17 FEBBRAIO 2012
La neutralità turkmena nel nuovo “Grande Gioco”
DI Giacomo Morabito

Durante gli ultimi vent’anni, il Turkmenistan è stato considerato come “uno dei sistemi più totalitari del pianeta”. I Paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno più volte condannato il governo dal Presidente turkmeno Saparmyrat Nyýazow e l’hanno sollecitato a mutare l’atteggiamento nei riguardi delle minoranze etniche e religiose, nonché delle opposizioni politiche e degli organi di stampa.

Già presidente dell’ex Repubblica Socialista Sovietica Turkmena, Nyýazow, noto come il “padre dei turkmeni” (Türkmenbaşy), ottiene l’indipendenza del proprio Paese nel 1991, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Successivamente, il Turkmenistan ha annunciato la creazione delle proprie truppe di frontiera al fine di porre fine alla presenza russa. Queste sono state strategicamente posizionate in due aree centrali: lungo il Mar Caspio e al confine con l’Iran e l’Afghanistan. Tuttavia, stabilire un esercito efficiente in poco tempo e senza l’appoggio di un paese forte, si è rivelato più difficile del previsto. Nel 1992, il Turkmenistan e la Russia hanno così concluso un accordo bilaterale, il Trattato sulle misure condivise, secondo il quale, fatta eccezione per le truppe di frontiera e i reparti dell’aeronautica posti sotto il controllo esclusivo della Russia, la totalità delle forze armate sarebbe stata gestita congiuntamente da entrambi i paesi per un periodo di dieci anni.

Durante i primi cinque anni, il governo di Mosca ha contribuito finanziariamente allo sviluppo delle forze di frontiera del Turkmenistan e si è occupato direttamente dell’installazione di diverse basi militari. Si stima che, solo nel 1994, il Turkmenistan ospitasse circa 15.000 soldati russi, incaricati di sorvegliare i confini con l’Iran e l’Afghanistan. Un anno prima, era stato creato il Servizio Federale della Guardia di Frontiera Russa (Federalnaya Pogranichnaya Sluzhba), organismo incaricato del pattugliamento dei confini della Federazione Russa. Tuttavia, le guardie di frontiera russe sono state da subito impiegate anche al di fuori dei confini russi e, nei primi Anni Novanta, principalmente in Turkmenistan. Il sistema di protezione interessava tanto le frontiere terrestri che quelle marittime.

Nel 1995, con il rapido deterioramento delle relazioni diplomatiche russo-turkmene, 2/3 delle truppe russe stanziate ai confini con la Russia hanno abbandonato il Turkmenistan, lasciando solo 5.000 soldati ancora di stanza nel Paese. Nel maggio del 1999, il Turkmenistan ha annunciato la decisione di porre fine all’accordo bilaterale con la Russia, la quale ha così avviato il ritiro dal Paese di tutte le sue guardie di frontiera, conclusosi alla fine del 2000. Nonostante ciò, il governo di Mosca ha mantenuto un proprio rappresentante presso il Ministero della Difesa del Turkmenistan e un altro presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale, il più importante organo decisionale in materia di difesa del Paese.

Negli ultimi anni sia la Russia sia gli Stati Uniti si sono riavvicinati al governo turkmeno: in particolare, data l’importanza “energetica” e strategica, dovuta alla vicinanza con Afghanistan e Iran, gli Stati Uniti hanno deciso di rivolgersi al Turkmenistan come nuova possibile sede di una base militare. In un’area in cui tutti i Paesi hanno scelto da che parte stare nel nuovo “Grande Gioco” e in cui Russia e Stati Uniti si contendono l’influenza su territori rilevanti sia per le risorse d’idrocarburi che per la posizione strategico - militare, il governo turkmeno ha scelto di intraprendere una particolare politica estera. Il Presidente Nyýazow ha, infatti, elaborato il concetto di “neutralità positiva”: nel tentativo di non subire ingerenze in politica interna, ha deciso di perseguire ostinatamente un atteggiamento equidistante, cercando quindi di non scontentare né il governo di Mosca né quello di Washington e garantendosi in ogni momento il sostegno delle principali potenze. Dato che la propria politica estera si basa sull’attribuzione dello status di neutralità permanente, formalizzata nell’agosto del 2005, il governo di Aşgabat ha sviluppato rapporti diplomatici con 129 Stati ed è membro di diverse organizzazioni universali e regionali - come l’O.N.U. e l’O.S.C.E. - e, in particolare, in qualità di membro associato, del C.S.I. dall’agosto del 2005.

Dopo l’improvvisa morte del Türkmenbaşy, avvenuta per infarto il 21 dicembre del 2006, il Turkmenistan sta emergendo con cautela dai suoi quindici anni d’isolamento, stipulando accordi commerciali con i suoi potenziali clienti, ovvero la Russia, la Cina, i Paesi dell’Unione Europa e gli Stati Uniti. Proprio la Russia, poiché lo Stato turkmeno rappresenta uno dei principali Stati asiatici produttori di gas naturale, intende mantenere stretti rapporti commerciali piuttosto che insistere su una presenza militare.

La strategia russa, quindi, è quella di perseguire una politica di espansionismo economico, finalizzata a realizzare stretti accordi economici con gli Stati dell’Asia Centrale: le relazioni diplomatiche russo-turkmene dipendono esclusivamente dagli sforzi della Russia volti ad assicurarsi l’esportazione del gas naturale turkmeno. Il nuovo Presidente turkmeno, Gurbanguly Mälikgulyýewiç Berdimuhamedow, è intenzionato a mantenere buoni rapporti con i partner economici del Turkmenistan. A conferma di ciò, va menzionata l’istituzione, nel dicembre del 2009, della Central Asia-China Gas Pipeline, un gasdotto che collega il giacimento di Bagtyýarlyk alle infrastrutture energetiche dello Xinjiang, attraversando i territori di Kazakhstan e Uzbekistan. Una zona che il governo di Mosca considerava, fino a poco tempo fa, di propria esclusiva influenza.