17 NOVEMBRE 2011
La strada dell’ingresso nell’UE della Serbia e le novità sul Kosovo.
DI Antonio Mastino

Sullo sfondo dei paesi che ambiscono ad entrare un giorno nell’Unione Europea ce n’è uno, la Serbia, che dopo gli anni in cui è stato l’unico “stato canaglia” d’Europa, si trova ora in una fase post-bellica fatta tutta di mediazioni al ribasso.

La grana principale di Belgrado è rappresentata senza ombra di dubbio dalla situazione in Kosovo, in particolar modo per quanto riguarda la sua parte settentrionale, a forte maggioranza serba. A partire da luglio scorso, le tensioni etniche tra serbi e albanesi sono sfociate nel tentativo di Pristina di instaurare anche lì il proprio controllo, con l’invio di doganieri albanofoni per controllare l’area. Questo tentativo, apparentemente legittimo ma forzoso e repentino, ha esasperato la popolazione locale la quale, rimasta apertamente fedele al governo di Belgrado, ha alzato barricate sotto forma di blocchi stradali per impedire l’accesso al personale delle forze di sicurezza kosovare.

Il presidente serbo, Boris Tadic, ha apertamente appoggiato la protesta delle popolazioni dei valichi di confine poiché è quella una zona considerata quasi “strappata” alla Serbia. Prova ne sia il fatto che essa goda tuttora della fedeltà delle amministrazioni locali e della forza parallela di sicurezza lì presente, composta di ex ufficiali e agenti serbi, vicini al governo serbo. Questo, nonostante non riconosca la repubblica del Kosovo, ha ben chiaro che il futuro di Pristina sia essere indipendente, soprattutto se vorrà sul serio divenire un candidato a entrare nell’UE, per cui lavora con l’obiettivo di rimettere perlomeno quell’area sotto la propria sovranità. Le autorità kosovare, il cui intento era evidentemente estendere definitivamente la propria autorità su tutto il territorio, non ci stanno e hanno fatto sapere che sono disposte anche ad azioni di forza pur di estendervi la propria autorità.

Tra i due fuochi c’è la forza d’interposizione Kossovo Force (KFor) della NATO (assieme all’Eulex dell’UE), che tra i vari obiettivi ha quello ovviamente di monitorare la sicurezza dell'area. I manifestanti serbi dichiarano di non volere osteggiare in nessun modo il contingente internazionale, infatti, nonostante i tentativi del generale tedesco Drews, comandante della missione, di sminuire e anzi osteggiare le proteste dei serbi, gli stessi organizzatori del blocco stradale sono andati oltre le dichiarazioni di non belligeranza e dietro la pressione di Tadic hanno aperto i blocchi stradali per l’approvvigionamento delle truppe NATO. Cosa che in realtà non è bastata perché nei giorni le truppe sotto il comando di Drews hanno utilizzato anche i gas lacrimogeni trattenendo per qualche ora dei civili, senza però ottenere grossi risultati pratici, poiché le barricate sono semplicemente arretrate.

Per quanto riguarda il contesto internazionale, teoricamente sarebbe ancora valida la Risoluzione ONU n. 1244 che, pur mettendo il Kosovo sotto amministrazione controllata dalle Nazioni Unite, dovrebbe essere votata al mantenimento dell’integrità territoriale della Repubblica Federale Jugoslava e quindi dovrebbe anche garantire che il Kosovo rimanga una provincia serba. Lo status dell’area secondo la costituzione di Belgrado è quello di “provincia autonoma” ed è tuttora attivo il ministero per le questioni kosovare nel governo serbo. Ma la questione kosovara è presumibilmente nata nel momento sbagliato, perché la forzatura di Pristina del 2008 (la dichiarazione d’indipendenza), oltre ad andare contro la risoluzione ONU ha assunto i contorni di un pericolosissimo precedente. Infatti, il risultato è stato l’imbarazzo della comunità internazionale e la spaccatura della stessa Unione Europea la quale si è divisa tra chi sostanzialmente aveva da perderci (a causa di forti frizioni autonomistiche locali, Spagna in primis) optando per il non riconoscimento e chi ha invece accolto e riconosciuto la Repubblica di Pristina.

Proprio l’Unione Europea è la protagonista più importante di questa vicenda ed è quella che ha il potere contrattuale maggiore per poter gestire i rapporti tra Belgrado e Pristina. Infatti, la Serbia è a un passo dall’accesso allo status di candidato all’ingresso nell’Unione dopo aver adempiuto l’arresto degli ultimi criminali di guerra rimasti (condizione necessaria per Bruxelles) ed è mediatore dei colloqui di normalizzazione amministrativa tra le due aree. Il desiderio serbo di divenire candidato ufficiale, che potrebbe concretizzarsi il prossimo 9 dicembre è tale da spingere la classe dirigente serba a sforzi di Realpolitk pur di ottenere l’ingresso nell’Unione. D’altro canto lo stesso Kosovo è dipendente dall’UE sia per la politica monetaria (il Kosovo utilizza l’euro, subendo passivamente la politica monetaria dell’eurozona) sia, soprattutto, per la presenza del contingente internazionale sul suo territorio.

Come detto in premessa, dunque, Belgrado sarà presumibilmente costretta a sottostare a un gioco di mediazioni al ribasso onde poter così risultare un candidato credibile per Bruxelles. Le pressioni internazionali sulla questione del Kosovo sono spropositate se rapportate solamente all’area in questione e ciò permette al governo provvisorio di Pristina di azzardare delle mosse con dei costi-opportunità più bassi del normale, dalla dichiarazione di indipendenza del 2008 al recente invio dei doganieri albanofoni nei valichi settentrionali. Nel breve periodo il grosso del problema sarà quello di risolvere le tensioni etniche senza esasperarle. Nel medio - lungo periodo, c’è da presumere che la Risoluzione ONU 1244 verrà affossata completamente dalla consuetudine internazionale, come già sta accadendo, e che senza uno sforzo primario dell’UE per salvaguardare quelle popolazioni di lingua serba, Belgrado sarà costretta alla lunga a rinunciarvi.