09 SETTEMBRE 2013
Dopo la guerra: le possibili soluzioni politiche alla crisi nel Sahel
DI Marco Di Liddo

L’affermazione di forze qaediste nel cuore del Sahel avvenuta negli ultimi mesi rappresenta una profonda minaccia alla stabilità regionale ed internazionale. Il Mali sta assumendo una sempre maggiore importanza nel panorama jihadista globale e la nascita di un emirato islamico de facto nel nord del Paese ha evidenziato una profonda fragilità sia istituzionale che militare di quello che era ritenuto uno degli Stati più stabili dell’Africa sub-sahariana.
L’insurrezione tuareg ha evidenziato i limiti della democrazia maliana ed è stata la causa scatenante del tentativo di golpe da parte dei militari, della fuga del Presidente Amadou Toumani Touré e dell’attuale precarietà del governo di Bamako. A sua volta, all’interno della ribellione tuareg, la debolezza dei gruppi nazionalisti ha reso possibile l’ascesa e l’affermazione delle milizie radicali islamiche e l’avvento di AQMI e del MUJAO quali forze egemoni nella regione.
Le tensioni etnico-sociali, la diffusa povertà e l’autoreferenzialità delle classi dirigenti hanno costituito un terreno fertile nel quale la minaccia jihadista ha potuto e può proliferare e diffondersi approfittando delle scarse capacità delle Forze Armate locali e delle divisioni della classe politica. Le attuali condizioni di insicurezza ed instabilità del nord e dell’ovest dell’Africa, aree nelle quali si è intensificata la diffusione del salafismo, potrebbero ulteriormente peggiorare con il consolidamento di un solido hub logistico ed addestrativo per i gruppi di ispirazione qaedista, quale potrebbe diventare il Mali. Si tratta di una minaccia in grado di destabilizzare sia gli Stati coinvolti nella complessa transizione seguita alla “Primavera Araba”, quali Libia e Tunisia, sia quelli dove la militanza islamica radicale costituisce una criticità rilevante, quali Algeria, Mauritania e Nigeria.
Inoltre, l’apertura di un nuovo fronte del jihad globale nel Sahel ed il rischio di contagio ai Paesi limitrofi deve preoccupare direttamente tutta la Comunità Internazionale, ormai propensa all’attuazione di misure militari per sconfiggere le forze islamiste e scongiurare uno “scenario yemenita” alle porte del Mediterraneo.

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