26 GIUGNO 2015
Geopolitical Weekly n.181
DI Giorgia Pilar Giorgi

Sommario: Afghanistan, Mali, Siria, Somalia

 

Afghanistan

Lunedì 22 giugno, un gruppo di sei uomini armati ha cercato di prendere d’assalto la Camera Bassa del Parlamento afghano, durante la sessione per la conferma della nomina del nuovo Ministro della Difesa. Preceduti da un attentatore suicida fattosi esplodere nei pressi dell’edificio, i militanti tuttavia non sono riusciti a penetrare nel palazzo principale e, asserragliatisi in un edificio adiacente, sono stati ingaggiati per circa un’ora e mezza in un conflitto a fuoco dalle Forze di sicurezza afghane. Nonostante il fallimento dell’assalto, l’episodio, rivendicato dal portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha messo in luce, ancora una volta, come le condizioni di sicurezza siano ormai assolutamente precarie anche nelle aree più delicate della capitale. L’attacco al parlamento, infatti, giunge a poche settimane di distanza dall’attentato dinamitardo contro un convoglio dell’’European Union Police Mission (EUPOL), nei pressi dell’aeroporto internazionale, e dall’assalto all’hotel Parking Palace, struttura all’interno del quartiere diplomatico.
Negli ultimi tre mesi, con l’inizio della così detta offensiva di primavera, la militanza talebana ha intensificato la propria attività ed è riuscita a conseguire importanti successi non solo nel sud e nell’est del Paese, tradizionale roccaforte dell’insorgenza, ma anche in alcuni distretti delle province settentrionali di Badakhshan e di Kunduz, al confine con il Tajikistan. La difficoltà delle Afghan National Security Forces (ANSF) nel gestire con efficacia la pressione esercitata dai continui attacchi della militanza continua a sollevare perplessità sull’effettiva capacità di garantire un controllo capillare su tutto il territorio nazionale nel lungo periodo.

Mali

Lo scorso 20 giugno, a Bamako, il governo maliano e il Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (CMA) hanno siglato l’accordo di pace che ufficialmente pone termine all’ultimo triennio di tensioni culminato con l’insurrezione tuareg del 2012-2013 e con la campagna di guerriglia seguita nei mesi successivi. Il CMA è un’organizzazione ombrello che riunisce i principali movimenti Tuareg del nord del Mali, ossia il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA), rappresentativo dei clan nord occidentali e di Timbouktou, il Movimento Arabo dell’Azawad (MAA) e l’Alto Consiglio dell’Azawad, voce dei clan orientali di Kidal e dell’altopiano dell’Adrar des Ifoghas. 

Il trattato, che contiene indicazioni di carattere generale e che, dunque, dovrà essere integrato da precise riforme costituzionali ed amministrative, sancisce la tutela e la difesa delle prerogative sociali e culturali dei Tuareg, prevede la c reazione di assemblee e consigli regionali e prescrive l’aumento della rappresentanza istituzionale tuareg nelle istituzioni centrali.
La firma dell’accordo, resa possibile anche grazie alla mediazione di Algeria e Burkina Faso, rappresenta un significativo passo in avanti nel tentativo di porre fine ad una insurrezione, quale quella dei Tuareg, che dura ormai dagli anni 60. Tuttavia, il governo di Bamako dovrà impegnarsi a fondo per applicare in concreto le prescrizioni generali dell’accordo e per promuovere lo sviluppo del nord del Mali. Infatti, qualora il processo di riconciliazione e re-integrazione dei Tuareg all’interno delle strutture politiche, economiche e sociali del Paese dovesse rallentare o interrompersi, esiste la possibilità che i movimenti ribelli decidano di riprendere l’insurrezione armata. Inoltre, a rendere il contesto settentrionale maliano ancor più fragile e precario è la perdurante presenza di gruppi jihadisti radicati sul territorio e vicini ai network criminali che gestiscono i traffici illegali. Dunque, non è da escludere che, qualora il dialogo tra Bamako e i Tuareg dovesse nuovamente interrompersi, i movimenti jihadisti potrebbero cooptare il malcontento dei gruppi etnici subalterni per implementare la propria agenda politica.

Siria

Nella notte tra il 24 e il 25 giugno le milizie dello Stato Islamico sono entrate nuovamente nella città di Kobane, la cittadina siriana situata al confine con la Turchia divenuta simbolo della resistenza curda contro l’avanza di IS. L’offensiva è iniziata all’alba quando i miliziani dell’IS hanno fatto esplodere due autobombe vicino al valico di frontiera di Mursitpinar, che unisce Kobane con la Turchia, provocando la morte di almeno 20 civili. Le operazioni sono proseguite a nord-est dove le forse dello Stato Islamico hanno conquistato due quartieri della città di Hasaka. I jihadisti, hanno eluso la sorveglianza al confine con la Turchia, travestendosi da combattenti curdi dell'Ypg, le unità di difesa del popolo curdo, e sono entrati in territorio siriano mostrando le bandiere dell'Esercito siriano libero. I curdi, hanno accusato la Turchia di aver favorito il passaggio dei jihadisti oltre il confine, sospetto che Ankara ha prontamente respinto, affermando che i miliziani si sono infiltrati a Kobane non dal territorio turco, ma dalla città siriana di Jarabulu.
Il ritorno dei combattimenti a Kobane arriva dopo un periodo in cui i miliziani curdi avevano profondamente messo in discussione il controllo da parte di IS di ampie zone della regione nord-orientale della Siria. Lo scorso giugno, infatti, i miliziani curdi, appoggiati dagli aerei della coalizione anti-jihadista guidata dagli americani, hanno conquistato la città di Tal Abyad, alla frontiera con la Turchia e punto di transito vitale per i jihadisti. Le forze curde hanno poi proseguito la loro avanzata verso sud, conquistando Ain Issa, una città a soli 50 km da Raqqa, roccaforte dell’IS in Siria, bloccando in questo modo una delle principali vie di rifornimento dalla Turchia. Dunque, la strategia dello Stato islamico sembra essere quella di impegnare i miliziani curdi sul fronte di Kobane così da fermare la loro azione verso Raqqa.

Somalia

Con l’inizio del mese sacro del Ramadan, al-Shabaab, gruppo terroristico affiliato ad al-Qaeda, ha avviato una nuova offensiva contro il governo e la Forze Armate somale. Il principale obbiettivo degli attacchi è la capitale Mogadiscio, dalla quale il gruppo era stato espulso nel settembre 2012 in seguito ad una vasta operazione di AMISOM (African Union Mission in Somalia). In quell’occasione i miliziani jihadisti avevano perso i loro bastioni nei distretti meridionali e occidentali della città, migrando in massa verso le basi nelle aree rurali nel centro del Paese e limitandosi a mantenere qualche sporadica cellula operativa.
Nello specifico, i recenti attacchi, perpetrati tramite l’utilizzo di attentatori suicidi hanno colpito il centro di addestramento dei Servizi di Sicurezza somali (21 giugno) e il convoglio del personale diplomatico degli Emirati Arabi Uniti (24 giugno). Anche se l’ambasciatore emiratino è miracolosamente scampato alla morte, il bilancio dei due attentati è di 30 vittime.
La nuova escalation di violenza a Mogadiscio è sintomatico della strategia di al-Shabaab che, perso il controllo delle principali città del Paese (Mogadiscio, Baidoa, Kisimayo) e costretto nei villaggi nelle regioni rurali del entro e del sud, cerca di colpire le istituzioni somale e AMISOM con attacchi estemporanei. Inoltre, non bisogna sottovalutare l’importanza politica e propagandistica deli attentati, che hanno il triplice scopo di delegittimare i proclami del governo di Mogadiscio (secondo il quale al-Shabaab sarebbe prossimo alla resa), di dimostrare la vitalità del gruppo jihadista e di attirare nuove reclute dalla Somalia e dal resto del Mondo.
Nonostante i positivi risultati ottenuti dall’impegno delle Forze Armate somale e da AMISOM, alo-Shabaab è ben lungi dall’essere neutralizzato e, anzi, ha notevolmente incrementato il respiro regionale della propria azione, espandendola significativamente in Kenya.