11 DICEMBRE 2015
Geopolitical Weekly n.200
DI Staff Ce.S.I.

Sommario: Afghanistan, Russia - Turchia, Siria, Yemen

 

Afghanistan

Martedì 8 dicembre, un gruppo di fuoco formato da 11 miliziani talebani ha attaccato il complesso aeroportuale di Kandahar, presidiato da forze afghane, statunitensi e NATO. I talebani hanno fatto breccia attraverso il perimetro esterno dell’installazione, andando ad asserragliarsi in una parte della base adibita ad alloggi per il personale. Naturalmente le Forze di sicurezza presenti sul posto hanno risposto immediatamente al fuoco, ingaggiando gli insorti nel tentativo di respingere l’attacco. Le operazioni sono andate però a rilento per via del tentativo di limitare al massimo il numero di vittime civili, in quanto alcune testimonianze parlavano dell’avvenuta presa di ostaggi da parte del commando al fine di massimizzare l’azione anche da un punto di vista mediatico.

Gli scontri si sono, infatti, conclusi nella tarda serata di mercoledì, con l’uccisione dell’undicesimo e ultimo degli assalitori talebani, la cui azione armata ha però purtroppo lasciato sul terreno 38 vittime civili. A queste perdite tra la popolazione si devono anche sommare quelle appartenenti alle Forze Armate e di Sicurezza afghane, 12 in totale. Non si registrano invece uccisioni tra le fila del personale straniero presente nella base.

Dal punto di vista operativo, l’azione intrapresa dai talebani, ha sottolineato nuovamente l’impotenza da parte delle Forze di Sicurezza Afghane nell’assicurare un effettivo controllo del territorio ed adeguata protezione delle istallazioni sensibili, così come una significativa incapacità nel contrastare in maniera efficace il ritrovato attivismo da parte dell’insorgenza talebana.

L’attacco, inoltre, può essere inteso come una dimostrazione di forza  nei confronti delle autorità di Kabul, volto a sottolineare che, nonostante le fratture interne apertisi in seguito alla morte del Mullah Omar, l’insorgenza continua a rappresentare una minaccia pressante per la tenuta delle istituzioni afghane. Il mancato riconoscimento da parte della galassia talebana del nuovo leader Mullah Akhtar Mansour, infatti, non è altro che il segno di una tangibile instabilità politica degli insorti, i quali cercano di affidare a significative azioni militari la dimostrazione della propria forza. Tali dimostrazioni, tuttavia, potrebbero assumere particolare valore di fronte ad un’eventuale riapertura del dialogo con Kabul, all’interno del quale, ad oggi, la leadership talebana potrebbe negoziare da una posizione di forza. In proposito, risale allo scorso mercoledì l’incontro tra  il Presidente afghano, Ashraf Ghani, e il Primo Ministro Pakistano, Nawaz Sharif, nel quale è stata discussa la volontà di dare nuovo impulso ai colloqui con la Shura di Quetta per cercare di riprendere il processo di riconciliazione tra istituzioni centrali e parte dell’insorgenza talebana.

Russia - Turchia

Lo scorso 9 novembre, il Primo ministro turco Ahmet Davutoglu ha pesantemente criticato l’azione militare russa in Siria, affermando che il Cremlino continua a svolgere una sistematica opera di pulizia etnica ai danni della popolazione sunnita. Le accuse di Ankara fanno riferimento alla conduzione della campagna aerea russa, prevalentemente diretta alla distruzione di obbiettivi nelle aree settentrionali e orientali della regione di Latakia. In questa regione sono presenti diverse formazioni ribelli, tra le quali Ahrar al-Sham (l’Esercito della Conquista), conglomerato di milizie salafite tra le quali Jabhat al-Nusra, e diverse brigate autonome, incluse la Brigate Turcomanne Siriane (BTS). Queste ultime usufruiscono del sostegno logistico e politico turco anche a causa della prossimità linguistica, etnica e culturale che le lega ad Ankara. Nel rigettare le accuse turche, Mosca ha sottolineato come le proprie operazioni militari in Siria siano concentrate nell’eliminazione della minaccia terroristica, che il Cremlino considera inquadrabile sia nello Stato Islamico sia in tutti quei gruppi ribelli assimilabili ad un’ideologia jihadista o salafita o comunque contrari a qualsiasi forma di dialogo con Damasco.

Le dichiarazioni di Davutoglu continuano a manifestare quel clima di profonda tensione tra Mosca ed Ankara sorto in seguito all’abbattimento di un cacciabombardiere SU-24 impegnato in un’operazione in Siria lo scorso 24 novembre. Infatti, i due Paesi appaiono agli antipodi sul dossier della crisi siriana, con La Turchia decisa a favorire la destituzione di Assad e la crescita della propria influenza in Medioriente e la Russia, al contrario, incline a proteggere il Presidente siriano e a preservare sia lo status quo sia i propri interessi nella regione.

Ad inasprire ulteriormente i toni del dibattito russo-turco ci sono state le accuse di Mosca circa il presunto favoreggiamento di Ankara allo Stato Islamico. Infatti, secondo l’intelligence del Cremlino, le autorità turche non solo favoriscono l’afflusso di miliziani e armi alle brigate dello Stato Islamico, ma potrebbero essere invischiate nel traffico di petrolio e beni archeologici perpetrato dall’organizzazione di Abu Bakr a-Baghdadi.  

Siria

Il 9 ed il 10 dicembre scorsi si è svolta a Riyadh una conferenza di pace che ha visto la partecipazione dei rappresentanti di numerosi gruppi politici e militari che attualmente compongono il variegato fronte di opposizione siriano al regime di Bashar al-Assad.

L’obiettivo di tale incontro è stato favorire l’individuazione di una piattaforma comune tra i numerosi attori dell’insorgenza siriana e facilitare quindi la creazione di un unico soggetto politico in grado di rappresentare le istanze dell’opposizione ai colloqui internazionali di pace di Vienna, il cui inizio è previsto per i primi giorni del prossimo gennaio.

Dal punto di vista della rappresentatività, la conferenza ha visto la partecipazione di gruppi di opposizione con  agende, politiche e militari, estremamente eterogenee. Attorno allo stesso tavolo si sono riuniti, infatti, rappresentati di movimenti di insorgenza tradizionalmente moderati, come il National Committee Coordination o il Building the Syrian State Movement, sia gruppi di chiara ispirazione salafita come Ahrar al-Sham o Jaish al-Islam, entrambi vicini  alla costola siriana di al-Qaeda, Jabath al-Nusra.

A conclusione dell’incontro è stata redatta una dichiarazione che illustra le possibili linee-guida per i negoziati di pace con Damasco. Tra questi, i punti maggiormente salienti riguardano la creazione di un sistema politico pluralista, in grado di rappresentare tutta la popolazione siriana al di là delle differenze etniche e settarie, nonché la necessità che l’attuale Presidente Bashar al-Assad non ricopra alcun ruolo nella fase di transizione politica, il cui inizio è stato fissato, lo scorso novembre a Vienna, per il giugno 2016.

Infine, riguardo la partecipazione ai prossimi colloqui internazionali di Vienna, è stata decisa la creazione di un comitato composto da circa 25 membri, appartenenti a diverse frange dell’opposizione siriana, che dovrebbero rappresentare i movimenti ribelli al tavolo delle trattative.

Malgrado il raggiungimento di tale convergenza, sono diversi gli elementi di criticità che permangono in relazione al raggiungimento di un accordo, sia sul piano interno sia a livello internazionale. In particolare, l’abbandono del tavolo dei negoziati da parte di Ahrar al-Sham e l’assenza di qualsiasi rappresentante curdo (nonostante il controllo che le milizie curde esercitano su buona parte della regione settentrionale del Paese) rischiano di compromettere sul nascere lo sviluppo dei negoziati. 

Inoltre, sul piano internazionale, la rinnovata richiesta della deposizione di Assad da parte dei ribelli continua a essere uno dei principali nodi del contendere tra i membri della Comunità Internazionali impegnati, con obbiettivi e strategie differenti, nel tentativo di stabilizzazione del Paese. In questo senso, mentre gli Stati Uniti e la Turchia continuano a premere per l’allontanamento di Assad, la Russia e l’Iran appaiono favorevoli al prolungamento del suo mandato, almeno in attesa di trovare un ipotetico e valido candidato alla sua successione.

Nonostante ciò, la conferenza di Riyadh ha rappresentato comunque un piccolo passo in avanti rispetto al recente passato, soprattutto in relazione alla creazione di un meccanismo di consultazione tra le diverse anime dell’opposizione siriana. Tuttavia, la tenuta di un simile dialogo dovrà confrontarsi con le esigenze della guerra civile e misurare così la sua reale effettività. 

Yemen  

Lo scorso 6 dicembre, ad Aden, il Governatore della città Jaafar Mohammed è rimasto vittima di un attentato nel distretto occidentale di al-Tawahi. La dinamica ha visto l’esplosione di un’autobomba lungo il percorso seguito quotidianamente dal suo convoglio. Oltre al Governatore, l’attacco ha causato la morte anche di sei membri della sua scorta.

Sebbene il distretto di al-Tawahi sia tradizionalmente oggetto di attacchi da parte di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQPA), l’attentato è stato prontamente rivendicato dallo Stato Islamico (IS). Sempre più, infatti, il gruppo jihadista guidato da Abu Bakr al-Baghdadi ha dimostrato di aver ampliato la propria capacità di agire all’interno del territorio yemenita, anche in zone tradizionalmente feudo di AQPA. In modo particolare, nel corso degli ultimi mesi si é assistito a una progressiva espansione di IS nei territori attorno a Sanaa, Aden e al-Bayda, dove i miliziani di al-Baghdadi hanno rafforzato il network di contati e il sostegno con diverse milizie locali.

Proprio quest’ultimo elemento ha portato all’apertura di un nuovo fronte di contrapposizione all’interno del già complesso scenario di guerra civile yemenita, caratterizzato dalla crescente contrapposizione tra AQPA e IS. Questa dinamica ha trovato piena espressione soprattutto nella parte meridionale del Paese e nei prossimi mesi rischia una ulteriore radicalizzazione, compromettendo oltremodo le difficili prospettive di stabilizzazione del Paese. 

Infatti, sul piano diplomatico continuano i tentativi di mediazione tra il governo centrale e i gruppi ribelli, la cui spina dorsale è costituita dall’insolita alleanza tra Houthi e lealisti dell’ex Presidente Saleh, promossi dalle Nazioni Unite. Dopo un meeting avvenuto in Oman il 9 novembre scorso,  conclusosi con un nulla di fatto nonostante le dichiarazioni di disponibilità al dialogo da parte di entrambe le parti, il prossimo incontro dovrebbe svolgersi il 15 dicembre a Ginevra. Resta da valutare quanto la progressiva espansione della minaccia jihadista influenzerà il processo di pace e l’evoluzione dei rapporti di forza sul territorio.