11 SETTEMBRE 2015
Geopolitical Weekly n.185
DI Staff Ce.S.I.

Sommario: Moldavia, Myanmar, Siria, Turchia

 

Moldavia

Nell’ultima settimana, diverse e imponenti manifestazioni anti-governative hanno scosso la capitale Chişinău ed alcuni altri centri del Paese. A guidare la protesta popolare, sinora occorsa senza incidenti, è stato il movimento civile “Dignità e Verità” (DV), piattaforma non-partitica che riunisce la rete di attivisti anti-corruzione e di tutela e promozione dei diritti umani del Paese. A scatenare le dimostrazioni di piazza è stata la concessione, da parte delle tre principali banche moldave, di prestiti pari a 900 milioni di euro (pari a circa 18 del PIL) a società fittizie e irrintracciabili. L’erogazione di questi prestiti, avvenuta secondo modalità oscure e a pochi giorni dalle elezioni parlamentari del novembre 2014, potrebbe essere alla base del più grande scandalo di corruzione nella storia della Moldova, Paese tristemente noto per la diffusione e la gravità del fenomeno, soprattutto tra la classe dirigente. Tuttavia, lo scandalo finanziario costituisce soltanto l’ultima delle cause del malcontento popolare, che trae origine sia dal malcostume politico sia da un contesto economico altamente deficitario (17% della popolazione sotto il livello di povertà). Al momento, le richieste di cambiamento di DV si sono concretizzate nella richiesta d’indagini approfondite sullo scandalo, nelle dimissioni del Presidente della Repubblica Nicolae Timofti, nel rinnovamento dei quadri e nella realizzazione di riforme volte a stimolare lo sviluppo e ridurre la disoccupazione. 

Inoltre, la protesta ha visibilmente indebolito la legittimità politica della coalizione di Governo, costituita dal Partito Democratico e dal Partito Liberal-Democratico, marcatamente filo-europeista. Per questa ragione, le opposizioni filorusse e anti-europeiste, riunite attorno al Partito Socialista e al il Nostro Partito, si sono unite all’iniziativa di DV, nella speranza di costringere l’attuale esecutivo alle dimissioni e il Presidente a nuove elezioni. Il confronto tra partiti di governo e partiti di opposizioni assume un forte connotato internazionale, in quanto il Partito Democratico e il Partito Liberal-Democratico perseguono l’integrazione nell’Unione Europea, mentre il Partito Socialista intende condurre il Paese all’interno dell’Unione Eurasiatica, lo spazio politico-economico integrato a guida russa. Per questa ragione, non è da escludere un futuro crescente coinvolgimento di Bruxelles e Mosca negli affari interni moldavi, soprattutto in caso di escalation delle proteste.

Myanmar

Mercoledì 9 settembre, il Presidente del Myanmar, Thein Sein, ha incontrato i leader di alcuni gruppi para-militari di estrazione etnico-settaria, impegnati in un’intensa attività di guerriglia contro le autorità centrali, per cercare di negoziare un cessate il fuoco che ponga fine ad oltre sessant’anni di tensione interna.
L’incontro giunge ad un mese dalla nona sessione dei colloqui di pace, iniziati a Yangoon lo scorso 7 agosto, tra membri del comitato di negoziatori governativi dell’Union Peace Working Committee e rappresentanti anziani dei gruppi ribelli, riuniti nella Senior Delegation. In quell’occasione, la fermezza da parte dei negoziatori governativi di concludere un accordo di pace con solo 15 gruppi su 21, aveva portato i colloqui ad un nulla di fatto. Le autorità di Naypyitaw, infatti, spingono per escludere dalle trattative, oltre a tre gruppi minoritari (il Wa National Organization, il Lahu Army e l’Arakan National Council), il Ta’ang National Liberation Army (TNLA), il Kokang’s Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) e l’Arakan Army (AA), che continuano ad impegnare le Forze di sicurezza negli Stati settentrionali di Shan e di Kachin. Tuttavia, l’esclusione dal cessate il fuoco di questi gruppi, che rappresentano lo zoccolo più duro dell’insorgenza di matrice etnica, potrebbe mettere in discussione la sostenibilità dell’accordo di pace nel lungo periodo e, dunque, ridurre la sua efficacia per un’effettiva stabilizzazione del contesto interno. Nonostante al momento non sia ancora stata trovata una soluzione condivisa, la dialettica tra governo e gruppi ribelli potrebbe diventare un argomento caldo durante la campagna elettorale per le consultazioni generali del prossimo 8 novembre.
L’eventuale conclusione del negoziato di pace rappresenta un punto importante nell’agenda del Presidente Thein Sein. Benché non sia tra i candidati in corsa, infatti, la possibilità, costituzionalmente sancita, che Assemblea Legislativa e Senato nominino alla presidenza dello Stato una figura al di fuori del parlamento non esclude, di fatto, che Thein Sein possa guardare con interesse ad una possibile rielezione.
Già negli ultimi mesi, il Presidente uscente aveva cercato di rafforzare la propria posizione all’interno dell’attuale partito di maggioranza, l’Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo (USS), che, qualora uscisse nuovamente vincitore dalla prossima tornata elettorale (e dunque conquistasse la maggioranza dei seggi alle Camere), potrebbe avere un peso decisivo nella scelta del nuovo Presidente. Non appare casuale, infatti, che lo scorso 13 agosto le Forze di sicurezza siano intervenute durante una riunione del USS per incentivare le dimissioni dell’ormai ex capogruppo e speaker del Parlamento, Shwe Mann, principale rivale di Thein Sein per la leadership del partito. L’esclusione di Shwe Mann e la marginalizzazione degli uomini a lui fedeli, infatti, sembrerebbero rispondere ad una dialettica di potere interno all’USS, volta ad assicurare a Thein Sein di poter inserire nelle candidature per le prossime elezioni perone di sua personale fiducia.

Siria

Nelle ultime settimane si è assistito al potenziamento della presenza militare russa a sostegno delle forze leali al Presidente Assad. L’area maggiormente interessata dall’attivismo del Cremlino riguarda la costa occidentale del Paese, da Latakia a Tartus, dove la Russia possiede la sua unica base navale nel Mediterraneo. La decisione di Mosca di impegnarsi maggiormente nel teatro siriano deriva dalle difficoltà incontrate da Assad negli ultimi mesi, che hanno visto le forze lealiste perdere il controllo di circa il 20% del territorio del Paese. L’obbiettivo russo è quello di scongiurare il definito tracollo del regime, almeno fino all’apertura dei negoziati politici sul futuro della Siria, e di tutelare i propri assetti navali nella regione mediterranea. 

Gli equilibri sul campo sembrano infatti pendere sempre più a favore dei miliziani dello Stato Islamico (IS) e delle altre milizie jihadiste coinvolte nel conflitto. Lo scorso 9 settembre l’Esercito della Conquista, una coalizione di gruppi jihadisti guidata da al-Nusra, ha preso il controllo della base aerea di Abu al-Duhur ultima roccaforte lealista nella regione dell’Idlib. La vittoria è stata resa possibile a causa di un’eccezionale tempesta di sabbia che negli ultimi giorni ha interessato i territori di Siria, Libano, Israele e Turchia. Tali condizioni meteorologiche non hanno infatti permesso all’aviazione siriana di fornire supporto alle forze lealiste, facilitando l’abbattimento delle ultime linee nemiche da parte jihadista.
La presa di Abu al-Duhur si inserisce in un trend che vede ormai da molti mesi un progressivo arretramento dell’Esercito siriano soprattutto nella regione centro-settentrionale del Paese. Il perpetuarsi della guerra civile ha determinato una forte riduzione delle capacità militari del regime. Negli ultimi quattro anni le forze lealiste hanno subito la perdita di circa 100.000 uomini sia sul campo di battaglia sia a causa del moltiplicarsi del fenomeno delle diserzioni. Tale aspetto ha reso necessaria una ricollocazione delle forze di Assad che hanno abbandonato alcune posizioni a beneficio della difesa della strategica superstrada M5 che, passando per Homs, collega Aleppo alla capitale Damasco.

Turchia

Il 9 settembre una folla inferocita ha assaltato la sede di Ankara del Halkların Demokratik Partisi (HDP, Partito Democratico Popolare), formazione di riferimento dell’etnia e dell’elettorato curdi nel Paese. I manifestanti hanno distrutto gli uffici del HDP in un gesto di suprema isteria politica, accusando il partito di presunti legami e simpatie per il Partîya Karkerén Kurdîstan (PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan), gruppo terroristico di matrice marxista-leninista il cui fine ultimo è la creazione di uno Stato Curdo indipendente. La dissennatezza del gesto, che non trova alcuna giustificazione alla luce sia della piena e matura partecipazione del HDP alla vita politica turca sia della costante e ferma condanna alla strategia terroristica perpetrata dal PKK, costituisce una drammatica cartina di tornasole sulla crescente tensione nei rapporti tra Governo e alcune sezioni della società civile da una parte, e comunità curda dall’altra.
Infatti, l’ambiguità della strategia militare turca nei confronti del conflitto siriano, con l’aviazione di Ankara impegnata a bombardare sia alcuni obbiettivi dello Stato Islamico (IS) che, soprattutto, le istallazioni delle milizie curde impegnate nella lotta al gruppo di al-Baghdadi, ha suscitato una considerevole ripresa delle attività da parte del PKK e la conclusione di una tregua e di un dialogo politico che andavano avanti dal 2013. Infatti, il PKK, movimento in declino all’interno del panorama politico ed insurrezionale curdo, ha approfittato delle azioni delle Forze Armate turche contro le milizie curde opposte ad IS per avviare una serie di rappresaglie e cercare di recuperare consensi e sostegno tra la popolazione. In questo senso, negli ultimi 10 giorni, due attentati perpetrati dal PKK hanno causato la morte di 30 soldati nei distretti lungo il confine siriano ed iracheno. In risposta, l’aviazione turca ha bombardato le postazioni del PKK sulle montagne tra Turchia, Siria ed Iraq.
L’esacerbazione del conflitto tra Ankara e il PKK ha avuto l’effetto sociale e politico, per alcuni versi abilmente fomentato dal Governo, di alimentare una nuova ondata di curdofobia nel Paese, sfociata nella distruzione della sede del HDP ma possibile di sviluppi ben più gravi in futuro.