12 DICEMBRE 2013
L’ombra della guerra civile nella CAR
DI Staff Ce.S.I.

Il 5 dicembre 2013 le Nazioni Unite hanno autorizzato un intervento internazionale per favorire la stabilizzazione della Repubblica Centrafricana (CAR), Paese sull’orlo della guerra civile a causa della degenerazione della situazione politica e di sicurezza in seguito alla ribellione di Sèlèka (“coalizione” in lingua sango) e al colpo di Stato che ha portato al potere Michel Djotodia. La crisi nella CAR è iniziata nel dicembre 2012, quando Sèlèka, ombrello di milizie partitiche espressione delle etnie di religione islamica del nord del Paese (sara e gula, 20% della popolazione), è insorta contro il Governo di Banguì, tradizionalmente espressione delle etnie di religione cristiano-animista del sud (banda, m’baka, yakoma, gbaya, 80%). La tensione tra i 2 raggruppamenti etno-religiosi è sempre stata una costante della storia del Paese sin dalla sua indipendenza. Infatti, le formazioni tribali meridionali, stanziate nelle regioni ricche, si sono imposte come forze egemoni, marginalizzando i gruppi settentrionali, residenti nei territori più poveri e sottosviluppati. Nata sotto la guida del gula Michel Djotodia, Sèlèka ha iniziato le proprie attività nel lontano 2003, all’indomani del golpe con cui il gbaya Bozizè aveva preso il potere, riunendo al proprio interno tutti i partiti e le relative milizie che si opponevano al potere espressione delle etnie meridionali. Da quel momento, Sèlèka ha inaugurato una lunga campagna di guerriglia contro il Governo centrale, la “Guerra dei Cespugli” del 2003-2007, conclusasi con gli accordi di Libreville del 2008. Secondo il trattato di pace, il Governo si impegnava a integrare i miliziani del Sèlèka nell’Esercito nazionale e a garantire maggiori diritti e rappresentatività istituzionale alle etnie musulmane del nord.

La mancata applicazione di tali accordi, però, ha causato, nel dicembre 2012, la ripresa dell’insurrezione
che, dopo una pausa negoziale tra gennaio e marzo 2013, ha portato alla caduta di Bozizè e alla nomina di Djotodia a Leader del Consiglio di Transizione, l’esecutivo ad interim incaricato di guidare il Paese verso nuove elezioni. Al di là dei rapporti di forza interni, il successo della ribellione è stato principalmente dovuto al sostegno esterno ricevuto. Infatti, Sèlèka ha goduto del supporto dei governi ciadiano e sudanese, 2 Paesi interessati ad includere la CAR nella propria sfera d’influenza per sfruttarne le ingenti ricchezze minerarie, quali oro, diamanti e, soprattutto, uranio. Non a caso al suo interno erano presenti circa 1.500 mercenari ciadiani e sudanesi, su un totale di circa 3.500 miliziani. Particolarmente complesse appaiono le ragioni del sostegno da parte delle autorità ciadiane, decise a favorire l’ascesa al potere centrafricano della comunità zaghawa, ricca e influente tribù ciadiana presente anche in Sudan e nelle regioni settentrionali della CAR, alla quale appartiene il Presidente ciadianoIdris Deby. In realtà dietro N’djamena ci potrebbe verosimilmente essere il Governo francese. Infatti, negli ultimi anni, il Presidente Bozizè aveva cominciato a dimostrare una certa insofferenza verso le ingerenze dell’Eliseo nelle questioni interne del suo Paese, a cominciare dalle concessioni minerarie, in particolare per ciò che concerne l’uranio di cui il gruppo francese Areva controlla di fatto il mercato locale.

Nel tentativo di sviluppare una maggiore indipendenza da Parigi, Bozizè aveva inaugurato un programma di cooperazione economica e militare con il Sudafrica, tramite la concessione di licenze di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti minerari a società sudafricane. Dunque, esiste la possibilità che il Governo francese abbia sostenuto il progetto ciadiano, acconsentendo al finanziamento di Sèlèka e alla conseguente insurrezione per ripristinare una leadership centrafricana più sensibile ai propri interessi. In ogni caso, nei mesi successivi al colpo di Stato (aprile-settembre 2013), il crescente autoritarismo di Djotodia, l’epurazione dei leader più influenti della ribellione, come Nelson N’jadder e Abdullaye Miskine,
e il conseguente scioglimento di Sèlèka hanno fatto precipitare il Paese nel caos. In breve tempo, sul territorio della CAR si sono formate centinaia di bande armate espressione di diversi gruppi in lotta tra loro: da una parte alcune fazioni di Sèlèka e i mercenari ciadiani e sudanesi, dall’altra i restanti movimenti e milizie precedentemente inquadrati in Sèlèka e infine i residui lealisti di Bozizè. La sfaldatura dell’apparato di sicurezza e la proliferazione delle bande armate hanno causato il progressivo coinvolgimento della popolazione civile nel conflitto. Di fronte all’offensiva e alle violenze dei miliziani del nord, le etnie cristiane del sud hanno reagito con la formazione di milizie popolari di autodifesa: i gruppi “anti-balaka” (antimachete, in lingua sango) che, a partire da settembre, hanno sferrato numerosi attacchi nelle città nord-occidentali di Bossangoa, Gaga, Bouhar e Bouca, e nei centri urbani sud-orientali nelle vicinanze di Bangassou. L’incremento di scontri tra milizie di religione islamica e anti-balaka ha modificato completamente il conflitto nella CAR, trasformandolo gradualmente da politico a etnico-religioso. Con il passare del tempo e con il crescere del clima di odio etnico nel Paese, le milizie settentrionali e gli anti-balaka hanno cominciato a sterminare intere comunità sulla base della loro semplice appartenenza tribale e religiosa. A questo proposito, occorre sottolineare come l’inasprimento
dello scontro settario e religioso potrebbe costituire il terreno fertile per la penetrazione ideologica e operativa di gruppi salafiti di ispirazione qaedista, soprattutto provenienti dal Sudan, presso le tribù di etnia sara-gula del nord nei distretti nord-orientali di Vakaga e Haute-Kotto, lungo il confine con il Ciad e il Sudan. Al di là della penetrazione ideologica e della manipolazione dello scontro settario, le milizie qaediste potrebbero affacciarsi nello scenario centrafricano per approfittare delle opportunità di finanziamento legate al traffico di terre rare e diamanti, una tendenza, quest’ultima, già manifestatasi nella Regione dei Laghi. Le problematiche del quadro di sicurezza e la drammaticità della situazione umanitaria sono state alla base della risoluzione delle Nazioni Unite e dell’intervento militare internazionale, fortemente avallato dal Governo francese.

Inutile sottolineare come l’obiettivo principale che ha spinto il Governo francese ad intervenire sia stata la protezione dei 1.200 cittadini transalpini residenti nella CAR e la tutela degli interessi economici nazionali legati ai giacimenti di uranio di Bakouma che, assieme a quelli di Arlit in Niger, rappresentano per Parigi la principale fonte di approvvigionamento del prezioso minerale. All’indomani dei massacri di Banguì del dicembre 2013, durante i quali i miliziani islamici avevano ucciso oltre 300 locali, la Francia ha disposto l’avvio dell’Operazione SANGARIS con lo scopo di disarmare le milizie etniche e ripristinare l’ordine nel Paese. SANGARIS, forte di un contingente di 1.600 uomini, ha il compito fondamentale di supportare e sostenere la Missione Internazionale di Supporto alla Repubblica Centrafricana (MISCA), la componete militare dell’UA che, sotto l’egida delle Nazioni Unite, ha unificato, integrato e sostituito le precedenti missioni di stabilizzazioni presenti nella CAR il cui scopo era il monitoraggio degli accordi di Libreville del 2008. Nelle intenzioni dell’UA, MISCA dovrebbe arrivare ad includere circa 6.000 militari (ad oggi sono circa 3.000), provenienti principalmente da Camerun, Ciad, Gabon e Congo-Brazzaville.

 

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