03 LUGLIO 2015
Geopolitical Weekly n.182
DI Giorgia Pilar Giorgi

Sommario: Egitto, Iran, Tunisia

 

Egitto

Mercoledì 1 luglio, i miliziani del gruppo terroristico Ansar Bait al-Maqdis (ABM) hanno attaccato alcune postazioni militari egiziane nel nord dell’omonima penisola. Una serie di attacchi simultanei ha interessato le città di Sheikh Zuweid e Rafah e il bilancio ufficiale è di 100 terroristi uccisi e 17 morti tra i militari, di cui quattro ufficiali. Tre giorni prima al Cairo, il gruppo ha ucciso il Procuratore Generale dell'Egitto, Hisham Barakat, provocando l’esplosione dell’auto su cui viaggiava. ABM, gruppo formato prevalentemente da jihadisti egiziani (tra cui alcuni beduini), sudanesi e palestinesi, ha trovato maggiore capacità operativa anche grazie al supporto di alcuni fuoriusciti dai Fratelli Musulmani, soprattutto dopo il colpo di Stato del Generale al-Sisi (2013) e la nuova messa al bando dell’organizzazione islamista. La stabilità del Sinai è compromessa dal 2011 quando, a seguito della cacciata dell’ex Presidente Hosni Mubarak, nell’instabilità venutosi a creare, hanno iniziato a proliferare realtà di tipo jihadista che da quel momento controllano i territori a nord della regione.
Ad incrementare la pericolosità e le capacità operative di ABM, che negli scorsi mesi ha fatto il proprio giuramento di fedeltà allo Stato Islamico, è anche la grande disponibilità di armi. Infatti, la Penisola del Sinai è uno dei principali snodi del traffico di armi proveniente dall’Africa e diretto verso la Striscia di Gaza. Tuttavia, con la distruzione dei tunnel sotterranei da parte delle autorità egiziane, il flusso di armamenti ha cambiato direzione, incrementando gli arsenali delle milizie dei gruppi jihadisti della Penisola.

Iran

Martedì 30 giugno, il gruppo dei così così detti 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Cina, Russia, Francia e Germania) e l’Iran, riunitisi a Vienna per discutere l’accordo sul programma nucleare iraniano, hanno concordato di posticipare al prossimo 7 luglio il termine ultimo per finalizzare l’intesa definitiva. Nonostante i passi in avanti compiuti in questi mesi dai negoziatori internazionali nel tentativo di avvicinare le rispettive posizioni, la chiusura dell’accordo sembra ancora essere impedita dalla difficoltà delle parti di dirimere le rispettive divergenze su alcune questioni fondamentali. In primis, il sollevamento delle sanzioni a cui è sottoposto l’Iran, che Teheran vorrebbe concomitante alla firma dell’accordo e non graduale nei mesi successivi alla chiusura del tavolo negoziale. In secondo luogo, l’estensione della libertà concessa agli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) di accedere ai siti considerati sensibili per accertare la natura pacifica del programma di ricerca nucleare iraniano. In particolare, il governo iraniano continua a sollevare forti opposizioni nell’includere all’interno dell’accordo l’acceso a infrastrutture militari considerate sensibili per la tutela degli interessi nazionali, quali la base di Parchin, sospettata di essere stata utilizzata in passato come sito di sperimentazione di tecnologia nucleare a scopo bellico.
La decisione di rinviare la scadenza potrebbe essere il frutto della volontà dell’Iran, da una lato, e della Comunità Internazionale, dall’altro, di portare a termine con successo un processo che potrebbe rappresentare un primo passo verso una sostanziale evoluzione dei rapporti internazionali di Teheran. La delicatezza dei punti ancora in sospeso, dunque, potrebbe spingere le parti coinvolte a rinviare ulteriormente la scadenza del negoziato, così da, non solo, trovare il giusto accomodamento per le rispettive richieste, ma soprattutto per elaborare un meccanismo di garanzia del rispetto degli accordi che incentiverebbe la nascita di un rapporto, seppur iniziale, di reciproca fiducia.

Tunisia

Lo scorso 26 giugno, un commando formato da un numero sinora imprecisato di miliziani ha assaltato la spiaggia privata del resort Riu Imperial Marhaba Hotel a Port El Kantaoui, 30 km a sud della città di Sousse, causando la morte di 38 turisti, tutti di origine occidentale. Le Forze di Sicurezza tunisine sono riuscite a neutralizzare soltanto uno degli assalitori, Seifiddine Rezgui Yacoubi, conosciuto con il nom de guerre di Abu Yahya al-Qayrawani, studente originario della città di Kairouan, uno dei principali centri di indottrinamento e reclutamento jihadista del Paese. L’attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico, anche se appare probabile che una simile assunzione di responsabilità rappresenti più un’operazione propagandistica volta ad ottenere un significativo ritorno mediatico che la reale dichiarazione di paternità dell’attentato.
L’attacco al resort rappresenta il più grave atto terroristico avvenuto in Tunisia e aumenta i timori sulla possibile escalation delle attività jihadiste nel Paese. Infatti, nell’ultimo anno si è assistito ad una sensibile e pericolosa moltiplicazione degli episodi di violenza politica da parte delle forze jihadiste contro le istituzioni e le Forze Armate tunisine. Tuttavia, l’attacco al resort, al pari di quello contro il Museo del Bardo dello scorso 18 marzo, rappresenta un segnale evidente della volontà delle organizzazioni terroristiche tunisine di colpire sia i cittadini occidentali sia i simboli dell’occidentalizzazione del Paese.
La neutralizzazione dei movimenti jihadisti rappresenta una delle priorità di politica interna per il nuovo Presidente Essebsi e per il governo di unità nazionale formato dagli islamisti moderati di Ennadha e dai laici di Nidaa Tounes. Infatti, con il passare del tempo e con il peggioramento delle condizioni economiche ed occupazionali, i movimenti jihadisti hanno aumentato sensibilmente i propri proseliti ed il proprio sostegno, giungendo, in alcune aree del Paese, ad essere il principale interlocutore della popolazione locale.