali (da sempre roccaforte della militanza), ma anche nell’ovest (nella provincia di Farah) e nella parte settentrionale del Paese. In proposito, è proprio la progressiva, ma rapida, avanzata dell’insorgenza anche in una storica roccaforte delle forze di opposizione all’emirato talebano ad aver messo in luce, negli ultimi mesi, le grandi difficoltà con cui le Afghan National Security Forces (ANSF) rispondono alla minaccia talebana.

Dopo aver conquistato, la scorsa estate, i distretti di Imam Sahib, Aliabad, Qala-i-Zal e Chardara and Dasht-i-Archi, nella provincia settentrionale di Kunduz, lo scorso 28 settembre i militanti sono riusciti ad espugnare anche l’omonimo capoluogo. Conquistate le principali arterie stradali (la Kunduz-Baghlan, la Kunduz-Takhar e la Kunduz-Balkh highways) di ingresso alla città, la formazione di Talebani che ha preso d’assalto la città, composta da alcune centinaia di miliziani, ha cercato di conquistare anche l’aeroporto, per garantirsi il controllo di tutte le vie d’accesso a Kunduz. Solo l’intervento delle Forze Speciali statunitensi, supportate da raid aerei di F-16 e AC-130 SPECTRE, ha consentito alle Forze di Kabul sia di mantenere il controllo sull’aeroporto, sia di poter fronteggiare con un discreto margine di successo le milizie talebane, per avviare le operazioni di riconquista della città.

 

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