16 DICEMBRE 2015
Siria, il ruolo dei curdi fra Washington e Mosca
DI Lorenzo Marinone

A oltre un anno dall’avvio delle operazioni, i risultati ottenuti della Coalizione Internazionale contro lo Stato Islamico (IS) in Siria e Iraq sono stati ampiamente inferiori alle attese. Il Califfato continua a controllare ampie porzioni di territorio, i traffici che ne garantiscono la sostenibilità finanziaria non sono stati interrotti e, nonostante il flusso di foreign fighters sembra essersi ridotto nell’ultimo periodo, le milizie di al-Baghdadi possono tuttora contare su un alto numero di effettivi e su una larga disponibilità di armamenti.


Nel corso del 2015 il teatro iracheno è rimasto alquanto statico. Dopo la conquista di Tikrit da parte delle milizie sciite appoggiate dall’Iran e coordinate dalla Forza Quds, senza alcun supporto aereo da parte della Coalizione Internazionale, l’Esercito iracheno ha fronteggiato per mesi l’IS per il controllo della raffineria di Baiji e non è riuscito a riconquistare Ramadi nonostante l’offensiva lanciata a maggio. Fra le cause principali di questo stallo va certamente annoverato l’insufficiente supporto della Coalizione Internazionale nei programmi di addestramento ed equipaggiamento delle truppe regolari.


Al contrario, la situazione in Siria è profondamente mutata nell’ultimo anno. Dopo aver rotto l’assedio di Kobane a gennaio, soprattutto grazie al supporto aereo statunitense, le forze curde dello YPG (Yekîneyên Parastina Gel, Unità di Protezione Popolare) hanno continuato l’offensiva contro l’IS riuscendo a riprendere Tall Abiyad, l’ultimo valico sotto il controllo del Califfato lungo il poroso confine con la Turchia nel nord-est del Paese. Inoltre, a partire da marzo, l’offensiva della coalizione di ribelli Jaish al-Fatah (Esercito della Conquista, JaF), forte del sostegno di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, ha messo in seria difficoltà il regime di Bashar al-Assad, spingendo la Russia a intervenire militarmente al fianco di Damasco.


Tale evoluzione della situazione in Siria costringe gli USA a rivedere la loro strategia. Infatti, i bombardamenti di Mosca si concentrano per il 90% sui ribelli del JaF lungo l’asse Aleppo-Damasco e sull’area montuosa a ridosso di Latakia, dunque vanno indirettamente a vantaggio dello IS. Inoltre il programma statunitense di addestramento e equipaggiamento di ribelli con lo scopo di prendere il controllo dell’area compresa fra Aleppo e l’Eufrate è clamorosamente fallito, con immediate defezioni e armamenti finiti in mano ai qaedisti di Jabhat al-Nusra (JaN), che costituiscono il nerbo di JaF.
Il Segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter di recente ha annunciato che Washington aumenterà il numero di consiglieri militari e di reparti delle Forze Speciali presenti in Siria e Iraq. Tuttavia, una simile strategia non può prescindere dalla disponibilità di un’importante forza locale capace di agire sul campo e su larga scala. In questo senso la già sperimentata cooperazione fra USA e forze curde dell’YPG assume una particolare rilevanza e presenta alcuni caratteri che la possono trasformare nell’asse principale della strategia americana in Siria.


In questo senso va letto l’annuncio della costituzione delle Syrian Democratic Forces (SDF), reso pubblico il 12 ottobre scorso. Di tale coalizione fanno parte le forze curde dell’YPG, il Consiglio Militare Siriaco, il raggruppamento Burqan al-Firat (organo di coordinamento varato già a settembre 2014 fra curdi e alcuni gruppi provenienti dall’ex Esercito Siriano Libero, fra cui la Brigata Thuwar al-Raqqa), alcune formazioni minori fuoriuscite dall’ESL (Esercito Siriano Libero) e la Forza al-Sanadid (composta da miliziani di etnia araba dell’influente tribù Shammar, considerata vicina al governatore del distretto della Jazira Hamidi Daham al-Hadi). Si tratta di circa 30mila unità, di cui la maggior parte (20-25mila) provengono dalle formazioni curde. In realtà tutte queste milizie hanno già collaborato nel recente passato, sicché la nuova denominazione non apporta alcuna novità dal punto di vista militare.


Tuttavia, tale riorganizzazione appare funzionale al rilancio della strategia statunitense. Infatti, il giorno dopo la loro costituzione, le SDF hanno ricevuto circa 50 tonnellate di armamenti aviotrasportati dagli USA. Nelle intenzioni di Washington, le SDF dovrebbero costituire la forza locale capace di operare in teatro in una prossima offensiva su Raqqa, l’autoproclamata capitale dello IS, unitamente al supporto aereo americano.
Il vantaggio per gli USA consiste nell’avere immediatamente a disposizione una forza di terra adeguatamente armata e in grado di ottenere risultati di rilievo contro le milizie dello IS. L’eventuale conquista di Raqqa, oltre a infliggere un pesante danno all’immagine del Califfato e al morale dei suoi miliziani, permetterebbe di spezzarne la continuità territoriale rendendo più difficoltosa la logistica, con ricadute sia in Siria che in Iraq. Inoltre, preluderebbe al contenimento dello IS a ovest dell’Eufrate. Ciò è particolarmente rilevante sia da un punto di vista tattico, poiché al momento attuale le SDF controllano soltanto una striscia di terra a ridosso del confine turco, sia nell’ottica di futuri negoziati di pace con il regime di Damasco. Infatti, se l’offensiva andasse a buon fine le SDF potrebbero proporsi come principale forza di opposizione e, nel caso in cui i negoziati virassero verso una spartizione dello Stato siriano, l’area sotto il loro controllo potrebbe costituire il nucleo di un nuovo Stato con forti legami con gli USA. Inoltre, concentrare le operazioni nell’est della Siria consente a Washington, vista la quasi totale assenza di coordinamento con Mosca, di limitare il rischio di sovrapporsi al teatro di operazioni della Russia.


In maniera speculare le forze curde, che già dalla fine del 2012 hanno costituito una forma di amministrazione semi-autonoma da Damasco, hanno l’evidente interesse di garantirsi solide basi territoriali, politiche e diplomatiche per il futuro assetto della Siria. Come ha dimostrato l’assedio di Kobane, l’YPG non è in grado di fronteggiare adeguatamente lo IS senza un supporto aereo americano, rendendo imprescindibile l’aiuto statunitense. Inoltre, la coordinazione con milizie ribelli a base etnica araba consente di delegare a queste ultime il controllo di quelle aree a ridosso dell’Eufrate dove la popolazione curda è sostanzialmente assente, limitando così possibili tensioni interne.


Tuttavia queste stesse tensioni rischiano di affiorare anche in altre zone sotto il controllo curdo. È il caso di Tall Abiyad, prevalentemente araba e con forti legami tribali e storici con Raqqa, che resta però essenziale alla necessaria continuità territoriale fra le aree curde di Qamishli e Kobane. Inoltre, non va sottovalutato il fatto che l’alleanza tra le milizie che compongono le SDF ha un carattere prettamente contingente. Infatti, fino ai primi mesi del 2014 le formazioni derivate dall’ESL combattevano insieme a JaF e altre milizie salafite e islamiste contro le forze curde, che vengono tuttora percepite come troppo vicine al regime di Assad.


Infatti, fin dall’inizio del conflitto gli scontri diretti fra truppe regolari e forze curde sono stati minimi, tanto che Damasco mantiene una presenza militare importante a Hasakah e Qamishli. Parallelamente, i raid russi si sono concentrati su JaF nel nord-ovest a Idlib e Aleppo, ma hanno totalmente ignorato l’area di Efrin, sotto controllo curdo. Fin dal 2012 l’YPG ha intessuto rapporti con Mosca, approfonditi negli ultimi mesi con frequenti incontri bilaterali. Tale situazione potrebbe rapidamente evolvere in un’alleanza di fatto nel nord-ovest della Siria, a causa di una convergenza di interessi fra Assad, Mosca e forze curde.


Infatti, più che l’offensiva su Raqqa, la priorità dell’YPG è completare il ricongiungimento di Kobane e Efrin. In quest’ottica le forze curde potrebbero risultare funzionali alla campagna del regime di Assad nell’area a nord di Aleppo. Tale eventualità si potrebbe concretizzare qualora il supporto aereo russo e i rinforzi terrestri di Hezbollah e dell’Iran si rivelassero insufficienti per piegare la resistenza di JaF e contenere lo IS. Un intervento curdo aprirebbe quindi un secondo fronte in prossimità dell’Eufrate e darebbe modo alle truppe lealiste di procedere con maggiore facilità verso la base di Kuweires, strategicamente importante per completare l’accerchiamento di Aleppo.


Inoltre, una mobilitazione delle truppe curde stanziate a Efrin potrebbe minacciare la principale linea di rifornimento dei ribelli per Aleppo (dal valico di Oncupinar sul confine turco attraverso Azaz e Tall Rifat). La sua eventuale interruzione impedirebbe a Turchia, Qatar e Arabia Saudita di far arrivare ai ribelli i sistemi anticarro TOW e quelli antiaereo spalleggiabili, che nelle ultime settimane hanno vanificato l’impiego massiccio di carri armati lealisti e costituiscono un pericolo per i mezzi aerei russi. Inoltre l’YPG potrebbe svolgere un ruolo determinante anche nella conquista di Aleppo. Infatti, le truppe curde, che conservano una presenza nella periferia nord, potrebbero avanzare verso i quartieri limitrofi (come Bustan al-Pasha, controllato da JaN, dove negli ultimi giorni si sono verificati alcuni scontri) e isolare i ribelli in una sacca all’interno della città.