19 GIUGNO 2015
Geopolitical Weekly n.180
DI Giorgia Pilar Giorgi

Sommario: Ciad, Hong Kong, Libia, Yemen

 

Ciad

Lo scorso 15 giugno, 4 attentatori suicidi hanno colpito il Quartier Generale e la scuola di addestramento della Polizia nella capitale N’Djamena, causando la morte di 27 persone e il ferimento di altre 100. Anche se nessun gruppo ha ancora rivendicato l’attacco, appare fortemente possibile la responsabilità di Boko Haram (“L’educazione occidentale è peccato” in lingua Hausa), il gruppo jihadista attivo nella regione del Lago Ciad dal 2009.
Si tratta del primo attentato che Boko Haram compie a nella capitale del Paese, a culmine di una costante escalation di attacchi in territorio ciadiano iniziata nel 2014 e avvenuta in rappresaglia al notevole impegno contro-terroristico del governo di N’Djamena. Infatti, sin dallo scorso anno, le Forze Armate ciadiane hanno lanciato una ampia offensiva contro le milizie e le basi logistiche di Boko Haram, nel contesto della Multinational Joint Task Force (MJTF), missione internazionale alla quale partecipano anche Nigeria, Camerun, Niger e Benin. Tale operazione militare ha permesso la liberazione di numerosi villaggi precedentemente controllati da Boko Haram, anche se non è sinora riuscita a neutralizzare il gruppo jihadista, radicato nelle aree rurali nella zona compresa tra Ciad, Nigeria, Niger e Camerun, per un’estensione territoriale prossima a quella del Belgio.
L’attacco a N’Djamena sottolinea ulteriormente la definitiva maturazione di Boko Haram che, da gruppo jihadista inizialmente concentrato su obbiettivi nazionali nigeriani, si è ormai trasformato in un’organizzazione terroristica di respiro regionale, intenzionata a rafforzare il proprio Califfato in Africa Occidentale. La vocazione internazionalistica e la portata trans-nazionale della minaccia bokharamista sono rese evidenti dall’affiliazione ufficiale tra il movimento africano e lo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. Appare possibile, dunque, che nel prossimo futuro Boko Haram continui con la campagna di insorgenza, colpendo sia obbiettivi locali (Chiese, Forze Armate e di Polizia, popolazione cristiana, personalità di rilievo) sia obbiettivi di richiamo internazionale (cittadini e società straniere, rappresentanze diplomatiche, uffici di organizzazioni non-governative).

Hong Kong

Giovedì 18 giugno, l’Assemblea Nazionale di Hong Kong ha bocciato il pacchetto di riforme appoggiato dal governo di Pechino che avrebbe dovuto modificare la legge elettorale in vigore nella Regione Amministrativa Speciale in vista delle prossime elezioni del 2017. Formulata lo scorso agosto dal Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo cinese, e sostenuta dalle forze filo-cinesi all’interno della classe politica di Hong Kong, la proposta da un lato avrebbe esteso a tutti i cittadini hongkonghesi il diritto di votare il nuovo Governatore regionale, dall’altro avrebbe limitato la possibilità di scelta ad una lista di candidati precedentemente approvata da Pechino. La bocciatura è stata accolta come una vittoria dai parlamentari d’opposizione e dagli attivisti politici che hanno sempre guardato alla mozione come un tentativo da parte di Pechino di accrescere la propria ingerenza negli affari interni della Regione Autonoma più che come un vero e proprio passo in avanti per una maggior indipendenza del sistema regionale. Già lo scorso settembre i movimenti politici e sociali di orientamento liberale, Scholarism e Occupy Central with Love and Peace, avevano occupato le strade di Hong Kong per diverse settimane, per manifestare il proprio dissenso nei confronti del peso di Pechino negli affari interni locali.
Nonostante la bocciatura rappresenti un’effettiva dimostrazione della presenza all’interno della classe politica hongkongese di una frangia intenzionata ad ottenere una completa autonomia dalle disposizioni di Pechino, la forte influenza, politica e sociale, che il governo centrale continua ad esercitare nella Regione Autonoma non sembrerebbe lasciare spazio, almeno nel breve termine, per un vero e proprio affrancamento di Hong Kong. Al contrario, non è da escludere che, nei prossimi mesi, le élite cinesi decidano di irrigidire le proprie concessioni al governo regionale per scongiurare che la bocciatura della riforma elettorale diventi solo il primo passo verso l’elaborazione di una più strutturata, e dunque efficace, strategia da parte delle forze liberal-indipendentiste.

Libia

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno le Forze Armate statunitensi hanno lanciato un attacco aereo contro Agedabia, città sul Golfo della Sirte a 160 km a sud di Bengasi. Obbiettivo del raid è stata l’abitazione nella quale erano riuniti circa 20 comandanti miliziani di Ansar al-Sharia, formazione jihadista coinvolta nella guerra civile e responsabile della morte dell’ambasciatore statunitense Stevens nel settembre 2012 a Bengasi. Oltre a neutralizzare i miliziani di Ansar al-Sharia, lo scopo dell’attacco era quello di uccidere Mokhtar Belmokhtar, leader del gruppo al-Mourabitun (“Le Sentinelle”), organizzazione terroristica attiva in Africa Settentrionale, Occidentale e nella regione del Sahel-Sahara, rea degli attacchi contro le infrastrutture gasifere algerine di In Amenas (gennaio 2013) e di un significativo numero di attentati e rapimenti in Mali, Niger e Algeria.
Al momento permane profonda incertezza sull’esito dell’attacco. Infatti, sino ad ora, il governo di Washington non ha fornito ulteriori dettagli sul raid aereo e non ha ancora confermato la morte di Belmokhtar. Al contrario, Ansar al-Sharia ha espressamente dichiarato che tra i miliziani deceduti non c’è il leader di al-Mourabitun.
Belmokhtar è uno dei miliziani jihadisti più ricercati del nord Africa. Di origine algerina, egli ha combattuto sia in Afghanistan, tra le fila dei mujaheddin arabi che si opponevano al governo filo-sovietico, sia nella guerra tra il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) e le Forze Armate di Algeri. Nel corso degli anni 2000, Belmokhtar si è affermato prima come uno dei più importanti comandanti militari di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e dopo quale leader di diverse formazioni jihadiste indipendenti, come il Movimento per l’Unità e il Jihad in Africa Occidentale (MUJAO), il Battaglione di Coloro che Firmano con il Sangue (BFS) e, infine, al-Mourabitun. Oltre alle notevoli capacità militari, Belmokhtar si è distinto per la lungimiranza della propria strategia: infatti, egli è stato il primo a tessere reti di alleanze con le realtà tribali del Sahel e del Sahara, ad espandere significantemente il network terroristico fuori dall’Algeria ed a stabilire forti contatti con il mondo dei traffici illeciti, rispetto ai quali è diventato un facilitatore ed un gestore diretto. All’interno del panorama qaedista nord africano, Belmokhtar è stato uno dei primi ad intuire la necessità di territorializzazione e statalizzazione dei movimenti terroristici nonché della cooptazione delle esigenze dei gruppi etnici subalterni o discriminati dal potere centrale. Durante la Guerra in Mali del 2011-2013, egli è stato tra i maggiori protagonisti dell’offensiva delle forze jihadiste.
All’indomani del conflitto maliano, Belmokhtar ha continuato a tessere la propria rete di alleanze in Libia, sfruttando l’instabilità seguita alla caduta del regime di Gheddafi ed alla guerra civile. Al di là della conferma effettiva della sua morte, la sua presenza in Libia sottolinea il respiro regionale dell’agenda jihadista di Belmokhtar, interessato a coordinare le attività terroristiche e di insorgenza dal Mali sino alle sponde del Mediterraneo.

Yemen

Venerdì 12 giugno, il leader di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), Nasser al-Wuhayshi, è stato ucciso nel corso di un raid effettuato da un drone americano, presso la città portuale di Mukalla, in quel governatorato di Hadramaut che, assieme ad altre regioni del sud est del Paese, costituisce la roccaforte del gruppo. La leadership del gruppo è stata dunque assunta da Qasim al-Raymi, un ex militare yemenita che, nel 2006, fuggì insieme con altri 23 miliziani qaedisti da un carcere yemenita.
L’uccisione di al-Wuhayshi rappresenta soltanto l’ultimo colpo inferto dagli USA al vertice di AQAP. Infatti, lo scorso aprile, è stata annunciata la morte di Ibrahim Suleiman al-Rubaish, tra le massime autorità religiose ed ideologiche del gruppo ed ex detenuto di Guantanamo; Allo stesso modo, a maggio, è stato ucciso il comandante militare di AQAP, Nasser bin Ali al-Ansi, che aveva rivendicato il coinvolgimento del gruppo qaedista nell'attentato contro Charlie Hebdo a Parigi.
Tuttavia, nonostante la neutralizzazione di parte della sua leadership, la forza di AQAP in Yemen appare ancora considerevole. Infatti, il nuovo leader al-Raymi, grazie alle sue origini yemenite, può contare sul sostegno delle tribù locali sunnite e, dunque, proseguire con la strategia della territorializzazione e del consolidamento del movimento quale vera e propria entità para-statale.
Nonostante la presenza di AQAP sia consolidata nel Paese, la morte di al-Wuhayshi, personalità in diretto con contatto con il leader di al-Qaeda al-Zawahiri, potrebbe indebolire i legami tra AQAP e il resto del network qaedista, aprendo così alle possibilità di penetrazione nella regione yemenita dello Stato Islamico.
L’avvicendamento al vertice di AQAP avviene in un momento di estrema volatilità per lo Yemen, destabilizzato dall’insorgenza della popolazione sciita degli Houthi e al centro dell’intervento militare saudita volto a contrastarla.