16 MARZO 2012
Lo spostamento dell’epicentro della guerriglia caucasica dalla Cecenia al Daghestan
DI Antonio Mastino

Nel pieno delle elezioni per la presidenza della Federazione Russa, il Nord del Caucaso continua a essere un focolaio della guerriglia secessionista, anche se all’interno delle milizie i rapporti di forza stanno mutando.

In Cecenia, l’attività terroristica è andata riducendosi progressivamente e la forza delle milizie locali non sembra più tale da permettere di compiere azioni eclatanti come la bomba all’aeroporto Domodedovo del gennaio 2011. L’ultimo attentato a Grozny è datato 30 agosto mentre è ormai dell’ottobre 2010 l’ultimo episodio di guerriglia nella capitale, il respinto assalto al Parlamento. La difficoltà delle milizie in Cecenia ha principalmente due cause: da un lato si è deteriorata l’immagine di leader dell’Emiro Umarov (il riappacificamento del luglio scorso non è avvenuto tra tutti i gruppi armati); dall’altro lato le operazioni della polizia del presidente ceceno Kadyrov che hanno seguito la fine del regime anti-terrorismo in Cecenia stanno spingendo i jihadisti verso i confini con il Dagestan. Il successo di questa controffensiva è testimoniato da diversi episodi, tra i quali quello del 9 gennaio, in cui è stato assaltato un covo dei terroristi protetto da mine con la morte di quattro soldati russo-ceceni e quattro guerriglieri, e quello del 17 febbraio ha portato alla morte di altri venti jihadisti.

Se in Cecenia la situazione sembra avviarsi verso una normalizzazione, nelle altre repubbliche nord-caucasiche la situazione è diversa. Le milizie “vassalle” dell’Emirato Islamico, le Jamaat locali, riescono ancora a compiere operazioni terroristiche mirate a uccidere elementi delle polizie locali senza subire grosse perdite. È il caso, per esempio, dell’attacco del 2 febbraio nella repubblica del Cabardino-Balcaria, in cui quattro agenti di polizia sono stati uccisi e uno è stato ferito da uomini armati che poi sono riusciti a scappare a bordo di un taxi.

La resistenza maggiore è, però, in Dagestan dove operano le milizie della Shariat Jamaat. In settembre, soprattutto, si è registrato il momento di maggiore intensificazione delle attività di guerriglia e terrorismo. Tra i giorni diciannove e ventitré convogli di militari russo-daghestani sono stati attaccati con colpi di arma da fuoco nel distretto di Tsuntinsky e Buinaksk e nella capitale Makhatchkala, con l’obiettivo di uccidere i vertici militari e della polizia dei distretti locali. Sempre in quei giorni, è esplosa un’autobomba (con una deflagrazione equivalente a quella di 40 kg di tritolo) vicino alle sedi governative, con chiaro intento dimostrativo. La Jamaat daghestana, non colpisce però solamente obiettivi militari e di sicurezza, ma anche civili, come l’imam sufi Maksud Sadikov (ucciso a giugno scorso).

Le ragioni del maggior successo di quest’attività terroristica e di guerriglia vanno ricercate nella complessità della realtà locale del Dagestan che, differenza della Cecenia, è prevalentemente tribale. Quindi, per quanto gli avvicendamenti di potere vengano fatti sulla base degli equilibri etnici o clanici (l’attuale presidente Magomedov è infatti un dargino, mentre il predecessore Aliyev è un avaro) non c’è quel fenomeno di legittimità di tipo “nazionalista” di cui può godere il presidente ceceno Kadyrov. Per quanto riguarda l’aspetto religioso, poi, nonostante storicamente la maggior parte della popolazione daghestana sia sempre stata sufi, negli ultimi anni si è verificata una diffusione di massa del fondamentalismo salafita, la cui causa è prevalentemente di natura socio-economica. Nella repubblica caspica, infatti, a un forte tasso di crescita della popolazione (circa il 30% dal ’95 a oggi), corrisponde un basso tasso di crescita economica, mentre le entrate provengono all’80% da finanziamenti del Fondo per lo Sviluppo Regionale di Mosca. A questi investimenti del governo centrale negli anni non è corrisposto un miglioramento dell’occupazione giovanile (che si attesta attorno al 70-80%) e la mancanza di lavoro si è concentrata soprattutto nelle aree montane. C’è stata, invece, una crescita spropositata della burocrazia e della sua corruzione. La percezione generale dunque è quella di uno stato centrale che investe i propri soldi per dei modesti progressi dell’economia che hanno totalmente escluso i giovani; e la risposta all’impossibilità di mobilità sociale si è palesata con il rifugio nel jihadismo e nel fondamentalismo salafita, praticamente messo al bando durante la seconda guerra russo-cecena (con l’invasione del Dagestan da parte delle milizie jihadiste dalla Cecenia). Il sufismo, invece, dottrina dominante, “secolarizzata” e vicina alla concretezza della quotidianità, nei decenni si è amalgamato alla complessità dello stato russo/sovietico dando l’idea di una vera e propria commistione. Lo stesso organo di indirizzo religioso sufi, il DUMD, è lealista. Questa frattura tra islam ufficiale e le Jamaat spiega peraltro la già menzionata uccisione dell’imam Sadikov e del preside di una scuola secondaria che aveva vietato nella proprio istituto l’uso del velo, avvenuta a luglio in un villaggio del Sud (Sovetskoye).

Le operazioni di repressione della guerriglia da parte della polizia, per quanto siano frequenti e abbiano portato alla morte di diversi capi della guerriglia (l’ultima, recentissima, è stata quella del leader della Shariat Jamaat, Ibragimkhalil Daudov), non sembrano però riuscire ad assestare dei colpi decisivi. L’organizzazione delle milizie riesce a fare fronte a perdite importanti con l’immediata sostituzione e ripresa delle attività. Lo stesso Daudov, ucciso attorno alla metà di febbraio, sarebbe già stato sostituito, secondo fonti vicine ai miliziani, da un nuovo leader di origine turca.

La Russia ha comunque l’interesse primario di riportare la sicurezza nel Caucaso settentrionale. Il passaggio della pipeline che collega la Russia all’Azerbaijan (che passa per Makhatchkala e Grozny) e la possibilità di sfruttare i giacimenti off-shore di petrolio e gas naturale rappresentano risorse economicamente strategiche che Mosca intende salvaguardare e mantenere sotto la propria sovranità diretta. Ma se in Cecenia la presenza di un presidente forte e autonomo come Kadyrov si sta rivelando molto utile a tale scopo, in Dagestan occorrerebbe insistere sulle divisioni claniche (per il principio del divide et impera) e togliere potere alla burocrazia rimodulando la strategia degli investimenti diretti. Un rilancio dell’economia, non solo nel settore estrattivo, ma anche sul settore turistico e della pesca, potrebbe dare quella prospettiva di lavoro alle fasce di popolazione marginalizzate che la classica politica daghestana degli equilibri etnici non riesce a dare.