06 NOVEMBRE 2015
Elezioni in Turchia, l’instabilità premia Erdoğan
DI Lorenzo Marinone

Domenica 1 novembre si sono svolte le elezioni parlamentari in Turchia, indette dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan a causa del fallimento delle trattative tra i principali Partiti per formare un Governo di coalizione in seguito alla tornata del 7 giugno. Il voto di domenica ha visto la netta affermazione del Partito Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP), che ha riconquistato la maggioranza assoluta con il 49,5% dei suffragi, con un incremento di quasi 10 punti percentuali rispetto al risultato di giugno. Grazie ai 317 seggi ottenuti, l’AKP è quindi agevolmente in grado di formare un Esecutivo monocolore e di superare lo stallo politico che ha caratterizzato la Turchia negli ultimi 5 mesi.

Benché la sua performance elettorale sia stata certamente notevole, questo risultato impedisce all’AKP di modificare la costituzione senza l’appoggio degli altri partiti (servirebbe una maggioranza di 367 seggi), così come di proporre un referendum popolare per cambiarla (sono necessari 330 seggi). Dal momento che l’obiettivo principale dell’AKP e soprattutto del Presidente Erdoğan è di trasformare l’ordinamento della Turchia, attualmente una Repubblica parlamentare, in favore di un presidenzialismo forte, non è possibile definire quella dell’AKP come una vittoria piena.


Tuttavia, l’AKP emerge dal voto del 1 novembre come l’unico vincitore. Infatti, il Partito di orientamento islamista conservatore è riuscito a recuperare ben 5 milioni di voti nell’arco di appena 5 mesi, raggiungendo il suo massimo storico in termini assoluti e incrementando i suffragi su tutto il territorio nazionale. Questo dato va letto in parallelo con le deludenti performance degli altri Partiti, da ciascuno dei quali l’AKP ha saputo drenare centinaia di migliaia di preferenze.


I socialdemocratici del CHP (Partito Popolare Repubblicano, Cumhuriyet Halk Partisi) sono la formazione che ha retto meglio la prova elettorale ripetendo sostanzialmente il risultato di giugno, assestandosi appena sopra il 25% e conquistando 134 deputati. Nonostante il CHP si confermi come seconda forza in Parlamento, appare evidente che la ripetizione del voto non è stata gestita al meglio delle possibilità, tanto da poterla definire come un’occasione mancata. Infatti, il CHP è erede della tradizione kemalista e può dunque proporsi come baluardo delle istituzioni repubblicane in contrapposizione alle istanze di cambiamento in senso maggiormente autoritario avanzate dall’AKP.


Benché sia riuscito a mantenere intatta la sua base elettorale, quel ceto medio istruito e vasti settori dell’imprenditoria concentrati sulla costa dell’Egeo attorno alla regione di Smirne, il CHP non è tuttavia riuscito a raccogliere ulteriori consensi nel resto del Paese. La causa principale può essere ricondotta a una gestione litigiosa e inconcludente della fase di consultazioni seguita al voto di giugno, che ha visto più veti incrociati verso il Partito del Movimento Nazionalista (Milliyetçi Hareket Partisi, MHP) che concrete proposte politiche. D’altro canto il Presidente Erdoğan ha abilmente pilotato la crisi rifiutando di assegnare un mandato esplorativo al CHP e preferendo un rapido ritorno alle urne, e così ha impedito ai socialdemocratici di condurre le consultazioni da una posizione rafforzata.
Va poi segnalato il crollo verticale del MHP, che scende all’11,9% con 40 deputati. I nazionalisti hanno perso circa 2 milioni di voti, ovvero tutti quelli guadagnati a giugno rispetto alle precedenti elezioni legislative del 2011, e che verosimilmente sono stati integralmente intercettati dall’AKP. Infatti, al netto calo del MHP nelle province del centro e del nord-est, in gran parte rurali e più povere, corrisponde perfettamente un rafforzamento dell’AKP.


Tale dinamica si è verificata anche rispetto al Partito Democratico Popolare curdo (Halkların Demokratik Partisi, HDP), che è riuscito a superare di pochi decimali l’altissima soglia di sbarramento della legge elettorale (10% )e ottenere così circa 59 deputati. Se a giugno l’HDP era riuscito a catalizzare il voto curdo nelle province del sud-est del Paese, oltre a ottenere buoni risultati anche nelle principali città e in particolare a Istanbul, nella tornata di novembre ha perso circa 1 milione di preferenze, con un calo distribuito in modo omogeneo sull’intero territorio e confluito verso l’AKP.


La causa principale dell’importante rafforzamento dell’AKP risiede certamente nel clima di profonda instabilità che ha permeato la Turchia negli ultimi mesi, con attentati come quello di Ankara del 10 ottobre, ma soprattutto in seguito alla ripresa del conflitto con il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, Partito Curdo dei Lavoratori) che ha causato la militarizzazione di ampie zone del sud-est, con frequenti attentati e scontri armati che si sono spostati dalle regioni montuose fino ai centri urbani (Diyarbakır, Cizre, Silvan), mettendo così a repentaglio la sicurezza di larga parte della popolazione. L’elevata volatilità del voto per il MHP sembra indicare che l’ottimo risultato raggiunto a giugno fosse principalmente dovuto alla capacità di intercettare un voto di protesta verso l’AKP, al potere in solitaria da 12 anni. Tuttavia, tale capitale di preferenze è stato in parte dissipato dallo stesso MHP, il cui leader Devlet Bahçeli ha sostanzialmente rifiutato una possibile alleanza con l’AKP durante la fase delle consultazioni, mentre in parte dipende dal rinnovato appeal del Partito di Erdoğan nei confronti di quelle frange dell’elettorato più inclini a sentimenti nazionalisti grazie alla ferma risposta militare all’insurrezione del PKK e alla retorica bellicosa adottata nei confronti dell’HDP, fautore di istanze autonomiste.


Inoltre, la prospettiva di una ripetizione dei risultati di giugno, e quindi l’impossibilità conclamata di uscire rapidamente dalla fase di stallo politico, ha spinto alcune formazioni minori ad appoggiare in modo più o meno diretto l’AKP, anche grazie a una vicinanza ideologica. È il caso del Partito della Felicità, nato come ala più intransigente del defunto Partito della Virtù di orientamento islamista, dal quale si è sviluppato in parallelo e su istanze più riformiste lo stesso AKP; del Partito della Grande Unione, costola del MHP che propone una sintesi fra nazionalismo e islamismo; e del Partito islamista curdo di estrema destra Hüda-Par, che ha rinunciato alla competizione elettorale dirottando i propri sostenitori sull’AKP.


Una motivazione simile sta anche alla base del travaso di voti dall’HDP all’AKP. In particolare, il Partito curdo ha pagato il prezzo maggiore della ripresa della lotta armata da parte del PKK, anche a causa dell’incapacità di marcare nettamente le distanze con i guerriglieri che ha fatto il gioco dell’AKP, la cui retorica ha puntato tutto sull’identificazione fra terrorismo curdo e rappresentati politici della comunità. Infatti, il risultato di giugno era frutto anche dell’apporto in termini di voti delle componenti più conservatrici della comunità curda, storicamente distanti dalle istanze indipendentiste del PKK e saldamente insediati nel tessuto economico, amministrativo e sociale delle regioni del sud-est. La prospettiva di una nuova stagione di insurrezione ha evidentemente spinto questi settori della popolazione a tornare a votare per l’AKP, percepito come l’unico Partito in grado di formare un Governo in tempi rapidi.


Le elezioni di novembre mettono dunque l’HDP di fronte a minacciosi segnali di cedimento del suo progetto politico. Infatti, come dimostra il calo geograficamente omogeneo di voti, l’HDP non deve soltanto fare i conti con il fatto di non rappresentare l’intera comunità curda, ma anche con un arretramento nelle aree urbane dove sembrava aver attecchito il suo messaggio politico più progressista, che nelle intenzioni della leadership del Partito doveva rappresentare la chiave per diventare un polo alternativo, collocato decisamente a sinistra nello spettro politico turco.


Il quadro per l’HDP è ulteriormente aggravato dall’incapacità di assurgere al ruolo di mediatore fra Stato e PKK. Infatti, dal punto di vista del PKK il Partito curdo minaccia la sua base di sostegno popolare in quanto avanza istanze di maggiore autonomia regionale, ma non di secessione, e rischia di ricalibrare il rapporto fra istituzioni e minoranza curda assumendo il controllo del confronto politico sul tema. Per questo motivo, specularmente, l’HDP non sembra in grado di garantire al Governo una sufficiente presa sui militanti curdi, e dunque gli viene a mancare l’unico valore di scambio grazie al quale potrebbe presentarsi come interlocutore imprescindibile. In questo senso, la strategia adottata dall’AKP nei confronti dell’HDP, ovvero la sostanziale identificazione con l’organizzazione terroristica, correlata all’arresto di numerosi suoi esponenti, trova terreno fertile nella debolezza strutturale dello stesso HDP e risponde solo in seconda battuta a una radicata volontà dell’AKP di mettere all’angolo l’avversario politico.


Nella gestione della questione curda, al momento attuale l’AKP ha di fronte a sé due opzioni contrapposte ma ugualmente percorribili. Da un lato è possibile che il Partito di Erdoğan decida di capitalizzare fino in fondo il vantaggio politico derivante dal contrasto per via militare al PKK e dal parallelo scontro con l’HDP, come sembra indicare la continuazione delle operazioni militari nel sud-est della Turchia e nella regione di Kandil, nel nord dell’Iraq, dove il PKK ha le sue basi operative. Infatti, l’Esercito turco ha continuato le sue operazioni nonostante il cessate il fuoco annunciato dal PKK a poche settimane dalle elezioni e le ha incrementate nei primi giorni di novembre. Dall’altro lato, negli anni passati l’AKP ha dimostrato di essere in grado di sostenere un processo di pace con i separatisti, di cui Erdoğan ha rivendicato la paternità e che, se ripreso, avrebbe l’indubbio vantaggio di tranquillizzare gli investitori esteri e di far ripartire l’economia turca in affanno. Tuttavia, provare a conciliare il dialogo con l’uso della forza è un impegno politico difficile e ricco di incertezze, soprattutto se si considera la dicotomia interna all’AKP tra falchi, fautori della linea dura anti-curda, e colombe, inclini ad un utilizzo limitato e selettivo delle misure militari in favore dei ricami diplomatici e negoziali.


Inoltre, privilegiare una soluzione politica a quella militare per la questione curda potrebbe costituire un primo passo per ricucire i rapporti con i Partiti di opposizione, nell’ottica di una necessaria collaborazione per raggiungere un’intesa rispetto ai cambiamenti della Carta costituzionale in senso presidenziale, obiettivo che resta prioritario per il Presidente Erdoğan. Tuttavia, l’atteggiamento estremamente assertivo e a tratti genuinamente autoritario dello stesso Erdoğan, unitamente al controllo che continua a esercitare sull’AKP e che ha ulteriormente rafforzato estromettendo dagli organi direttivi gli esponenti più critici in occasione del congresso tenutosi a ottobre, ha già plasmato un presidenzialismo di fatto che non ha incontrato efficaci oppositori. Ne sono prova i frequentissimi attacchi per via giudiziaria ai principali media del Paese, a singoli giornalisti e direttori di quotidiani, nonché a esponenti della polizia e dell’amministrazione pubblica, giustificati tramite il presunto legame con l’ex alleato e padrino politico di Erdoğan, l’imam Fethullah Gülen, che, secondo il Presidente e i falchi del partito, costituirebbe il vertice di un vero e proprio Stato parallelo. Il clima creato da tali attacchi ha pesantemente influenzato la vita pubblica del Paese e anche le ultime elezioni, attirando le critiche degli osservatori elettorali dell’OSCE e dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Pertanto, Erdoğan potrebbe decidere di non lasciare alcuno spazio alle opposizioni e di proseguire lungo la strada tracciata negli ultimi due anni, esercitando altre forzature del sistema istituzionale turco senza dover passare attraverso una modifica costituzionale né un dialogo con i Partiti di opposizione.