22 MAGGIO 2015
Geopolitical Weekly n.178
DI Giorgia Pilar Giorgi

Sommario: Afghanistan, Burundi, Iraq-Siria, Macedonia

 

Afghanistan

Lo scorso 17 maggio, un convoglio dell’European Union Police Mission (EUPOL) è stato oggetto di un attentato dinamitardo nei pressi dell’aeroporto internazionale di Kabul, che ha causato la morte di tre persone, tra cui un agente di sicurezza inglese di scorta al personale della missione europea. L’attentato, rivendicato dai talebani, è solo l’ultimo episodio di una serie di attacchi compiuti dai militanti contro obiettivi stranieri nella capitale. Risale alla scorsa settimana, infatti, l’assalto all’hotel Parking Palace, struttura all’interno del quartiere diplomatico frequentata da lavoratori stranieri e dal personale delle ambasciate accreditate presso il governo afghano. Durante l’attacco, durato all’incirca cinque ore, è rimasto ucciso anche il cooperante italiano Alessandro Abati. I due attentati, portati a termine a pochi giorni l’uno dall’altro all’interno delle aree più sensibili della capitale, hanno messo in drammatica evidenza l’attuale difficoltà delle Afghan National Security Forces (ANSF) a rispondere con efficacia all’attività dell’insorgenza talebana. Con l’inizio della così detta “offensiva di primavera”, annunciata dai talebani lo scorso 22 aprile, infatti, l’intensificarsi degli attacchi da parte dei militanti hanno provocato un rapido deterioramento delle già precarie condizioni di sicurezza interne. A pochi mesi dall’inizio della nuova missione NATO, Resolute Support, che avrebbe dovuto completare l’approntamento delle Forze afghane, dunque, molte perplessità ancora permangono sia sulla capacità delle ANSF di garantire il controllo del Paese sia sulla possibilità del governo centrale di costruire una stabilità interna di lungo periodo. La preoccupazione per la tenuta delle istituzioni afghane nei prossimi anni sembra essere alla base della decisione della NATO di mantenere anche al termine dell’attuale missione una forza congiunta civile-militare nel Paese. Come annunciato dal Segretario Generale, Jens Stoltenberg, a margine del vertice in Turchia lo scorso 13 maggio, i dettagli della nuova missione, che porterà avanti l’impegno di training e advising in favore delle Forze di sicurezza, dovrebbero cominciare ad essere definiti a partire dal prossimo autunno.

Burundi

Nella notte tra il 20 e il 21 maggio la capitale Bujumbura ha continuato ad essere teatro degli scontri tra la Polizia e le migliaia di manifestanti che, da ormai tre settimane, protestano contro la ricandidatura alla Presidenza di Pierre Nkurunziza, in carica dal lontano 2005 e accusato dalla popolazione di aver instaurato un sistema autoritario, corrotto e nepotistico. Ad oggi, il bilancio complessivo della rivolta è di 20 morti, 200 feriti e 600 arresti.
Il malessere popolare ha spinto alcuni membri dell’establishment militare ad utilizzare le proteste quale strumento per sostenere un Colpo di Stato ai danni del Presidente. Infatti, il 13 maggio, il Generale Godefroid Niyombare ha provato, senza successo, a rovesciare il regime di Nkurunziza. Tuttavia, la consistenza del fronte lealista e la mancata presa di controllo dei centri di potere e dei media nazionali hanno permesso al Presidente di restare al vertice dello Stato.
Il dato più interessante sinora emerso dalla rivolta burundese è stata la sua dimensione inter-etnica e l’assenza di scontri tra i Tutsi (20% della popolazione) e gli Hutu (80%), i cui rapporti risultano ancora inevitabilmente segnati dai reciproci massacri degli Anni 90. Inoltre, il conflitto tra le élite politiche del Paese appare come un affare interno agli Hutu, etnia di potere alla quale appartengono sia Nkurunziza che Niyombare.
Il fallimento dell’azione dei golpisti non ha scoraggiato i rivoltosi, che tutt’ora continuano a domandare il ritiro della ricandidatura e destituzione di Nkurunziza nonché l’indizione di elezioni libere e trasparenti. La protesta anti-governativa, oltre agli aspetti politici, ha una fortissima connotazione sociale ed economica, in quanto i burundesi chiedono insistentemente l’avvio di un programma statale per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, oggi gravate da profonda povertà e dal sottosviluppo. Per questa ragione, non è da escludere una possibile escalation delle violenze, soprattutto nel caso in cui Nkurunziza prosegua con la politica assertiva nei confronti delle opposizioni istituzionali e popolari attuata sinora.

Iraq-Siria

Mercoledì 20 maggio i miliziani dell’Isis hanno conquistato la città siriana di Palmira. Dichiarata nel 1980 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, il centro ha un alto valore strategico trovandosi in una zona ricca di giacimenti di gas due dei quali, quelli di Al-Hail e Arak, sono già stati conquistati dalle forze del Califfato. Inoltre Palmira si trova lungo la strada che, attraversando il deserto consente di raggiungere Damasco e di avanzare fino alla città di Homs, quindi uno snodo fondamentale per l’avanzata delle milizie dello Stato islamico verso la capitale. La difficoltà fondamentale per il regime che ha portato alla caduta di Palmira è stato che a fronteggiare la minaccia dello Stato Islamico sono state poche decine di soldati, dal momento che gli ufficiali dell’Esercito si sono ritirati dal combattimento. La conquista di Palmira è avvenuta a due giorni di distanza dalla presa della città irachena di Ramadi, capoluogo della provincia occidentale a maggioranza sunnita di Anbar situata a 300 km dalla capitale Bagdad. Gli equilibri in questa provincia dell’Iraq sono sempre più instabili e si teme che ad essere minacciate possano essere prossimamente la capitale Baghdad, situata a soli 100 km da Ramadi, e Karbala la città santa degli sciiti che, proprio per il suo alto valore simbolico è difesa strenuamente dalle milizie sciite supportate dalla Forza Qods iraniana.
Gli ultimi eventi stanno mettendo sempre di più sulla graticola la strategia messa in atto dall’Amministrazione Obama. In questo senso, sembra che Washington voglia riprendere i contatti con i capi tribali sunniti di Anbar, rapporti che avevano portato alla creazione dei Consigli dei Risvegli e alla sconfitta di Al-Qaeda in Iraq. In effetti, però, la disillusione della comunità sunnita irachena potrebbe essere un ostacolo per questa strategia e un ulteriore difficoltà per la stabilizzazione del Paese. Parallelamente, il Pentagono si è offerto di inviare anche un quantitativo importante di armamenti, tra cui anche missili anti-carro, per rafforzare le forze di sicurezza irachene che per ora rimangono deboli e male attrezzate rispetto alle milizie sciite.

Macedonia

Domenica 17 maggio, nella capitale Skopje, migliaia di persone fra appartenenti a partiti di opposizione e organizzazioni della società civile hanno manifestato contro il Premier Nikola Gruevski, leader del Partito Democratico per l’Unità Macedone e alla guida dell’esecutivo dal 2006. I manifestanti accusano il governo di corruzione, autoritarismo e spionaggio ai danni dei cittadini. Il giorno successivo alle proteste, i sostenitori del Primo Ministro hanno organizzato una contro-manifestazione in suo favore. Gruevski, in un discorso al Parlamento, ha dichiarato l’intenzione di continuare a governare il Paese senza cedere alle pressioni della piazza. La tensione all’interno del Paese è molto alta dallo scorso febbraio, quando Zoran Zaev, leader del dell’Unione Socialdemocratica di Macedonia, ha accusato il Governo di corruzione e di aver insabbiato l’inchiesta sulla morte del giovane Martin Neskovski, ventiduenne ucciso da un poliziotto durante le manifestazioni pubbliche seguite alle elezioni del 2011.
Oltre alle proteste anti-governative, il clima politico macedone è ulteriormente infiammato dalla riemersione del terrorismo irredentista di matrice albanese. Infatti, il 9 maggio, il Paese ha vissuto un momento di particolare instabilità quando, in un sobborgo della città settentrionale di Kumanovo, si è verificata una sparatoria tra la polizia locale e un gruppo armato appartenente all’appendice macedone dell’UCK Kosovaro, l’OHA. Gli scontri sono costati la vita a ventidue persone, di cui otto poliziotti. Esiste il rischio che il Governo possa sfruttare l’episodio di Kumanovo, che rappresenta un evento estemporaneo nel contesto dei buoni rapporti tra macedoni ed albanesi, allo scopo di riguadagnare consensi attraverso una retorica fortemente nazionalista e securitaria. La situazione interna al Paese resta critica e l’ipotesi di un governo tecnico incaricato di traghettare il Paese verso nuove elezioni rappresenta, per l’opposizione, l’unico strumento efficace per superare le attuali divisioni e conflittualità ed evitare che la situazione possa ulteriormente degenerare.