15 MAGGIO 2014
L'aggressività cinese nelle rivendicazioni marittime: rischi strategici e impatto sul diritto internazionale
DI Marco Di Liddo e Francesca Manenti

Lo scorso 2 maggio le turbolente acque del Mar Cinese Meridionale sono state teatro dell’ennesima dimostrazione di forza da parte del governo di Pechino. Infatti, un gruppo navale cinese, composto da circa 30 imbarcazioni, ha scorato una piattaforma petrolifera nelle acque attigue a Tri Ton, isola parte dell’arcipelago Hoang Sa, nel pieno della piattaforma continentale e della Zona Economica Esclusiva (ZEE) del Vietnam. Nelle ore successive all’inizio delle trivellazioni, il contingente navale cinese ha raggiunto le 80 unità. Le ferme proteste del governo di Hanoi e la richiesta di ritirare immediatamente le navi da guerra e la piattaforma estrattiva dalla propria ZEE non hanno minimamente influenzato la posizione del governo di Pechino che, al contrario, ha espressamente dichiarato di voler continuare le attività nell’area in questione. Alla base di questo pericoloso incidente diplomatico, ci sono le nutrite e vaste rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Nello specifico, quello che per il Vietnam è l’arcipelago Hoang Sa, per Pechino è lo Xi Sha e rientra sotto la propria sovranità.
In generale, la Repubblica Popolare Cinese ammanta rivendicazioni marittime con tutti i Paesi della regione. Il quadro giuridico e politico nel quale si sviluppa la contesa tra Pechino e i Paesi vicini vede contrapposti da una parte la demarcazione delle acque territoriali e delle ZEE sancita dalla Convezione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), riconosciuta e firmata da Vietnam, Filippine, Brunei, Malesia e Taiwan, mentre dall’altra la “nine-dotted line”/“U-shaped line” proposta dalla Cina alle Nazioni Unite nel 2009. Quest’ultima, unilaterale demarcazione, indica quella che, secondo Pechino, dovrebbe essere la sua legittima ZEE, la cui area includerebbe le isole Paracel e Spratly, contese, rispettivamente, tra Vietnam, Filippine, Brunei, Malesia e Taiwan.  

Di fronte all’impossibilità di accoglimento delle sue rivendicazioni da parte delle Nazioni Unite, la Cina ha virato verso una strategia assertiva decisamente orientata sullo schema del “fatto compiuto”, ossia appropriarsi di quelli spazi marittimi ritenuti propri esercitando una sovranità diretta senza alcuna legittimazione politica e giuridica internazionale. Gli strumenti utilizzati dai cinesi per il raggiungimento degli obbiettivi geopolitici sono stati sostanzialmente tre: la legge nazionale, tramite dichiarazioni unilaterali di sovranità, l’espansione economica, tramite l’attività selvaggia e indiscriminata dei pescherecci, la costruzione di piattaforme petrolifere nelle zone contese, e infine il dispositivo militare.

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