05 GIUGNO 2015
Geopolitical Weekly n.179
DI Giorgia Pilar Giorgi

Sommario: Iran-Russia, Nigeria, Ucraina

 

Iran-Russia

Il 26 maggio, il Vice Ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha annunciato che entro la fine dell’anno il Cremlino dovrebbe definire i dettagli per procedere alla fornitura di sistemi di difesa aerea S-300 all’Iran. Nel 2007, Russia e Iran hanno stipulato un contratto di fornitura militare del valore di 800 milioni di dollari, sospeso nel 2010 in seguito alle sanzioni previste dalla Risoluzione ONU 1929 contro il programma nucleare di Teheran. In seguito ai progressi nell’ambito degli attuali colloqui tra Iran e Comunità Internazionale sul dossier nucleare, sanciti con il meeting di Losanna dello scorso 2 aprile, il Presidente Vladimir Putin ha annunciato la revoca del divieto di trasferimento degli S-300. Se portato a termine con successo, l’accordo potrebbe contribuire a consolidare ulteriormente la cooperazione tra Mosca e Teheran, con importanti benefici per entrambi i governi. Da parte russa, l’intesa rappresenterebbe un importante passo in avanti per il rilancio della partnership in materia di procurement militare con il governo iraniano. Inoltre, tale partnership consentirebbe a Mosca sia di ottenere un importante flusso di denaro e di alleggerire la pressione sulle casse statali causata dalle recenti sanzioni imposte da Stati Uniti ed Unione Europea in seguito alla crisi ucraina, sia di rafforzare il proprio legame con un attore chiave per gli equilibri dello scenario mediorientale. Per l’Iran, d’altra parte, l’acquisto degli S-300 consentirebbe di rafforzare la propria capacità di difesa anti-area e, conseguentemente, di rendere più difficili e rischiosi eventuali raid contro obiettivi sensibili all’interno dei propri confini. Nonostante il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov abbia ribadito la natura prettamente difensiva del sistema missilistico, l’intesa russo-iraniana ha suscitato le proteste di Tel Aviv, che considera la possibile acquisizione di uno dei sistemi di difesa anti-aerea più avanzati del mondo come una strategia del governo iraniano per poter disattendere eventuali impegni presi nell’ambito dell’accordo sul nucleare e portare così avanti un programma di ricerca a scopo militare.

Nigeria

Lo scorso 2 giugno un’autobomba è esplosa nel popolo mercato centrale di Maiduguri, capitale dello Stato Federale del Borno, nell’estremo nord est del Paese, causando la morte di oltre 50 persone. Tre giorni dopo, una autobomba ha ucciso 30 persone nella città di Jimeta, nello Stato di Adamawa. A rivendicare entrambi gli attentati è stato Boko Haram (“L’educazione Occidentale è peccato”), il gruppo terroristico affiliato allo Stato Islamico (IS) attivo in Nigeria e nelle regioni limitrofe di Camerun, Niger e Chad dal lontano 2009. Nonostante il massiccio dispiegamento di uomini e mezzi da parte delle Forze Armate nigeriane, gli attacchi bokoharamisti hanno continuato ad avere, anche nel 2015, una cadenza media settimanale ed un bilancio di vittime che sfiora il migliaio. La neutralizzazione del gruppo jihadista continua a rappresentare la priorità di sicurezza per il governo di Abuja e soprattutto per il nuovo Presidente Muhammadu Buhari. Da quest’ultimo, infatti, la popolazione nigeriana si aspetta un’azione più incisiva nella lotta al terrorismo. Buhari, in quanto musulmano e di etnia Hausa-Fulani, potrebbe sfruttare la propria rete tribale e la propria vicinanza agli influenti leader politici e religiosi nel nord del Paese per cercare di aprire una trattativa con le fazioni più moderate di Boko Haram, circoscrivendo ed isolando quelle più estremiste. La dimensione trans-nazionale raggiunta dal gruppo jihadista ha obbligato i governi di Nigeria, Camerun, Niger e Chad ad intraprendere un’azione militare congiunta nella regione del lago Chad attraverso la costituzione della Multinational Joint Task Force (MJTF), un dispositivo regionale avente lo scopo di disarmare le milizie jihadiste, distruggere le loro basi e liberare i villaggi sotto il loro controllo. Tuttavia, la lentezza nell’approntamento delle truppe e le difficoltà logistiche nell’organizzazione del contingente ha permesso al contingente multinazionale di raggiungere obbiettivi limitati. Infatti, Boko Haram, che può essere considerato alla stregua di uno “Stato Islamico Africano”, continua a controllare ed amministrare una porzione di territorio estesa quanto il Belgio. Inoltre, la recente affiliazione allo Stato Islamico potrebbe condurre Boko Haram ad una progressiva internazionalizzazione della propria agenda ideologica ed operativa, spingendo il gruppo ad intensificare azioni ostili, quali attentati e rapimenti, verso obbiettivi e cittadini occidentali.

Ucraina

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno, i ribelli filorussi dell’autoproclamata Repubblica Popolare del Donbass (RPD) hanno lanciato una massiccia offensiva verso la cittadina di Marinka, 23 chilometri a sud ovest di Donetsk, in prossimità della linea di demarcazione del fronte stabilita dagli Accordi di Minsk II dello scorso febbraio. Nel corso delle operazioni militari, hanno perso la vita due cittadini ucraini ed altri 25 sono rimasti feriti. Nonostante la tregua tra governo ed insorti non sia stata mai realmente rispettata da entrambi gli schieramenti, con incidenti e scontri a fuoco quasi quotidiani, l’attacco di Marinka rappresenta una significativa escalation della violenza che mette potenzialmente a rischio la tenuta degli accordi. Infatti, l’offensiva delle milizie della RPD è stata condotta con un significativo impiego di uomini (circa 1.000) e mezzi (diverse batterie di lanciarazzi multipli, alcuni obici ed almeno 20 carri armati). I ribelli hanno motivato l’offensiva affermando che si è trattato di una risposta ad un bombardamento dell’artiglieria governativa contro alcuni sobborghi di Donetsk. Tale accusa è stata categoricamente smentita da Kiev che, di rimando, ha messo in guardia la Comunità Internazionale sulla possibilità di una invasione russa su larga scala. Infatti, l’attacco di Marinka ha dimostrato, ancora una volta, per sofisticazione e conduzione delle operazioni, la significativa crescita capacitiva delle milizie ribelli, attribuibile alla crescita del numero di militari russi all’interno dei propri ranghi, secondo il Cremlino in qualità di semplici volontari. L’attacco di Marinka, al momento contesa tra i due schieramenti, potrebbe sia rappresentare un episodio isolato sia, al contrario, costituire il primo atto di una nuova ripresa degli scontri su larga scala e con intensità crescente tra le milizie filorusse e le Forze Armate Ucraine. Qualora si realizzasse la seconda eventualità, la precaria tenuta degli Accordi di Minsk II potrebbe essere seriamente compromessa ed accrescere ulteriormente il clima di tensione tra Kiev ed i suoi sostenitori euro-atlantici e Mosca, la cui strategia dura nei confronti della crisi ucraina non è stata sinora scalfita dalle sanzioni imposte da Washington e Bruxelles. Anzi, una nuova escalation del conflitto potrebbe compromettere definitivamente la già timida possibilità di affievolimento delle sanzioni paventata da alcuni Paesi Europei (Grecia e Ungheria su tutti) negli ultimi mesi.