18 SETTEMBRE 2015
Geopolitical Weekly n.186
DI Staff Ce.S.I.

Sommario: Algeria, Burkina Faso, Israele, Pakistan

 

Algeria

Il 13 settembre, con una decisione a sorpresa, il Presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika ha disposto l’avvicendamento al vertice del Département du Renseignement et de la Sécurité (DRS), il potente servizio di intelligence e sicurezza nazionale. Nello specifico, la direzione del DRS è stata assunta dal Generale Athmane Tartag, ex vice-direttore dello stesso, che ha sostituito il Generale Mohamed Mediène, in carica dal 1987 e ritenuto tra gli uomini più potenti del Paese nonché una vera eminenza grigia della politica nazionale. Infatti, sotto la direzione di Mediène, il DRS aveva guidato la repressione dei moti anti-governativi della fine degli Anni 80 e aveva assunto un ruolo di assoluta centralità nel contrasto alle formazioni islamiste e terroriste dalla Guerra Civile del 1992-2002 ai giorni nostri. Tuttavia, con il passare del tempo, il DRS aveva utilizzato il proprio potere per influenzare in maniera diretta e decisiva la politica algerina.
La sostituzione di Mediène, nonostante sia stata motivata ufficialmente con la volontà presidenziale di rinnovare il DRS dopo alcuni recenti fallimenti (la mancata prevenzione degli attacchi di In Amenas e l’infiltrazione jihadista dei movimenti di protesta a Gherdaia), nasconde ben più profonde ragioni politiche. Infatti, l’epurazione di Mediène rappresenta soltanto l’ultimo tassello di un processo di riequilibrio dei poteri all’interno del Paese orchestrato dalle Forze Armate e mirante ad aumentare l’egemonia di queste ultime a discapito del DRS e del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), il partito che governa ininterrottamente l’Algeria dal 1962. Tale processo, iniziato oltre un anno fa e concretizzatosi con il quarto mandato presidenziale per Bouteflika, è altresì coinciso con l’aumento del budget per le spese della Difesa, con le nomine di personalità vicine al Presidente nei ruoli chiave dell’amministrazione statale e con l’incremento del controllo militare sui servizi segreti. Non è un caso, dunque, che il Generale Tartag sia un fedelissimo di Bouteflika e del Generale Ahmed Salah, Vice- Ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate.
Oltre ai conflitti interni al sistema di potere, il ridimensionamento del DRS a scapito delle Forze Armate potrebbe rappresentare un tentativo, da parte della classe dirigente, di modificare gli assetti dell’apparato statale al fine di incrementare la capacità di controllo su una società, quale quella algerina, in grande subbuglio. Infatti, le misure transitorie messe in atto dal governo per placare le proteste occorse nel 2011 sulla scia della “Primavera Araba” col tempo hanno esaurito il proprio effetto, esponendo Algeri al rischio di nuove e diffuse agitazioni di massa che, oltre a destabilizzare il Paese, potrebbero offrire notevoli possibilità politiche ai movimenti estremisti islamici e terroristi operanti sul territorio.

Burkina Faso

Il 17 settembre il Reggimento della Guardia Presidenziale (RGP), reparto d’élite delle Forze Armate composto da circa 1.300 uomini, ha dichiarato decaduto il Governo di transizione ed ha assunto il controllo del Paese, instaurando un Consiglio Nazionale per la Democrazia (CND). A capo del CND è stato posto lo storico comandante del RGP, il Generale Gilbert Diendéré, compagno d’armi e fedelissimo dell’ex Presidente Blaise Compaoré, rovesciato a sua volta da un colpo di Stato militare lo scorso novembre. Al momento, con il Primo Ministro Ten. Col. Zida e il Presidente ad interm Michel Kafando tenuti agli arresti e con le stazioni radiotelevisive sotto controllo del RGP, sussiste grande incertezza sull’esito del golpe, soprattutto a causa della ferma condanna espressa dall’Unione Africana e dall’ECOWAS (Economic Community of West African States) e dalle proteste di una larga parte della popolazione contraria la colpo di mano di Diendéré.
L’istaurazione del CND potrebbe rappresentare il tentativo dei lealisti di Compaorè di riprendere il potere e di interrompere il processo di rinnovamento iniziato lo scorso anno, quando le Forze Armate ed alcune organizzazioni della società civile erano riuscite a porre fine alla lunga stagione di potere dell’ex Presidente, che durava ormai dal 1987. A scatenare l’azione di forza del RGP è stata la simultanea proposta, da parte delle autorità governative, di sciogliere il reparto d’élite e di impedire la candidatura dei membri del Congresso per la Democrazia e il Progresso (CDP), il partito di Compaorè, alle elezioni previste per il prossimo ottobre.
Sino ad ora, gli scontri tra manifestanti e golpisti hanno causato la morte di 10 persone e non lasciano presagire nulla di positivo per le prossime settimane. Infatti, nonostante la condanna internazionale, i membri del CND appaiono decisi nel liquidare la classe dirigente a capo del governo di transizione. A questo punto, occorrerà comprendere quanto il CND sarà disposto ad intavolare trattative con tutte le forze politiche e sociali del Paese, allo scopo di realizzare una sorta di esecutivo di unità nazionale, oppure, al contrario, assumere un atteggiamento ostativo e poco incline al negoziato, rischiando di aumentare le tensioni e le violenze.

Israele

Nelle ultime settimane si è assistito a una nuova escalation delle violenze in Cisgiordania. Il centro delle proteste è stato ancora una volta la Spianata delle Moschee, considerato un luogo sacro sia per i credenti musulmani, ebraici e cristiani Lo scorso 13 settembre, infatti, in occasione della vigilia del capodanno ebraico, si sono verificati violenti scontri tra le Forze di Sicurezza israeliane e gli attivisti palestinesi, accusati di aver trascorso la notte nella moschea di al-Aqsa muniti di pietre e bombe molotov da utilizzare contro i cittadini ebrei nel corso dei festeggiamenti. All’irruzione della polizia israeliana nella moschea ha fatto seguito un vero e proprio scontro che ha causato circa un centinaio di feriti, tra i quali diversi intossicati dai gas utilizzati dalle forze israeliane per sedare la rivolta. Nonostante la dura risposta israeliana, gli scontri si sono prolungati nel corso di tutta la settimana e hanno visto oggi la proclamazione di una nuova “giornata della rabbia” da parte palestinese.
Tali eventi si inseriscono in un trend che caratterizza i territori della Cisgiordania da ormai più di un anno e che vede una forte radicalizzazione degli scontri tra la popolazione palestinese e le forze di sicurezza israeliane. Alla base dell’esacerbazione delle violenze sono da considerare il forte deterioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione, alla quale la classe politica non riesce a dare al momento una risposta efficace, nonché la ormai lunga fase di stallo sul piano internazionale del processo di pace israelo-palestinese.

Pakistan

La mattina del 18 settembre, un gruppo di uomini armati ha attaccato la base dell’aviazione di Badaber, a circa 10 chilometri dalla città di Peshawar, nella provincia nord occidentale di Khyber Pakhtunkhwa. I militanti, dotati di giubbetto esplosivo, granate e Ak-47, avrebbero cercato di penetrare nella base da due punti differenti, ingaggiando così su due fronti i militari della Quick Response Force (QRF) sopraggiunti per arginare l’assalto. Nonostante le Forze pakistane siano riusciti a contenere l’assalto nei pressi dei check point di ingresso, una cellula di miliziani è riuscita a raggiungere la Moschea interna alla base, uccidendo circa 16 persone. Nel conflitto a fuoco sono rimasti uccisi 13 miliziani e un giovane capitano.
L’episodio, rivendicato dal Tehrik.-e-Taliban Pakistan (TTP), è l’operazione di maggior portata compiuta dall’insorgenza talebana pakistana dopo l’attacco alla scuola militare di Peshawar dello scorso 16 dicembre, nel quale sono rimaste uccise circa 142 persone, di cui 135 bambini. Come dichiarato dal portavoce del TTP, Mohammad Khorasani, l’attacco sarebbe una ritorsione per la campagna militare “Zarb-e-Azb” portata avanti, a partire dal giugno 2014, dalle Forze Armate pakistane nelle Agenzie di Nord Waziristan e Khyber, all’interno delle Aree Tribali (Federally Administrative Tribal Areas – FATA), da sempre roccaforti dell’insorgenza. L’operazione, infatti, finalizzata ad eradicare la militanza talebana dalla regione, ha fortemente ridimensionato il network e la capacità operativa del TTP e dei gruppi ad esso affiliati.