18 DICEMBRE 2015
Geopolitical Weekly n.201
DI Staff Ce.S.I.

Sommario: Arabia Saudita - Siria, Burundi, Libia, Taiwan

 

Arabia Saudita - Siria  

Martedì 15 dicembre, l’Arabia Saudita ha annunciato la creazione di una coalizione internazionale anti-terrorismo formata da ben 34 Stati, la maggior parte dei quali a grande maggioranza musulmana sunnita. La lunga lista dei Paesi comprende: Arabia Saudita, Bahrein, Bangladesh, Benin, Costa d’Avorio, Chad, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Gabon, Gibuti, Giordania, Guinea, Isole Comore, Kuwait, Libano, Libia, Malesia, Maldive, Mali, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Pakistan, Qatar, Rappresentanza dell’Autorità Palestinese, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Togo, Tunisia, Turchia, e Yemen.

In una rara apparizione mediatica, l’Alto Dignitario della Corona nonché Ministro della Difesa saudita Mohammad bin Salman Al Saud ha affermato che la coalizione si impegnerà sia a combattere il terrorismo in ogni sua forma o manifestazione sia a creare meccanismi di cooperazione inter-governativi e sovra-nazionali. Nello specifico, l’area di operazione della nuova “coalizione dei volenterosi” a guida saudita includerà Iraq, Siria, Libia, Egitto e Afghanistan.

Diverse sono le ragioni che hanno spinto Riyadh verso una simile iniziativa. In primo luogo, la volontà di alleggerire la pressione e le critiche internazionali nei confronti dei Paesi del Golfo, talvolta accusati sia di connivenza con le organizzazioni jihadiste mediorientali sia di scarsa incisività nel processo di stabilizzazione dei caotici teatri mediorientali.

La formazione di una coalizione di Paesi sunniti a guida saudita appare particolarmente rilevante se si considerano due aspetti peculiari. Innanzitutto la partecipazione della Turchia che, dunque, ha preferito unirsi all’iniziativa di Riyadh anziché optare per una maggiore integrazione e cooperazione  nell’operazione multinazionale anti-terrorismo a guida statunitense. In questo modo, Ankara ha confermato la tendenza a seguire una politica estera e di sicurezza sempre più autonoma e distante da quella occidentale e rivolta alle Monarchie del Golfo. In secondo luogo, la coalizione saudita appare in aperta concorrenza con le analoghe azioni intraprese da Paesi e soggetti politici sciiti, quali Iran, Hezbollah e regime alauita siriano. In questo senso, l’intenzione saudita di colpire qualsiasi organizzazione ritenuta terroristica da Riyadh potrebbe concretizzarsi in attacchi contro milizie e gruppi para-militari potenzialmente alleati di Teheran, come Katiba Hezbollah in Iraq.

Da un punto di vista prettamente operativo invece, le eventuali operazioni militari condotte dalla coalizione saudita, al momento prive di un vero e proprio coordinamento con le attività condotte dalla coalizione a guida statunitense e con quelle russo-siriane, potrebbero condurre a pericolosi incidenti, come nel caso dell’abbattimento del SU-24 russo da parte dell’Aeronautica Militare Turca e aumentare ulteriormente le tensioni nell’area siriano-irachena.  

Burundi

Il 10 dicembre, la capitale Bujumbura è stata scossa da violentissimi scontri tra le Forze Armate e di Sicurezza burundesi e alcune centinaia di manifestanti anti-governativi, decisi ad impedire la ri-elezione dell’attuale Presidente Pierre Nkuruziza, al potere dal 2005, resosi reo di aver emendato la Costituzione per poter prolungare i termini del proprio mandato. Nel corso degli scontri tra polizia e manifestanti sono morte 87 persone. Molte di queste, appartenevano al gruppo di 100 oppositori politici liberati dal Governo nelle scorse settimane come gesto di buona volontà verso i movimenti di protesta. Tuttavia, la decisione di liberare i facinorosi potrebbe rappresentare il voluto tentativo governativo di tenere alta la tensione politica e sociale nel Paese per giustificare attività repressive o concessione di poteri speciali all’establishment presidenziale. Nella seconda metà del 2015, oltre agli assassinii politici, la tensione e gli scontri tra governo e opposizioni hanno prodotto circa 300 morti e 110.000 rifugiati, secondo le stime del governo di Bujumbura.

L’escalation della violenza e l’inasprimento delle proteste popolari hanno avuto origine lo scorso aprile a causa della decisione del Presidente Nkuruziza di ricandidarsi alla guida del Paese, prolungando ulteriormente una stagione di potere che dura ormai dal 2005. Il Capo dello Stato, accusato dalla popolazione di aver instaurato un sistema autoritario, corrotto e nepotistico, ha risposto sinora utilizzando il pugno di ferro ed applicando estensivamente le prescrizioni della legislazione anti-terrorismo.

Oltre al malessere popolare, l’establishment di governo burundese si trova ad affrontare profondi malumori interni alle Forze Armate che, nonostante abbiano dichiarato la propria neutralità rispetto alle proteste, potrebbero assumere un ruolo determinante nel caso in cui la situazione politica degeneri e Nkuruziza veda indebolirsi la propria posizione. Infatti, non bisogna dimenticare che il 13 maggio scorso, il Generale Godefroid Niyombare ha provato, senza successo, un colpo di Stato.

Il dato più interessante sinora emerso dalla rivolta burundese è stata la sua dimensione inter-etnica e l’assenza di scontri tra i Tutsi (20% della popolazione) e gli Hutu (80%), i cui rapporti risultano ancora inevitabilmente segnati dai reciproci massacri degli Anni 90. Inoltre, il conflitto tra le élite politiche del Paese appare come un affare interno agli Hutu, etnia di potere alla quale appartengono sia Nkurunziza che le principali personalità del Paese. Tuttavia, l’escalation delle tensioni potrebbe degenerare in un aperto conflitto su larga scala. A questo proposito, al fine di scongiurare eventuali rischi di guerra civile, sia le Nazioni Unite che l’Unione Africana hanno dichiarato la propria disponibilità a schierare contingenti militari per garantire sicurezza e stabilità in tutto il Paese.   

Libia

Il 17 dicembre scorso, nella città marocchina di Skhirat, i rappresentanti del Parlamento islamista di Tripoli (Congresso Generale Nazionale, CGN), e quello laico di Tobruk (Camera dei Rappresentanti, CR) hanno sottoscritto ufficialmente l’accordo per la formazione di Gabinetto di Governo comune. Tale accordo era stato formulato grazie alla mediazione delle Nazioni Unite e dei suoi due Inviati Speciali per il Segretario Generale, lo spagnolo Bernardino Leon e il tedesco Martin Kobler.

Nello specifico, il documento in questione prevede sia la formazione di una autorità di transizione, il cosiddetto Governo di Unità Nazionale (GUN), sia la ristrutturazione delle istituzioni libiche. In tal senso, i principali organi politici dovrebbero essere un Consiglio di Presidenza, responsabile del potere esecutivo e della guida del governo, una Camera dei Rappresentanti, depositaria del potere legislativo, e un Consiglio di Stato, con poteri di controllo e consultazione.

Il Consiglio di Presidenza, composto da un Premier, da due Vice-Premier e da due Ministri, dovrebbe deliberare soltanto all’unanimità, porsi al comando delle Forze Armate ed essere responsabile della politica estera e di sicurezza del Paese.

La nuova Camera dei Rappresentanti dovrebbe ereditare la composizione e la struttura dell’attuale CR, rimanere l’organo legislativo nazionale ed avere potere di consultazione sui decreti in materia di Difesa, politica estera e sicurezza.

Infine, il Consiglio di Stato, organo composto da 120 membri (90 della CGN e 30 formalmente indipendenti) nominati dai principali leader libici secondo modalità non ancora adeguatamente precisate, dovrebbe coadiuvare la Camera dei rappresentanti in materie tecniche (Difesa, sicurezza, economia) ed esprimere pareri orientativi sull’attività di legiferazione. 

In sintesi, secondo gli Accordi di Shritat, il Parlamento di Tobruk sarebbe confluito  nella nuova Camera dei Rappresentanti, quello di Tripoli sarebbe diventato il Consiglio di Stato e il Consiglio di Presidenza avrebbe incluso i vertici di entrambi. Il Governo di Unità Nazionale, una volta ottenuta la fiducia della Camera dei Rappresentanti, avrà  un mandato annuale, prolungabile per altri 12 mesi. Dal momento della firma, i due parlamenti avranno 40 giorni per prendere tutte le misure necessarie alla realizzazione concreta dell’accordo. Nello stesso lasso di tempo e in pieno coordinamento con le autorità libiche, la Comunità Internazionale valuterà la possibilità di una eventuale missione militare volta a sostenere il lungo processo di pacificazione del Paese.

Nonostante l’eccellente segnale politico e diplomatico offerto dalla firma degli accordi, continuano a sussistere pesanti dubbi sulla possibilità della loro reale implementazione. Infatti, una ampia porzione dei due Parlamenti continua a dichiararsi contraria ai contenuti del piano di transizione delle Nazioni Unite e non riesce a trovare alcuna forma di intesa o compromesso per la nomina delle nuove alte cariche istituzionali. Inoltre, molte delle milizie che controllano il territorio libico sono state escluse dalle negoziazioni e appaiono poco inclini a rinunciare al proprio potere e a perdere la propria influenza nei confronti di un Governo giudicato non rappresentativo.

In ogni caso, la necessità di trovare un’intesa tra i due Parlamenti si è resa stringente a causa della degenerazione della situazione di sicurezza nel Paese, resa ancor più drammatica dalla repentina avanzata dello Stato Islamico (IS) nell’area di Sirte e Derna e dalla crescita nel traffico di droga, armi ed esseri umani diretto sia in Africa che verso l’Europa.

Taiwan

Giovedì 17 dicembre, il governo di Taiwan ha firmato con gli Stati Uniti un accordo per la fornitura di armamenti del valore di 1,83 miliardi di dollari, che prevede l’acquisto da parte del governo di Taipei di due fregate precedentemente operate dalla Marina Militare statunitense, di sistemi di difesa anti-aerei e anti-nave e di veicoli di assalto anfibio. Tale accordo sembra rispondere ad una duplice esigenza strategica di Taiwan: da un lato, incrementare le proprie capacità di difesa rispetto alla minaccia cinese, dall’altro di rilanciare le proprie rivendicazioni nella contesa per la sovranità delle isole Spratly. In proposito, a metà dicembre scorso, il Ministro degli Interni Chen Wei-zen aveva inaugurato, sull’isola di Taiping (unica isola dell’arcipelago controllata da Taiwan), il completamento dei lavori di ristrutturazione della pista di atterraggio locale, ad oggi in grado di supportare tutti i principali velivoli in dotazione dell’Aeronautica taiwanese.

Il rafforzamento della collaborazione in materia di Difesa tra Taiwan e Stati Uniti sembra destinata a complicare ulteriormente le già difficili relazioni tra Washington e Pechino. L’accordo, infatti,  ha suscitato la dura reazione da parte del governo cinese, che ormai da sessant’anni considera Taiwan parte integrante del proprio territorio. Secondo quanto annunciato dal Vice Ministro degli Esteri Zheng Zeguang, il governo cinese, considerando l’accordo una minaccia ai propri interessi, imporrà pesanti sanzioni contro qualsiasi azienda dovesse essere coinvolta nella consegna. Per quanto il dipartimento di Stato statunitense abbia rivendicato l’obbligo legislativo (sancito dal Naval Transfer Act, passato nel 2014 dal Congresso) di fornire armi a Taiwan, la firma dell’accordo è stata interpretata da Pechino come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale. In particolare, il governo cinese guarda con grande preoccupazione all’interesse statunitense di consolidare una serie di alleanze all’interno dei cosiddetti Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese Orientale, per arginare i progetti egemonici di Pechino in quest’area. Negli ultimi anni, infatti, l’esacerbarsi delle tensioni tra la Cina e gli Stati rivieraschi a causa delle reciproche rivendicazioni territoriali in entrambi i contesti, ha permesso agli Stati Uniti di trovare degli interlocutori particolarmente predisposti a rafforzare la cooperazione con Washington in materia di sicurezza e Difesa.